Per anni, scattando quasi sempre in Africa, Nick Brandt ha dedicato il suo lavoro di fotografo quasi esclusivamente agli animali. Quando nel 1995 si trovava in Tanzania per registrare il video di Michael Jackson di Earth Song la necessità di testimoniare e raccontare cosa stava succedendo alla natura, modificata e distrutta dalle azioni dell’uomo, diventò per lui una assoluta priorità. In vecchi reportage, come quello girato sul Lago Natron, attraverso la macchina fotografica si dedicò persino a “riportare in vita” gli animali stessi: raccoglieva i corpi di uccelli o pipistrelli deceduti, li ricollocava nell’ambiente e poi scattava riconsegnando loro la dignità perduta. Di recente, però, qualcosa è cambiato nella narrazione del prestigioso fotografo statunitense, oggi 62enne: al centro delle sue immagini non ci sono più soltanto gli animali ed elementi naturali, ma anche l’uomo. Il messaggio è chiaro: tra crisi climatica e perdita di biodiversità, stiamo navigando tutti sulla stessa barca. Un concetto che è perfettamente espresso nella nuova mostra che si terrà dal 18 marzo al 6 settembre 2026 alle Gallerie d’Italia di Torino, museo di Intesa Sanpaolo. Qui, con gli ultimi capitoli della saga “The Day May Break”, Brandt dall’Africa alle Fiji ci restituisce sia il senso di un destino comune, sia quello di una speranza (e soprattutto una necessità) di poter ancora invertire la rotta.
La mostra, curata da Arianna Rinaldo, racconta le evoluzioni del progetto “The Day May Break”, nato nel 2020 in piena pandemia e diventato una serie globale di ormai quattro capitoli in cui, soprattutto nella parte finale, si pone l’accento su “persone, animali e ambienti colpiti dalla distruzione ambientale in aree del mondo che risultano tra le meno responsabili del collasso climatico, ma che ne subiscono in modo sproporzionato le conseguenze”.
Il percorso espositivo, che comprende tutti e quattro i capitoli, si snoda fra 63 immagini in grande formato: l’ultimo capitolo è nuovo ed è stato commissionato da Intesa Sanpaolo. Come raccontano i curatori, “ogni capitolo è il risultato di mesi di preparazione, pianificazione e collaborazione con troupe locali che conoscono profondamente i territori e le comunità coinvolte. Le scene sono costruite con precisione, la luce e l’atmosfera nascono dall’attesa del momento perfetto e dalla capacità di rispondere agli elementi imprevedibili della natura. A queste fasi seguono lunghe settimane di stampa e selezione delle immagini, in un processo privo di scorciatoie, volto a stabilire un dialogo diretto e profondo con lo spettatore”.
Il primo capitolo, del 2021, è stato realizzato tra Kenya e Zimbabwe: un tuffo spesso in bianco e nero direttamente fra i danni del bracconaggio, i cambiamenti dell’habitat dove vivono rinoceronti ed elefanti e la distruzione di terre dove siccità, fenomeni meteo estremi ed espansione delle attività umane vengono descritte mostrando “animali e persone colpite dal cambiamento climatico” che “sono ritratti insieme nello stesso fotogramma in scene sospese e quasi surreali in grado di raccontare una dignità condivisa e un comune senso di perdita”.
Il secondo filone, che affronta temi come la perdita di biodiversità, la minaccia incendi e la carenza d’acqua, è invece frutto degli scatti in Bolivia del 2022. Impressionante e allo stesso tempo “magico” per molti aspetti è poi il terzo capitolo, realizzato nell’arcipelago delle Figi per guardare al futuro, che poi è in realtà già il presente: quello in cui l’innalzamento dei livelli del mare sta portando le isole, i cittadini e tutte le creature, a finire sommersi. Qui i protagonisti sono fotografati sott’acqua mentre compiono gesti quotidiani che “rappresentano le comunità che nei prossimi decenni perderanno terre, case e mezzi di sostentamento a causa dell’innalzamento del livello del mare. La bellezza dell’ambiente marino si accompagna a una tensione silenziosa: un presagio di perdita imminente”.
Infine, l’ultima parte è dedicata a “The Echo of Our Voices, Chapter Four” realizzato nel 2024 in Giordania su commissione di Intesa Sanpaolo: al centro ci sono i ritratti di famiglie di rifugiati siriani costrette a vivere in condizioni di sfollamento permanente e dove “il paesaggio desertico diventa simbolo della scarsità d’acqua aggravata dal cambiamento climatico”. Nello spazio espositivo sarà inoltre anche possibile osservare il dietro le quinte del lavoro di Brandt per comprendere i segreti del processo creativo e della produzione. Ogni mercoledì al museo si terranno poi eventi del programma #INSIDE con incontri gratuiti e il 18 marzo, giorno dell’apertura della mostra, alle 19 è previsto il firmacopie di Brandt che, attraverso il suo “appello urgente e silenzioso”, al tempo stesso “invita a riconoscere una verità spesso ignorata, ovvero che il destino degli esseri umani, degli animali e del pianeta è profondamente e indissolubilmente intrecciato” ricordano i curatori.
Brandt, “The Day May Break” è un atto d’amore per il pianeta. Pensa ci sia ancora tempo per fermare gli effetti della crisi climatica?
“Il grido d’allarme – secondo cui abbiamo solo pochi anni per cambiare rotta prima di raggiungere il punto di non ritorno – ormai purtroppo è diventato, a mio avviso, o un’illusione o un tentativo ben intenzionato di dare speranza alle persone. Ormai è troppo tardi per fermare il collasso climatico: è già tra noi. Lo dimostra la velocità con cui i disastri climatici si stanno manifestando in tutto il mondo, in modo più cupo, minaccioso e anticipato rispetto persino alle proiezioni degli scienziati del clima. Questo però non dovrebbe impedirci, nemmeno per un istante, di fare tutto il possibile per ridurre al minimo i danni. Possiamo ancora salvare ecosistemi fondamentali e innumerevoli vite. I costi del continuare a nascondere la testa sotto la sabbia – o addirittura negare il problema – sono inaccettabili sotto molti aspetti: ambientali ed etici, certo, ma anche in termini puramente pragmatici ed economici. I costi di oggi non saranno nulla rispetto a quelli che dovremo affrontare per riparare ai danni apocalittici dei decenni a venire”.
Come spiega la diffusione dei negazionismi?
“Rispondo con amarezza. Se il 99% dei medici ci diagnosticasse un cancro, crederemmo a loro. Non crederemmo all’1% dei medici che sostiene che forse non è così.Eppure è esattamente lo scenario che vediamo ripetersi. Naturalmente molto dipende dalle lobby industriali, che spingono i politici ad agire secondo i loro interessi per ottenere maggiori profitti, e da troppe persone disinformate che credono ciecamente a queste narrazioni. Industrie, politici e media compiacenti che praticano un ostruzionismo deliberato e diffondono intenzionalmente disinformazione stanno permettendo – e permetteranno – che miliardi di animali e persone soffrano e muoiano, con conseguenze che dureranno per secoli. Mettere a rischio il futuro del pianeta per il proprio tornaconto politico a breve termine e per il profitto è, a mio parere, un crimine senza precedenti nella storia dell’umanità. Eppure, nel caso dei politici, questi individui sono stati eletti democraticamente. È quindi tempo di mandarli via democraticamente. Dobbiamo votare contro quei politici che condannerebbero il mondo a morte e sostenere invece coloro che sono realmente impegnati nelle cause ambientali e che sono pronti a opporsi alle lobby industriali, il cui unico sistema di valori sembra essere il profitto a tutti i costi”.
Come ha avuto l’illuminazione degli scatti subacquei nelle Fiji?
“Nei prossimi decenni l’innalzamento del livello del mare diventerà sempre più significativo a causa del riscaldamento globale. Ho semplicemente voluto affrontare questo problema estremamente importante attraverso la fotografia, e questo mi è sembrato un modo efficace per farlo”.
In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale è sempre più diffusa, teme l’impatto di immagini che possono rappresentare mondi e storie che non esistono, rischiando di fuorviare il pubblico?
“Assolutamente sì. L’intelligenza artificiale è, sotto molti aspetti, una sorta di pericoloso cancro per l’umanità e per il pianeta. Potrei parlarne a lungo, ma mi limito a un breve commento sugli aspetti etici e ambientali: il furto di immagini protette da copyright per generare altre immagini è, per me, una questione profondamente etica. Dal punto di vista ambientale, inoltre, c’è il consumo enorme di energia e acqua dei data center dell’intelligenza artificiale, che rischia di annullare i progressi fatti nella lotta contro le emissioni responsabili del cambiamento climatico”.
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