Il consumatore attento alle tematiche ambientali ed alla sostenibilità quando compra un prodotto al supermercato, forse direziona i suoi acquisti anche in base al packaging. Se la confezione è fatta con materiale riciclato o riciclabile e l’azienda manifesta con l’imballaggio la sua politica di circolarità, quei soldi si spendono più volentieri. Il problema è che il greenwashing dettato dal marketing si nasconde ovunque. Secondo un’inchiesta del giornale britannico The Guardian gli scaffali dei supermercati europei sarebbero pieni di marchi che pubblicizzano i loro imballaggi in plastica come sostenibili. Ma la realtà dei fatti, spesso, è lontana. Solo una minima parte dei materiali è realmente recuperata dai rifiuti, mentre il resto del materiale sarebbe prodotto da fonti fossili: il petrolio.
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Obiettivo del greenwashing, infatti, è far apparire i brand più sostenibili di quanto non siano in verità. Le aziende utilizzano confezioni dal design eco-friendly con una strategia che sfrutta la sensibilità dei consumatori verso l’ambiente per vendere. Secondo The Guardian diverse multinazionali utilizzano packaging in plastica realizzati dalla Sabic, divisione addetta alla produzione della plastica della compagnia petrolifera Saudi Aramco. Il quotidiano britannico sostiene che la holding statale saudita, nel 2023 avrebbe prodotto qualcosa come più di 70 milioni di tonnellate di emissioni inquinanti.
The Guardian sottolinea che per vendere il packaging come plastica sostenibile l’industria petrolchimica sta facendo ricorso alla pirolisi, il metodo più comune di riciclo chimico. Ma si tratta di un processo ad alta intensità energetica e di rilascio carbonico che converte i rifiuti plastici in materia prima riciclata: l’olio di pirolisi. A differenza del riciclo meccanico, dove la plastica viene sminuzzata e fusa, la pirolisi usa il calore per decomporre i rifiuti plastici in un olio instabile. Infatti, se fosse immesso puro negli impianti industriali li danneggerebbe.
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Sebbene la pirolisi sia presentata come un metodo per rigenerare la plastica, l’elevata tossicità e l’instabilità dell’olio ottenuto costringono in realtà i produttori a diluirlo massicciamente con nafta vergine derivata dal petrolio, con un rapporto di 5 a 95, rendendo l’intero ciclo estremamente energivoro e dipendente dai combustibili fossili. Se un’azienda introduce il 5% di olio di pirolisi (riciclato) e il 94% di nafta (fossile), queste si mescolano a livello molecolare. Una volta trasformate in plastica, è fisicamente impossibile distinguere quali molecole provengano dal rifiuto e quali dal petrolio.
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Dunque, per giustificare questa situazione di squilibrio, entra in gioco il meccanismo contabile che permette alle aziende di attribuire una piccola quota di materiale riciclato a specifici lotti di prodotto. Questo stratagemma legale consente di etichettare un imballaggio come “100% riciclato” anche quando è composto quasi interamente da materia prima vergine, creando così un’illusione di circolarità (l’articolo di The Guardian fa l’esempio del 95%) che ripulisce l’immagine dei grandi brand, soddisfa il marketing ma non riduce l’impatto ambientale reale.
Ora il tema è sotto la lente europea che deve decidere da quale parte stare: vicino all’industria o vicina ai cittadini europei? Infatti, il cuore della controversia normativa citata dall’inchiesta del Guardian ruota attorno alla revisione del Regolamento sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio, noto come PPWR, che si applicherà gradualmente a partire dal 12 agosto 2026, stabilendo obiettivi e scadenze; ma i criteri precisi per la plastica da pirolisi restano ancora da chiarire nei dettagli attuativi che la Commissione deve ancora definire.
Fonte: http://www.repubblica.it/rss/ambiente/rss2.0.xml

