Storicamente i boschi d’alta quota sono sempre stati al riparo dal caldo e dalla siccità estiva. Non è più così, almeno in Svizzera: persino le foreste sopra i 2mila metri, fondamentali per proteggere gli abitanti delle vallate elvetiche da frane, alluvioni e colate di fango, sono infatti in declino. A rivelarlo è uno studio dell’Università di Berna, pubblicato sulla rivista Frontiers in Forests and Global Change.
Uno scudo naturale
I boschi d’alta quota sono una fonte di protezione fondamentale per le comunità alpine. Sulle pendenze più scoscese, la presenza di fusti robusti e apparati radicali profondi arresta la caduta dei massi, trattiene la neve prevenendo le valanghe e stabilizza i versanti contro l’erosione causata dalle precipitazioni estreme. Finora si riteneva che le foreste della fascia subalpina, situate tra i 1.200 e i 2.200 metri sul livello del mare, non subissero gli effetti dannosi delle estati sempre più calde e secche, per via delle temperature più rigide garantite dall’altitudine.
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Anzi, si pensava che gli alberi nella fascia subalpina avrebbero tratto beneficio dall’aumento delle temperature, a differenza dei boschi collinari e montani. I dati raccolti nell’arco di quattro decenni raccontano però una dinamica differente. Con il riscaldamento globale, anche gli alberi d’alta quota sono diventati sempre più “assetati”, e oggi in estate esauriscono rapidamente le riserve d’acqua nel suolo, subendo uno stress idrico senza precedenti.
Quarant’anni di monitoraggio
Per valutare l’evoluzione dello stress da siccità in alta montagna, i ricercatori dell’Università di Berna hanno analizzato i rilievi effettuati tra il 1983 e il 2022 nell’ambito dell’Inventario forestale nazionale svizzero. Lo studio ha valutato il diametro degli alberi situati in centinaia di “parcelle campione” di 200 metri quadrati che non hanno subito nel periodo studiato danni da incendio o interventi di abbattimento selettivo. In questo modo, hanno ottenuto un’analisi affidabile dello stato di salute delle foreste svizzere.I risultati evidenziano una generalizzata tendenza al declino.
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Nella fascia collinare – la più colpita dagli effetti del riscaldamento globale –, tra i 282 e i 1.184 metri, la quota di parcelle campione in sofferenza è salita dall’11,1% del 1983 al 30,4% del 2022. Nella fascia montana inferiore e superiore (600-1.648 metri) la percentuale di boschi degradati ha registrato una crescita più contenuta, passando dal 17,4% al 21,4% alle quote più basse, e mantenendosi stabile intorno al 10,8% in quella superiore.
Nella fascia subalpina la percentuale di aree degradate ha raggiunto invece il minimo, compreso tra il 10,3% e il 15,3%, a cavallo tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila, ma è poi cresciuta rapidamente, arrivando in pochi anni fino al 18,8%. A partire dal 2017, la correlazione storica tra quota elevata e minore severità dello stress idrico è di fatto scomparsa.
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Le foreste cambiano
“Non vale più la regola che gli alberi alle altitudini più elevate sono al riparo dagli effetti peggiori delle siccità estive”, spiega Estelle Noyer, ricercatrice dell’Università di Berna che ha collaborato allo studio. “Anche a 2.200 metri di quota, il numero di alberi per ettaro si riduce a causa del declino o della morte dei soggetti più imponenti, provocando un progressivo deterioramento di questi preziosi boschi di protezione”.
La scomparsa selettiva delle piante più vulnerabili sta modificando la composizione strutturale delle foreste alpine. Oggi questi boschi sono composti da piante più resistenti alla siccità, per specie o per dimensioni. Alberi che però sono anche più suscettibili ad eventi siccitosi che si ripetono in rapida successione, come capita sempre più spesso negli ultimi anni. Per contenere l’impatto dei cambiamenti climatici sul dissesto idrogeologico, gli autori sottolineano quindi la necessità di adottare strategie di gestione forestale adattiva volte a favorire strutture boschive diversificate e multistrato lungo tutto l’arco alpino europeo.
Fonte: http://www.repubblica.it/rss/ambiente/rss2.0.xml

