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Se gli zoo trattano i panda giganti come “pacchi postali”


Come pacchi postali, o quasi. Gli ultimi della lista sono stati Lei Lei e Xiao Xiao, due panda giganti gemelli. Hanno vissuto, sin dalla nascita, nello zoo di Ueno, a Tokyo: dal 25 gennaio, sono stati trasferiti in Cina. Il Paese, infatti, ne detiene la proprietà esclusiva – questioni politico-diplomatiche – con buona pace dell’opinione pubblica giapponese, che ha mal digerito l’addio a due animali assolutamente iconici. Per la prima volta dal 1972, in Giappone ora non ci sono panda. E occhio alle prossime mosse: la Cina, che tra il 1957 e il 1982 aveva regalato 23 panda a nove differenti Paesi, vigilerà affinché da Taiwan non vengano “spediti” nuovi esemplari in Giappone. Questioni di diplomazia, insomma. E di sostenibilità.

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Lo scorso anno nell’occhio del ciclone era finita una struttura finlandese, l’Ähtäri Zoo, che aveva annunciato che avrebbe rimandato in Cina due panda giganti, Lumi e Pyry: troppo costoso mantenere i due esemplari a causa dell’inflazione. Una vicenda che aveva scosso l’opinione pubblica: è possibile trattare gli animali come fossero oggetti, ancor di più i panda giganti, a lungo simbolo delle specie in pericolo? Così, alla vigilia della Giornata Mondiale dei Panda – che dal 2016 l’Iucn classifica come specie “vulnerabile”, non più “in pericolo” – ancora una volta zoo e bioparchi finiscono sotto i riflettori, con l’opinione pubblica fatalmente polarizzata: sono strutture in grado di favorire la sensibilizzazione del grande pubblico e la conservazione delle specie a rischio o realtà anacronistiche dove si continua a privare gli animali del loro benessere?

Cosa prevedono i protocolli

Prova a gettare acqua sul fuoco Tomasz Rusek, che dirige i reparti Advocacy e Communication dell’European Association of Zoos and Aquaria, l’Eaza, l’associazione che ingloba i migliori zoo d’Europa dal punto di vista etico e di benessere animale. “Gli zoo – spiega a Green&Blue – sono obbligati dai nostri protocolli a seguire le linee guida internazionali per il trasporto di animali vivi e le linee guida specifiche per ciascuna specie. Esiste un piano dettagliato per ogni trasferimento, che inizia settimane prima facendo in modo che gli animali si abituino alle gabbie di trasporto. Poi, vengono accompagnati da personale qualificato che somministra tipologie e dosi corrette di cibo, bevande (e farmaci se necessario) per ridurre al minimo gli effetti negativi. Anche le compagnie aeree e di trasporto hanno team qualificati che aiutano a fornire i parametri corretti, ad esempio la temperatura all’interno dell’aereo, per massimizzare il benessere degli animali”.

Rilanciamo: è così semplice fare dietrofront, “rispedendo” altrove altri animali per logiche esclusivamente economiche? “Ogni zoo membro di Eaza è tenuto ad avere un masterplan, che comprende per esempio l’elenco di specie che lo zoo desidera ospitare e di cui vuole prendersi cura. – spiega Rusek – L’elenco si basa, tra gli altri, sui Regional Species Plans di Eaza, che riflettono molti fattori, tra cui l’urgenza di conservazione e l’analisi costi-benefici nell’ospitare una specie anziché un’altra. Sul panda gigante Eaza suggerisce alle strutture di considerare preventivamente se lo spazio e le risorse necessarie per i panda non sarebbero meglio spesi per prendersi cura, per esempio, di altre specie di orsi che hanno una maggiore urgenza di conservazione. In altre parole, non si tratta tanto di quantificare in anticipo i costi da parte dello zoo, quanto piuttosto di considerare in modo dinamico i costi di cura dei panda rispetto ad altre specie, alla cui conservazione lo zoo potrebbe contribuire in modo più significativo”.

“Houston, abbiamo un problema”… con gli elefanti

Non ci sono però soltanto i panda giganti. Nei mesi scorsi i riflettori si erano accesi sullo zoo di Houston, che aveva celebrato sui social la nascita del piccolo Kirby, l’ultimo degli elefanti indiani ospitati nella struttura. Pioggia di like e curiosità tra i visitatori, ma la notizia aveva il suo risvolto negativo. “Con 13 elefanti in mostra in appena 14 mila metri quadri lo zoo alimenta segni di sofferenza fisica e mentale negli animali”, aveva denunciato l’organizzazione In Defense of Animals (IDA), nata negli ’80 negli Stati Uniti per tutelare i diritti e il benessere degli animali. Nei video pubblicati a supporto della tesi, venivano mostrati “comportamenti stereotipati, con animali che ondeggiano compulsivamente alle due estremità dello spazio in cui sono ospitati”.

Ancora: lo zoo è stato accusato di “addestrare gli elefanti a pratiche di ‘yoga’, vecchi trucchi da circo che causano lesioni agli animali”. Così, oltre 15 mila persone hanno partecipato alla petizione online con la quale – anche attraverso un’azione di mailbombing – si chiedeva di destinare gli elefanti ospitati nello zoo verso uno dei cosiddetti santuari etici, aree di riabilitazione con ampi spazi in “cui agli elefanti viene chiesto soltanto di essere elefanti”. Il tutto nella lunga vigilia di una manifestazione che la stessa IDA aveva organizzato davanti allo zoo di Los Angeles a difesa degli elefanti Billy e Tina, rispettivamente 40 e 58 anni: “Per più anni consecutivi – spiega l’associazione – quello di Los Angeles si si classifica come peggior zoo per elefanti. Chiederemo che Billy e Tina non muoiano, come accaduto per altri elefanti”.

Ricordate lo “zoo degli orrori”?

Evidentemente esistono specie considerate più iconiche e ‘pop’: questione di marketing. Ma il trasferimento forzato dei due panda dalla Finlandia alla Cina non è che la punta di un iceberg: la pervasività degli smartphone e la crescente sensibilità del grande pubblico alimenta una polemica dietro l’altra. Come quella che ha coinvolto, nell’ottobre 2024, lo zoo di Zurigo. Sui profili social, la struttura aveva condiviso le foto di alcune iene cui sono stati dati in pasto dei suricati, prelevati dalla colonia ospite, considerati numericamente in eccesso. “Visto che al momento non esistono siti adatti a cui destinare gli esemplari in eccesso, abbiamo rimosso tre animali adulti dal gruppo, li abbiamo uccisi e poi dati in pasto alle nostre iene”, avevano spiegato i responsabili della struttura. Ma in molti non hanno gradito.

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“La pratica dell’uccisione di animali sani considerati in eccesso interessa migliaia di animali ogni anno nei soli zoo europei”, denuncia con forza Alice Balbi di ZoOut. “Tra gli episodi più tristemente noti l’uccisione e il successivo smembramento pubblico della giovane giraffa Marius allo zoo di Copenaghen, artefice anche dell’uccisione di tre lupi al fine di allestire un’area più moderna, l’uccisione di tre cuccioli di tigre allo zoo di Magdeburgo, motivata dal fatto che il padre non fosse una tigre siberiana pura, e, in ultimo, l’uccisione di due cuccioli di leone allo zoo di Berna. È importante sottolineare che tutti questi animali erano sani e avrebbero potuto essere ricollocati in altri zoo o santuari. Per tacere – conclude – dell’impossibilità di soddisfare le esigenze etologiche di molte specie in cattività”.

A fine 2024 aveva chiuso il South Lakes Safari Zoo, a Dalton-in-Furness, Cumbria, in Inghilterra, al centro di una serie di controversie legate al benessere degli animali, amplificate da gravi incidenti, in ultimo la morte di una zebra rimasta incastrata in un recinto e il ferimento di una giraffa. Ancora: “Circa un anno fa – ricorda Balbi – allo Zoo di Zurigo è stato ucciso un esemplare sano di tamarino saltatore, una piccola scimmia, perché considerato in eccesso rispetto alle esigenze gestionali della struttura. Ancora più eclatante è quanto accaduto la scorsa estate allo zoo di Norimberga dove, nonostante le proteste di attivisti locali, 12 babbuini sani sono stati soppressi per analoghe ragioni di sovrappopolazione. Casi particolarmente significativi perché riguardano primati, animali dotati di elevata intelligenza, complesse capacità sociali e una notevole vicinanza evolutiva agli esseri umani”.

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Storie eclatanti che alimentano, oggi più che mai, la madre di tutte le domande: gli zoo possono realmente dirsi etici? “Non ha più senso la polarizzazione tra chi è a favore degli zoo e chi contro. – sottolinea Chiara Grasso, etologa, giornalista, guida safari in Africa e guida ambientale in Italia – A nessuno fa piacere vedere gli animali in spazi recintati, ma nei casi in cui il fine ultimo è davvero la cosiddetta conservazione ex situ, oggi sempre più importante, lo zoo assume un’importanza strategica. Molte specie sono minacciate perché lo sono i loro habitat, così alcune strutture si rivelano una sorta di cassaforte in cui proteggere, in un ambiente controllato, esemplari di specie potenzialmente a rischio. E talvolta si rivelano luoghi di ricerca scientifica non invasiva, strutture in cui ospitare animali sequestrati che non sarebbe possibile rilasciare in natura e, soprattutto, contenitori di pool genetici stabili per reintrodurre specie in natura, come accaduto con i bisonti in Romania, ma anche con le gazzelle, con le rane toro e con gli ibis.

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A volte, accade però che occorrano specie carismatiche, utili ad attrarre i visitatori e a sostenere, anche economicamente, l’intero sistema. Quindi – aggiunge – il mio suggerimento è di riflettere sulla missione degli zoo e sui cambiamenti che hanno attraversato gli ultimi decenni, pur valutando che ancora molte sono le strutture che espongono gli animali al solo scopo di trarre profitto. Al visitatore, dunque, il compito di scegliere con cura lo zoo da visitare, verificando a quali programmi di conservazione aderisca, quanti siano gli animali non carismatici ospitatici e, possibilmente, evitando quelli che propongono show di spettacolarizzazione degli animali. Poi – conclude – una volta allo zoo possiamo a nostra volta osservare le eventuali stereotipie degli animali, i comportamenti anormali e il rispetto della loro etologia”.

“Un nuovo paradigma: il benessere degli animali”

“L’immagine degli zoo e dei bioparchi come prigioni per gli animali è ormai desueta. – annota Nicola Bressi, naturalista e zoologo del Museo Civico di Storia Naturale di Trieste – Oggi molte delle realtà sono dei santuari di biodiversità, che si reggono su generazioni di animali nati in cattività, mai prelevati dalla natura, e vivono di scambi virtuosi con altre strutture. Si è diffuso così un nuovo paradigma, pur con i dovuti distinguo, e la funzione degli zoo è sempre più quella di sensibilizzare l’opinione sull’importanza della biodiversità e della sua tutela”.

Allo zoo di Napoli Fiorella Saggese, la curatrice, ci accompagna nel tour di somministrazione agli animali, felini in primis, di attività ludiche in grado di alimentarne quotidianamente la vitalità: la piccola pantera Romelu, tra gli ultimi nati insieme a due esemplari di fossa del Madagascar, cerca divertita del pollo nascosto in una scatola. “Facciamo in modo che stiano bene e giochino, preveniamo la comparsa di comportamenti stereotipati”, dice Saggese. Proprio in questi giorni nello zoo di Berlino, già assurto agli onori della cronaca per aver destinato agli animali abeti di Natale invenduti, due cuccioli di panda di cinque mesi, Leni e Lotti, sono stati introdotti in una nuova stanza dei giochi, “un ambiente più spazioso e stimolante” – secondo la struttura – ideale “per gattonare, arrampicarsi ed esplorare, sotto la costante supervisione della madre Meng Meng, di dodici anni. Durante il giorno, le due cucciole trascorrono il tempo nella stanza dei giochi, mentre la sera fanno ritorno al loro box”.

“Ormai è da anni – dagli anni ’90 nei grandi zoo europei, più tardi anche in Italia – che gli zoo non sono più luoghi di reclusione o lager – aggiunge Saggese – né una vetrina espositiva di animali esotici: tanti, il più possibile, in spazi stretti, in gabbie di cemento. La legge quadro del 2005 ha indicato una serie di prescrizioni inderogabili per il loro benessere: oggi i nostri leoni hanno un’area tre volte più ampia rispetto a qualche anno fa e in generale gli animali vivono vite più che dignitose negli zoo”.


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/ambiente/rss2.0.xml

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