Lontano dal mare, fra polvere e vento, nel cuore di una ex cava alle spalle di Cagliari un impianto unico al mondo prova a dare una risposta al problema dell’erosione delle spiagge. Con un metodo innovativo e naturale, basato sulla posidonia oceanica. Tutti noi, almeno una volta arrivando su una spiaggia, abbiamo provato amore e odio per questa pianta acquatica. Endemica del Mediterraneo, è considerata il cuore della stabilità delle nostre coste e della salute degli ecosistemi (per questo è fondamentale e amata), ma allo stesso tempo appare come un temporaneo ostacolo alle stagioni turistiche. Quando durante le mareggiate invernali i residui della pianta raggiungono i litorali si accumulano formando dei veri e propri muri marroni, talvolta sommergendo completamente le spiagge e privando praticamente l’accesso ai cittadini, in altri casi arriva addirittura a ricoprire parzialmente le strade.
Da scarto a risorsa
Se c’è una regione che conosce bene queste dinamiche è la Sardegna, scrigno di biodiversità i cui fondali sono per fortuna ricchi di posidonia. Per anni gli scarti di questa pianta, ingombranti, maleodoranti e talvolta capaci di invadere totalmente i lidi impedendo la fruibilità, sono stati considerati un problema, un rifiuto urbano da smaltire in qualche modo, spesso portati direttamente in discarica. Ora però, in tempi in cui la consapevolezza e le leggi tutelano la posidonia, fondamentale per prevenire l’erosione costiera che avanza ovunque a causa dell’innalzamento del livello dei mari, sul futuro degli scarti da esubero di posidonia è in atto una nuova visione.
Tonnellate di sabbia rimaste nella posidonia
Una domanda che un giorno d’estate si è posto mentre era al mare anche l’imprenditore bergamasco Ezio Esposito che con il suo “Gruppo Esposito” da anni è specializzato in impianti di smaltimento. Passo dopo passo la società ha iniziato a progettare un nuovo impianto che è oggi unico al mondo per due motivi: non solo dà nuova vita alla posidonia – trasformandola ad esempio in terriccio organico per il giardinaggio – ma fa anche qualcosa di estremamente importante, restituisce letteralmente la sabbia ai litorali. La legge regionale infatti prevede che la posidonia, quando si accumula sulle coste, che sia in forma di “palle” create da correnti e mare, oppure di pezzi di pianta marroni, non vada rimossa: è importante che resti lì dove per proteggere le coste dall’erosione, per esempio.
Quando però diventa troppa, in eccesso, oppure quando arriva ad invadere pavimentazioni, o ancora se ricopre interamente i lidi che si avviano alla stagione turistica, c’è la possibilità di togliere parte dei quantitativi in esubero ed accatastarli. Quelle enormi biomasse contengono tante cose: ovviamente scarti della pianta, ma anche vari rifiuti antropici del mare (come tante microplastiche) e soprattutto moltissima sabbia che resta attaccata.
In certe zone, come ad Alghero, ogni volta che si accatastava altrove la posidonia in esubero con l’intento di smaltirla poi in discarica, si privava sempre di più anche la costa di sabbia, un bene tutelatissimo (tant’è che ci sono ovunque cartelli contro i ladri di sabbia) e prezioso. Ovviamente, questa dinamica di sottrazione, favoriva l’erosione. Negli ultimi quattro anni con questo sistema sono sparite quasi 23mila tonnellate di sabbia rimasta attaccata agli ammassi di posidonia di Alghero.
L’ecocentro
Grazie al nuovo “Ecocentro Sardegna” di Quartu Sant’Elena, impianto diventato operativo nel 2019, alle spiagge di Alghero – come la Fertilia o San Giovanni – nello stesso periodo sono state così restituite 10mila tonnellate di sabbia e finalmente alcuni punti dei litorali, anziché diminuire, sono gradualmente aumentati.
“Non a caso – racconta a Green&Blue Ezio Esposito, presidente dell’omonimo gruppo – ora apriremo un impianto anche ad Alghero del costo di circa 8 milioni di euro. Altri presto potrebbero essere avviati nel brindisino, ad Agropoli in provincia di Salerno, oppure in Spagna. Stiamo cercando di trasformare davvero i rifiuti in nuove risorse e nel modo meno impattante possibile”. Nell’impianto di Cagliari tutto funziona a cicli: uno è quello dello “spiaggiato”, l’altro dello “spazzato”.
La sabbia torna sulla sua spiaggia
Nel primo caso i comuni che siglano accordi con l’Ecocentro forniscono camion di posidonia che dalle spiagge arriva all’ex cava: i rifiuti della pianta passano per più cicli di lavaggio delle macchine, sempre con l’uso di poca acqua che viene poi riutilizzata, e alla fine si ottiene una separazione meccanica dei residui di pianta da materiali inorganici e appunto dalla sabbia. Il tutto viene fatto con la massima attenzione ai luoghi di provenienza. “Perché è fondamentale restituire la sabbia esattamente nella spiaggia dove è stata presa, dato che è importante mantenere gli equilibri naturali e chimici”, spiega Esposito. La sabbia recuperata dalla biomassa di posidonia di Alghero per esempio tornerà ad Alghero, idem per quelle delle spiagge del cagliaritano. La posidonia ripulita viene invece trasformata in compost e venduta a serre e negozi di giardinaggio.
Nel secondo ciclo ci si occupa poi dello “spazzato”, ovvero quei rifiuti che arrivano dallo spazzamento delle strade anziché dalla pulizia degli arenili: anche in questo caso viene recuperata in parte sabbia ma soprattutto ghiaino e ghiaietta e materiali vari. Con questi recuperi vengono realizzate panchine, fioriere, divisori e altre componenti di arredo urbano da piazzare nei Comuni. Ad Alghero e Castelsardo ci si può già sedere su strutture nate al 100% dai rifiuti e a breve una ventina di panchine verranno installate negli spazi dell’Università di Cagliari.
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Fotovoltaico e senza acque di scarico
In totale circa 100 tonnellate al giorno di rifiuti passano dall’impianto sardo che è in grado di recuperane il 70% in materie prime differenziate di qualità e la struttura tratta oltre 29mila tonnellate annue di rifiuti non pericolosi che comprendono i residui della pulizia delle spiagge e delle strade. Processo che avviene attraverso cicli che provano ad essere poco impattanti: sul tetto il fotovoltaico aiuta per l’energia; non ci sono acque di scarico; si prediligono sistemi interni di depurazione e filtraggio e grazie a meccanismi “lavatrice” praticamente si riescono a recuperare enormi quantità di sabbia (che rappresenta quasi il 60% del peso delle biomasse che vengono trattate) da restituire alle spiagge.
“I vantaggi di questi sistemi sono certamente ambientali – chiosa Esposito – ma anche economici. Portare i rifiuti da noi ha costi che si aggirano intorno a 130 euro a tonnellata contro i quasi 250 di quelli per uno smaltimento in discarica. Se più regioni e comuni aderiranno a una gestione dei rifiuti spiaggiati o da spiazzamento destinati a impianti come il nostro, sarà quindi una vittoria per tutti”.
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I “fari verdi” segnalati da Legambiente
Il problema è che per ora impianti come quello di Cagliari sono ancora “una goccia” fra i tentativi di recupero che sarebbero doverosi per una gestione davvero sostenibile di determinati rifiuti. Tentativi che però crescono e mostrano la strada che potremmo percorrere, ricorda la campagna di Legambiente, una iniziativa nata per divulgare i tanti “fari verdi” italiani oggi davvero impegnati per la transizione ecologica.
La campagna negli ultimi 3 anni ha infatti censito circa 39 campioni nazionali della transizione, storie positive di sostenibilità unite anche da una mappa interattiva che mostrano cosa davvero si può fare per disegnare un presente e un futuro sano per l’ambiente e per noi stessi. Fra i campioni c’è anche l’Ecocentro Sardegna, che per il direttore generale di Legambiente Giorgio Zampetti mostra chiaramente “cosa dovrebbe essere il futuro. Un esempio importante e replicabile che, insieme ai tanti altri che abbiamo raccontato nella nostra campagna, dovrebbero essere un monito e uno stimolo per le istituzioni e il governo a spingere sempre di più, anziché frenare, sulla transizione ecologica che è sempre più urgente”.
Fonte: http://www.repubblica.it/rss/ambiente/rss2.0.xml

