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Simone Pollo e la giustizia climatica che ci fa guardare avanti


La crisi che su più livelli sta attraversando il pianeta interroga in profondità i sistemi democratici e probabilmente richiede, per essere affrontata, un rinnovato approccio culturale e filosofico in grado di ripensare i nostri sistemi politici e l’idea stessa di morale nell’era dell’Antropocene. Occorre, infatti, trovare un antidoto alla catastrofe ambientale e politica immaginando un modello di progresso a misura delle generazioni attuali e di quelle future. E proprio a queste ultime che il filosofo Simone Pollo (insegna Bioetica ed Etica e scienze del vivente alla Sapienza università di Roma) dedica il suo nuovo libro Generazioni future.

La copertina di “Generazioni future. Un’etica per l’Antropocene”, di Simone Pollo (Laterza, 2026) 

“Con questa pubblicazione ho voluto affrontare da un punto di vista filosofico la questione legata alla nostra responsabilità verso le generazioni future. L’idea che noi abbiamo degli obblighi, dei doveri morali verso coloro che esisteranno dopo di noi, dopo i nostri figli e nipoti, e che non conosceremo mai, non rientrava nei pensieri delle vecchie generazioni. Quando sono intervenuti degli eventi, come ad esempio la minaccia atomica, che nell’ipotesi di una guerra nucleare hanno messo in forse la stessa sopravvivenza del genere umano, allora si è affacciata l’idea di responsabilità verso la prosecuzione della vita umana. Il libro discute, nella scia di un pensiero filosofico che prese corpo intorno agli anni ‘70 del ventesimo secolo, di questa idea. Pensare che noi abbiamo una responsabilità morale verso le piante, gli animali, gli esseri umani che vivranno in futuro è oggi entrata nelle nostre considerazioni comuni. Questo è dimostrato dalle tante manifestazioni, per lo più dei movimenti giovanili ecologisti come Last Generation o i Fridays For Future. Per rispondere alle sollecitazioni della crisi ecologica e dell’attenzione morale alle generazioni future, nel libro, propongo l’idea di un cosmopolitismo ecologico, ovvero l’idea di una eguaglianza complessiva tra gli esseri umani e le altre specie viventi e che sia però estesa anche alle generazioni future superando i limiti spaziali e cronologici”.

Il tema delle generazioni future ci porta a ragionare sui comportamenti che stiamo attuando adesso. Trova che siano in linea con la preoccupazione sui destini futuri dell’umanità?

“Noi possiamo pensare razionalmente che le generazioni future saranno condizionate dai nostri consumi, dall’utilizzo odierno delle risorse ma il problema nasce dalla difficoltà di motivarci ad un cambiamento nei nostri comportamenti. Anche se sappiamo, astrattamente, che le generazioni future patiranno per i nostri modi di vivere resta l’ostacolo del cambiamento. Con una battura Groucho Marx diceva “perché mi devo preoccupare dei posteri? Cosa hanno fatto i posteri per me?”.

Tra disastro ambientale, guerra e minaccia atomica, quale progresso ci riserva il futuro?

“L’idea di progresso fa parte almeno da due secoli sia del senso comune che della riflessione filosofica. L’idea che gli esseri umani possano avere un continuo miglioramento sugli aspetti materiali, sulle forme di vita, sulla comprensione del mondo è diffusa da tempo. Anche di fronte allo scenario attuale è comunque complesso non pensare che ci sia un margine di miglioramento della nostra vita sociale e materiale. Nonostante i disastri a cui stiamo assistendo dobbiamo, infatti, comunque riconoscere che registriamo avanzamenti nelle tecnologie, nelle conoscenze scientifiche e mediche. Ci sono sempre, anche in scenari negativi, quindi elementi che possiamo considerare come migliorativi della vita degli esseri umani. Si tratta di un tema filosofico complesso che dovrebbe essere affrontato nella vita quotidiana attraverso l’adozione un altro tipo di educazione, di cultura che ci porti a modificare il nostro modo di agire. Ritengo comunque che grazie alle nostre capacità cognitive, affettive, cooperative, sociali e altruistiche ci sia una possibilità per la nostra specie di una trasformazione verso il meglio”.

L’uomo ha nutrito in passato una costante certezza nel progresso. È ancora così?

“Nel XVIII secolo, nel contesto dell’Illuminismo, nasce l’idea di progresso per come lo intendiamo oggi. È il periodo in cui grazie ad alcune elaborazioni filosofiche e alle diffuse trasformazioni sociali si diffonde la convinzione che gli esseri umani possano prendere in mano il loro destino. Nel XIX secolo, grazie ai progressi della tecnica e della scienza, la convinzione si rafforza prendendo le sembianze di una vera e propria fede. Prende forma la certezza che il progresso tecnologico e scientifico possa costantemente portare a dei miglioramenti nelle condizioni di vita. Nel XX secolo questa idea entra in crisi a causa delle guerre mondiali e dei disastri globali che si sono registrati. Oggi, infatti, in maniera più debole non possiamo più parlare di fede ma semplicemente di fiducia nel progresso”.

Tra l’idea di progresso e la catastrofe ambientale che stiamo vivendo non c’è una profonda contraddizione?

“La condizione ambientale che stiamo vivendo è un prodotto della nostra evoluzione culturale. Le immense capacità tecniche e scientifiche che abbiamo oggi sono esse stesse alla base di questa catastrofe. Quindi sembrerebbe esserci un cortocircuito. Tutto questo possiamo etichettarlo con il termine Antropocene, ovvero la capacità dell’essere umano di agire su tutto, sul pianeta e sulle specie viventi modificandoli. Dovremmo essere sorpresi del fatto che esseri viventi in grado di capire le conseguenze delle proprie azioni non sappiano poi trovare una regola, un punto di equilibrio. All’interno di questo paradosso che ci vede allo stesso tempo causa del disastro e vittime, infatti, dobbiamo trovare una formula risolutiva”.

Ma è possibile pensare alle generazioni future quando nelle società attuali riscontriamo difficoltà persino nell’attuare politiche per i giovani?

“Ci sono una serie di ragioni che limitano la nostra capacità nel pensare ai giovani. Una delle principali è legata ai limiti biologici della nostra natura. Le nostre capacità simpatetiche, ovvero d’interesse, si limitano ai soggetti della nostra cerchia più ristretta. Non riusciamo a vedere con chiarezza le esigenze di chi è lontano nel tempo e nello spazio. La nostra natura di Homo sapiens ci vincola ad interessi che sono ristretti. Quello che dovrebbe fare la nostra discussione politica è riflettere su questi limiti”.

I giovani di oggi sentono forte il problema dell’ambiente, perché? È solo un atto egoistico legato ad un principio di autoconservazione?

“Non credo che sia un fatto egoistico. Ritengo che i giovani di oggi siano figli di una cultura che è riuscita a sviluppare una riflessione su questi temi. Hanno acquisito l’idea che la loro responsabilità morale e politica non è legata solamente all’orizzonte temporale delle loro esistenze ma guarda oltre. Oggi le nuove generazioni incarnano un processo di trasformazione culturale in grado di pensare al futuro come un tema politicamente rilevante. Sollevano un’istanza di giustizia ambientale che non possiamo negare”.


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/ambiente/rss2.0.xml

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