Sempre più ‘green’ le aziende italiane, molte in linea con le regole dell’Unione Europee ma non lo sanno; il 42%, con un picco di oltre il 60% per quelle agricole, ha fatto almeno un investimento ambientale negli ultimi cinque anni in uno dei sei obiettivi UE.
Sono alcuni dei dati emersi dall’indagine ECOSISTER svolta dall’Università Cattolica del Sacro Cuore, che ha visto come principal investigator Francesco Timpano, Direttore Centro Studi Politica Economica e Monetaria CESPEM “Mario Arcelli” dell’Università Cattolica, campus di Piacenza, in collaborazione con l’Università di Parma, l’Università di Ferrara e l’Università di Modena e Reggio Emilia. L’indagine si inserisce nel quadro del progetto omonimo – finanziato dal PNRR nell’ambito del Bando “Ecosistemi dell’innovazione” – che coinvolge tutte le università dell’Emilia-Romagna ed è coordinato dall’Università di Bologna attraverso la Fondazione Ecosister, hub del progetto.
Guardando ai prossimi cinque anni, oltre l’80% delle imprese dichiara di voler effettuare almeno un investimento green.
La survey ha coinvolto oltre tremila imprese dell’Emilia-Romagna con un campionamento rappresentativo per settore, dimensione e provincia, coprendo manifattura, costruzioni, trasporto e logistica, agricoltura e utilities. Il questionario, articolato in nove sezioni, ha indagato conoscenza della cosiddetta Tassonomia UE, investimenti nei sei obiettivi del Regolamento 852/2020, pratiche di economia circolare, finanza verde, rendicontazione non finanziaria e trasformazioni tecnologiche, come la mitigazione dei cambiamenti climatici e l’uso sostenibile delle acque.
Dall’indagine è emerso che solo una minoranza di imprese conosce formalmente la Tassonomia (25,2%), ma molte hanno già avviato interventi ambientali (azioni intraprese dal 32,8% delle imprese e investimenti intrapresi dal 42,1% delle imprese) senza inquadrarli nel linguaggio regolatorio; tra chi non agisce prevalgono percezione di non pertinenza e scarsa familiarità con le norme, più che veri vincoli economici.
Inoltre, solo circa un terzo delle imprese dichiara di aver intrapreso azioni riconducibili esplicitamente alla Tassonomia (33%), con punte del 50% in agricoltura e del 42% nella fornitura di acqua ed energia. Ancora più ristretta è la platea di chi ha stimato formalmente la quota di fatturato e di spese (per investimenti e per costi operativi) allineati agli obiettivi della tassonomia ambientale. Lo ha fatto solo il 4,9% delle imprese, con incidenze più alte nelle utilities. Solo il 17% del fatturato di queste imprese appare allineato e per le spese il peso è del 20,8% (capex – spese per investimenti durevoli, come impianti, macchinari o infrastrutture) e del 18,2% (opex – costi operativi correnti), quindi ancora relativamente contenuto.
Quali sono i comportamenti green delle aziende nostrane
Gli investimenti si sono concentrati prevalentemente su due obiettivi ambientali: mitigazione dei cambiamenti climatici e transizione verso un’economia circolare. Per il primo obiettivo, il 35,9% delle imprese hanno effettuato investimenti in questi anni, prevalentemente concentrati sull’efficientamento di macchine e impianti, e nel futuro li faranno circa il 70% delle imprese, mentre per il secondo obiettivo gli investimenti sono venuti dal 32,4% delle imprese e nel futuro vedranno coinvolte il 65% delle imprese, nonostante la percezione delle imprese di insostenibili vincoli burocratici e normativi.
Le azioni più diffuse riguardano l’efficienza energetica (efficientamento di macchinari e impianti, uso di energia rinnovabile) e le pratiche di economia circolare di base: l’uso fornitori locali per ridurre l’impatto dei trasporti, il riutilizzo e riciclo di scarti, la manutenzione e l’allungamento della vita dei prodotti. Molto più limitati risultano gli investimenti in ambiti più “sofisticati”, come adattamento ai cambiamenti climatici, gestione avanzata delle acque, biodiversità o strumenti di misurazione e rendicontazione strutturata, dove il ritardo rispetto alle best practice europee è ancora marcato.
Ancora troppe barriere alla sostenibilità
Tra le barriere al cambiamento le aziende lamentano i costi di conformità, i tempi di rientro lunghi e la complessità normativa; invece tra le motivazioni al cambiamento le imprese indicano come principali driver la riduzione dei consumi energetici e dell’impatto ambientale, insieme alla conformità a standard riconosciuti, mentre i benefici economici diretti restano più incerti.
Nonostante gli ostacoli che rallentano il cambiamento, l’incrocio con dati di bilancio segnala un’associazione tra intensità degli investimenti allineati alla tassonomia e produttività, misurata attraverso il valore aggiunto pro capite.
“Dalla nostra indagine emerge un tessuto produttivo che ha iniziato la transizione, con investimenti concreti in mitigazione climatica ed economia circolare, ma che fa ancora fatica su due fronti: misurare la propria “quota green” secondo la logica UE e accedere in modo consapevole alla finanza sostenibile – conclude Timpano. Le indicazioni sono chiare: semplificare le regole e gli adempimenti, rafforzare le competenze interne (soprattutto nelle PMI), colmare il vuoto informativo sugli strumenti di finanza verde e sostenere la misurazione standardizzata dei risultati, così che la sostenibilità diventi un vero asset competitivo e non solo un costo percepito”.
Fonte: http://www.repubblica.it/rss/ambiente/rss2.0.xml

