Sotto la superficie dei grandi fiumi del pianeta consuma una crisi silenziosa, ma di proporzioni globali. Le migrazioni dei pesci d’acqua dolce, tra le più lunghe e straordinarie del mondo naturale, stanno collassando a un ritmo allarmante. E va configurandosi una minaccia non solo per la biodiversità, ma anche per la sicurezza alimentare e i mezzi di sussistenza di centinaia di milioni di persone. L’allarme riecheggia dal nuovo rapporto che la Convenzione delle Nazioni Unite sulle specie migratrici ha diffuso in Brasile lo scorso 24 marzo, in occasione di uno degli eventi della Cop15. E la fotografia è decisamente chiara: oltre 300 specie necessitano di azioni urgenti e coordinate tra Paesi, perché le popolazioni globali di pesci migratori d’acqua dolce sono diminuite di circa l’81% dal 1970 ad oggi. Alla base di questo inarrestabile declino fattori ben noti ma sempre più intensi: dalla costruzione di dighe alla frammentazione degli habitat, dall’inquinamento alla pesca eccessiva, fino agli effetti del cambiamento climatico, che interrompono i delicati equilibri ecologici dei fiumi. Una crisi globale ancora largamente sottovalutata, che attraversa alcuni dei bacini fluviali più importanti del mondo, dall’Amazzonia al Mekong, dal Nilo al Danubio.
Inquinamento
Nel Nilo è ormai più vantaggioso pescare plastica che pesci
Con una criticità ulteriore: molte specie attraversano invisibili confini nazionali lungo bacini fluviali condivisi. Di qui, sottolineata dal rapporto, l’esigenza di strategie gestionali condivise e piani d’azione internazionali. Il report si focalizza, in particolare, su grandi specie migratrici: pesci che percorrono lunghe distanze, come il Brachyplatystoma rousseauxii, una particolare specie di pesce gatto amazzonica chiamata “dorado” per la sua colorazione, in grado di compiere migrazioni fino a 11mila chilometri. Riflettori anche sul sorubim maculato (Pseudoplatystoma corruscans il nome scientifico), che vive nei bacini d’acqua dolce dell’Amazzonia. Ma sono addirittura 325 le specie che richiedono azioni di conservazione internazionali coordinate: la maggior parte (205) vive in Asia, consistente anche la percentuale del Sudamerica (55, 20 nel solo bacino amazzonico), non marginale il numero delle specie coinvolte in Europa (50).
Già, ma come fare a tutelarle arrestandone il declino? Il report propone strumenti pratici come la protezione dei corridoi migratori e dei flussi ecologici, l’individuazione di piani d’azione su scala di bacino e monitoraggio transfrontaliero e la gestione coordinata stagionale della pesca.
Non v’è dubbio, del resto, che le popolazioni di animali d’acqua dolce stiano diminuendo più rapidamente di quelle terrestri e marine: un fenomeno che è tuttavia meno percepito, complice – secondo i ricercatori – un’attenzione inferiore dei media internazionali. “Del resto molte delle grandi migrazioni di fauna selvatica del mondo avvengono sott’acqua. – conferma Zeb Hogan, autore principale dello studio – Il nostro report mostra che i pesci migratori d’acqua dolce sono in gravi difficoltà e che proteggerli richiederà la cooperazione tra i paesi per mantenere i fiumi connessi, produttivi e ricchi di biodiversità”.
“Le nostre evidenze mostrano la necessità di nuove priorità per la conservazione delle specie migratrici e dei loro habitat, che finora non ha ricevuto sufficiente attenzione. – annota la segretaria esecutiva della Convention on the Conservation of Migratory Species of Wild Animals, Amy Fraenkel – Solo allineando scienza, politica e cooperazione internazionale, i governi possono proteggere le ultime grandi migrazioni di pesci d’acqua dolce del mondo e le comunità e gli ecosistemi che vi dipendono”.
“I fiumi non conoscono confini, e nemmeno i pesci li attraversano. – annota Michele Thieme del Wwf – La crisi che si sta sviluppando sotto le nostre vie d’acqua è molto più grave di quanto la maggior parte delle persone realizzi, e il tempo a nostra disposizione sta per scadere. I fiumi devono essere gestiti come sistemi connessi, con coordinamento tra confini e investimenti in soluzioni a livello di bacino, subito, prima che queste migrazioni vadano perdute per sempre”.
Fonte: http://www.repubblica.it/rss/ambiente/rss2.0.xml

