in

Salute o lavoro? Il ricatto senza fine dell’Ilva di Taranto


Questa è una storia infinita. Per comprenderla, riannodando i fili di una delle vicende più complesse della storia recente d’Italia, è utile partire da una considerazione: raramente una realtà industriale ha inciso in modo così profondo su un territorio, non solo per dimensioni produttive, ma per la capacità di condizionare assetto urbano, economia locale e, soprattutto, equilibrio ambientale di un’area fragile e così densamente abitata. Taranto e l’ex Ilva, 15.450 mila ettari, che rappresentano oggi uno dei siti più inquinati dell’intero Paese, con gravi contaminazioni di suolo, falde e sedimenti marini. Due, in un quadro così complesso, le certezze: le responsabilità accumulate nel tempo e una transizione ecologica ancora da compiere.

L’editoriale

Non servono solo le regole

Siamo nell’area nord-occidentale della città pugliese, tra il Mar Piccolo e il Mar Grande: un territorio vasto, che sin dal principio – gli anni ’60 del secolo scorso – si è disteso come una città nella città: chilometri di capannoni, altoforni, nastri trasportatori e ciminiere, a ridosso dei quartieri Tamburi e Paolo VI. Qui, per lunghi decenni, la produzione di acciaio ha garantito occupazione e sviluppo. Ma a che costo per la cittadinanza? “Altissimo”, taglia corto Massimo Castellana, portavoce dell’associazione Genitori tarantini, che dal 2015 si batte per difendere ambiente e popolazione dall’inquinamento generato dalla fabbrica. “Nei bambini le malattie tumorali infantili hanno una media del 35% in più rispetto al resto della Puglia, in passato si è arrivati fino al 54%. Tra il 2002 e il 2015 circa 600 bambini sono nati con gravi malformazioni. Oggi un tarantino su 18 ha l’esenzione dal ticket per tumori. Dal 2005 al 2024, registriamo 35 morti all’anno per malattie professionali riconosciute ai dipendenti dell’acciaieria. Secondo le Nazioni Unite, Taranto è tra le 16 zone di sacrificio del pianeta, cioè quelle ‘aree contaminate dove i residenti subiscono conseguenze devastanti per la salute a causa di industrie o basi militari’. Compito principale della Comunità europea e dello Stato è farci uscire da questa lista, costi quel che costi”.

Sebbene le prime denunce ambientali risalgano agli anni ’80, solo negli anni ’90 la dimensione di una minaccia senza precedenti ha assunto i contorni dell’allarme sociale: le agenzie ambientali hanno rilevato – insieme a composti organici volatili e cancerogeni, particolati e metalli pesanti – concentrazioni di diossine tra le più alte d’Europa. Nel 1991 la città di Taranto è stata dichiarata “area ad alto rischio ambientale” dal ministero dell’Ambiente. Ma questa è anche una storia di tempo perso e burocrazia. Solo nel luglio 2012, per esempio, si arriva all’ordinanza di sequestro delle aree più inquinanti dell’impianto per gravi danni ambientali e per la salute pubblica, con il giudice titolare dell’inchiesta che evidenzia emissioni “permanenti e gravi”, con un fondato rischio per la popolazione. Che fare, allora, di questo grande hub industriale che crea occupazione ma è fatalmente responsabile di un disastro ambientale in fieri?

Il governo opta per una serie di soluzioni-tampone, i cosiddetti decreti “Salva-Ilva”, con l’obiettivo di non compromettere l’occupazione e l’economia locale. Ma i numeri sono chiari: nel 2005 lo stabilimento è responsabile di circa l’83% delle emissioni di diossina in Italia e dell’8,8% di quelle in Europa. Si ammalano le persone (+30% di mortalità per tumore al polmone nella popolazione esposta), si ammalano ovini e caprini: 2000 saranno abbattuti a seguito di ordinanza ad hoc dell’autorità sanitaria, dopo il divieto di pascolo per l’intera area limitrofa disposto, nel 2010, dalla Regione Puglia, che aveva riscontrato livelli elevati di diossine e PCB nei prodotti zootecnici e nei foraggi della zona. Una vera e propria “polveriera”, un caso che ha portato al sequestro degli impianti nel 2012, avviando la grande inchiesta giudiziaria “Ambiente Svenduto”: 26 condanne per 270 anni di carcere in primo grado, sentenza poi annullata con il processo ripartito da capo. Ma il caso aveva, nel frattempo, varcato, naturalmente, i confini nazionali: nel 2013 la Commissione Europea ha avviato una procedura di infrazione – tuttora aperta – contro l’Italia per violazioni della normativa sulle emissioni industriali, mentre i cittadini hanno portato la questione fino alla Corte di giustizia dell’Ue per chiedere maggiori tutele per la salute pubblica. La risposta di Bruxelles, nel 2024, è stata perentoria: qualsiasi produzione industriale va fermata, se attenta alla vita umana. Non hanno aiutato, nel tempo, le intricate questioni legate alla gestione: privatizzata nel 1995 e controllata dal Gruppo Riva, l’ex Ilva è stata aggiudicata nel 2018 da un consorzio guidato da ArcelorMittal e poi trasformata da Acciaierie d’Italia con l’ingresso dello Stato, tramite Invitalia, nel 2021. Nel 2024 il commissariamento: oggi le azioni di bonifica ambientale dell’area sono sotto la responsabilità dell’amministrazione straordinaria di Ilva SpA, nominata dallo Stato italiano, deputata a coordinare e gestire gli interventi di pulizia, decontaminazione e risanamento delle aree all’interno e all’esterno dello stabilimento.

Per esplorare le contraddizioni di una vicenda senza fine, incontriamo Luciano Manna, tarantino doc, attivista ambientale, fondatore della piattaforma d’inchiesta VeraLeaks. “Partirei dalle certezze – dice – a Taranto si è fatto poco o nulla per la bonifica dei territori all’interno dell’area ex Ilva, per molti dei quali non si ha ancora, il piano di caratterizzazione. E il problema è anche nel mare che bagna la città, con le cozze del Mar Piccolo che, come certificato dall’allora commissario straordinario di governo Vera Corbelli, vengono allevate in acque con grandi concentrazioni di diossina e Pcb. Né accettiamo più lo spauracchio della chiusura dell’impianto, quando si è comunque passati di fatto dai 15mila dipendenti del 2000 ai 4500 di oggi, come in una sorta di eutanasia che si traduce nel ridimensionamento della produzione – da 8 milioni di tonnellate alle 2 attuali – non risolve nessuno dei problemi, né quello sociale né quello ambientale”. “Cosa chiediamo? – continua Manna – la dismissione di impianti obsoleti, che continuano a essere vere e proprie pentole a pressione, e la riconversione dell’area, sul modello adottato per molti siti simili, in Germania, con una decarbonizzazione reale, che punti all’idrogeno verde, come in Svezia. E ancora: una bonifica reale del territorio, da attuare con il coinvolgimento degli operai”.

“Chiediamo il fermo immediato dell’attività industriale, lo smantellamento, la decontaminazione e la bonifica dell’intera area, a cura del personale della stessa acciaieria – taglia corto Castellana, con l’associazione Genitori tarantini – Non ci sono altre soluzioni, la decarbonizzazione è irrealizzabile”. Non molla l’energico circolo locale di Legambiente. “Abbiamo il diritto di conoscere il futuro dello stabilimento e il piano industriale dell’unico investitore rimasto in campo, auspicando che contenga impegni stringenti in merito alla realizzazione dei forni elettrici e alla completa decarbonizzazione”, dice Lunetta Franco, la presidente. “L’unica certezza – aggiunge – è la prossima ripartenza di un altoforno che si affiancherà a quello già in funzione, per una capacità produttiva di 4 milioni di tonnellate di acciaio. E visto che l’azienda sollecita il dissequestro dell’altoforno 1, che vuole rimettere in funzione, ci sembra chiaro si vada nella direzione opposta alla decarbonizzazione, con produzioni inquinanti e climalterante. Noi chiediamo si attivi intera filiera delle rinnovabili, che risolverebbe il problema ambientale sostenendo i livelli occupazionali”. Taranto da simbolo di crisi industriale a laboratorio europeo di siderurgia verde e lavoro sostenibile: pura utopia, a quanto pare.


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/ambiente/rss2.0.xml

Tagcloud:

La siccità è complice dell’aumento della resistenza agli antibiotici

“Sulle auto elettriche, l’Europa può colmare il divario con la Cina”