Nessuno lo ha mai visto, nel Mar Mediterraneo. Eppure c’è, stavolta ne abbiamo le prove. Scientifiche, e dunque insindacabili. Il cogia di De Blainville, noto anche – secondo la terminologia anglosassone – come capodoglio pigmeo è presente nel Mare Nostrum. Assai più elusivo del capodoglio, e decisamente più piccolo (raggiunge al massimo i tre metri e mezzo di lunghezza), ghiotto di calamari (che individua grazia al suo sofisticato ecosonar), era sin qui considerato presenza esclusiva dei mari tropicali e temperati caldi. Ora, invece, arriva la sorprendente evidenza di una sua presenza: non di singoli individui provenienti dall’Atlantico, ma – con ogni probabilità – di una popolazione stabile e radicata, forse addirittura di una sottopopolazione rimasta a lungo isolata, con un profilo generico unico, differente da quelli degli esemplari dell’oceano. La scoperta non arriva grazie a osservazioni dirette (si tratta, del resto, di una specie che si avvicina raramente alle coste) ma tramite l’analisi del Dna ambientale, vale a dire l’insieme di tutte le tracce genetiche che un organismo lascia dietro di sé nell’ambiente.
E nella fattispecie il cogia di De Blainville (Kogia breviceps il nome scientifico) lascia una scia particolarmente consistente, complice la sua strategia di difesa, che lo distingue dai suoi cugini, qui assai più diffusi. Se minacciato, infatti, espelle un fluido bruno-rossastro da una “sacca d’inchiostro” interna, simile a quella dei calamari. Una vera e propria “nuvola” in grado di nasconderlo alla vista dei predatori, in primis orche o squali: materiale genetico in quantità, fino a undici litri per volta, che lo rende invisibile sott’acqua per qualche minuto, ma che al contempo diffonde a lungo le sue tracce negli ecosistemi, captate oggi dagli strumenti di analisi molecolare, con tecniche sempre più evolute e non di rado decisive per approfondire la presenza o il passaggio di animali elusivi per definizione, come la foca monaca. E dunque la notizia, appena pubblicata sulla rivista “Mammal Review”, è chiara: il capodoglio pigmeo nel Mar Mediterraneo c’è, anche se non si vede. Se infatti la letteratura scientifica riporta qualche raro spiaggiamento di Kogia sima, l’ultimo ad Agropoli nel 2017, il Kogia breviceps non si è mai mostrato nel Mar Mediterraneo, né vivo né morto. Di qui l’importanza della ricerca, guidata dall’Università di Milano-Bicocca, con il coordinamento di Elena Valsecchi, in collaborazione con la Stazione Zoologica Anton Dohrn e Università di Valencia, nell’ambito progetto europeo Life “Conceptu Maris”, capofila Ispra. L’obiettivo del progetto, appena concluso, era il monitoraggio dei cetacei e delle tartarughe marine del Mediterraneo usando navi di linea come piattaforme di raccolta di dati e campioni. E le navi sono state decisive. Come? Presto detto: i ricercatori hanno prelevato campioni di acqua di mare da traghetti commerciali in navigazione. Dodici litri d’acqua per ciascuno dei 393 punti di campionamento sparsi nel Mediterraneo centro-occidentale: un quantitativo consistente, filtrato a bordo delle navi.
Dentro, tantissime informazioni: il materiale biologico sospeso racchiude in sé frammenti di Dna. Basta, si fa per dire, utilizzare tecniche di sequenziamento avanzate in laboratorio. E qui è arrivata la sorpresa, infatti: il Dna del cogia di De Blainville è stato trovato in 10 campioni diversi, corrispondenti ad almeno cinque eventi di presenza indipendenti tra loro, in un’area peraltro molto vasta, dal nostro Tirreno allo Stretto di Gibilterra. Quanto basta per essere certi: non si tratta di presenze sporadiche, la vasta distribuzione geografica e temporale dei rilevamenti non mente. Un tassello di biodiversità in più per il Mediterraneo, ma anche un profilo di responsabilità maggiore per la tutela di una specie fragile: di qui la richiesta di includere ufficialmente il cogia di De Blainville nelle liste di protezione internazionali per il Mediterraneo, come l’Accobams (Accordo per la Conservazione dei Cetacei nel Mar Nero, Mar Mediterraneo e Zona Atlantica adiacente), per garantirne la tutela. “Ma il nostro studio – evidenzia Antonella Arcangeli, ricercatrice Ispra – ci dà soprattutto la misura di quanta biodiversità sia ancora da conoscere e approfondire, se persino un animale così grande e iconico riesce a sfuggire al nostro sguardo. Indagando attraverso l’intreccio di tecniche differenti possiamo approfondire e conoscere, anche allo scopo soprattutto di tutelare le specie più a rischio”. E dal progetto europeo Life “Conceptu Maris” arrivano – grazie all’incrocio e all’integrazione di tecniche differenti – anche altre evidenze, compresa la crucialità di alcune aree. Tra queste, il mare di Alborán, la porzione più occidentale del Mediterraneo, compresa fra la Spagna a nord e il Marocco a sud: “Abbiamo rilevato, in quell’area, quasi tutte le specie di mammiferi, con frequenza significativa e un ottimo bilanciamento. – annota Arcangeli – Un vero e proprio hotspot di biodiversità, malgrado il notevole traffico marittimo. Intervenire sulla protezione di aree come questa sarà, in un futuro prossimo, sempre più fondamentale”.
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