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Oceani, risolto il mistero della plastica mancante: si è già trasformata in nanoplastica


I calcoli sulla quantità di rifiuti di plastica che riversiamo ogni anno nel mare non coincidevano, fino a oggi, con le osservazioni dirette effettuate sulla superficie degli oceani. Un’analisi guidata dai ricercatori del Royal Netherlands Institute for Sea Research e pubblicata sulla rivista Nature sembra aver risolto il mistero. Lo studio dimostra infatti che i rifiuti non sono affondati né sono stati rimossi da processi naturali sconosciuti, ma si sono degradati in nanoplastiche: frammenti di dimensioni inferiori al micrometro, talmente piccoli da risultare invisibili ai normali sistemi di rilevamento, ma presenti in quantità elevate lungo l’intera colonna d’acqua.

Il paradosso della plastica perduta

Per decenni, gli scienziati hanno notato un’anomalia nei dati ambientali: la somma della plastica osservabile in mare rappresenta solo una minima frazione di quella che, secondo le stime industriali e di consumo, abbiamo riversato per decenni negli oceani. Questo divario ha alimentato diverse ipotesi, che hanno cercato di spiegare il mistero individuando meccanismi che rimuovano la plastica dall’acqua o ne accelerino la degradazione e l’affondamento verso i fondali. La nuova analisi suggerisce invece una spiegazione alternativa: il problema potrebbe risiedere nella definizione stessa di ciò che cerchiamo. Con una serie di campionamenti effettuati tra le Azorre e le coste europee, i ricercatori sono infatti riusciti a individuare campioni di nanoplastiche in tutte le zone studiate, confermandone la natura utilizzando nuove tecniche di spettrometria di massa. Scalando i risultati all’intero Oceano Atlantico, hanno calcolato la presenza di circa 27 milioni di tonnellate di nanoplastiche, una cifra che supera di gran lunga la massa complessiva di micro e macroplastiche stimate precedentemente per la stessa area.

Inquinamento

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Una degradazione più rapida

Gli autori ipotizzano due fonti principali per la nanoplastica presente nell’oceano: nei pressi delle coste continentali, è probabile che venga trasportata in acqua dai fiumi e da altre fonti note di inquinanti, mentre in mare aperto è più probabile che venga prodotta dalla degradazione di micro e macroplastiche per azione del sole e del moto ondoso, evidentemente più in fretta di quanto ritenuto in precedenza. A prescindere dalla fonte, comunque, la quantità di nanoplastica presente negli oceani è molto superiore all’atteso. E rende ancor più urgente l’unico intervento possibile per ridurla: la prevenzione. “Le nanoplastiche già presenti in mare non potranno mai essere eliminate”, sottolinea Helge Niemann, ricercatrice del Royal Netherlands Institute for Sea Research e prima autrice dello studio. Per questo, è sempre più urgente puntare su normative che aiutino a ridurre la produzione di rifiuti e l’ingresso di plastica e microplastica nei fiumi e nei mari, prima che il problema delle nanoplastiche si faccia ancora più ingombrante: i modelli predittivi indicano che, senza un intervento radicale sulla produzione primaria, la concentrazione di queste particelle continuerà a crescere, rendendo la nanoplastica una componente permanente della chimica oceanica per i secoli a venire.


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/ambiente/rss2.0.xml

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