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Microplastiche nel corpo umano, i ricercatori frenano


“Quello studio sulla diffusione delle microplastiche nel cervello umano è una barzelletta”. Lapidario il commento di Dušan Materić, ricercatore presso l’Helmholtz Centre for Environmental Research, in Germania. Una ricerca, pubblicata all’inizio dell’anno scorso e diventata emblematica della nuova “emergenza inquinamento”, quella appunto legata a microscopici frammenti di plastica, capaci di contaminare non solo l’ambiente ma anche i tessuti più delicati del corpo umano. Tanto da essere in cima alla lista delle scoperte fatte nel 2025 nel riepilogo di fine anno dei giornali. Ma se la maggioranza della comunità scientifica è concorde nel mettere in guardia dalla diffusione delle plastiche, non tutti i ricercatori specializzati in questo settore condividono gli allarmi, sempre più frequenti, sulla presenza di micro e nanoplastiche nel sangue, nei testicoli, nella placenta, perfino nel cervello.

Sotto accusa la fretta di pubblicare paper scientifici senza le necessarie verifiche, le possibili contaminazioni nei laboratori, il fatto che alcuni prodotti cellulari possono essere facilmente scambiati per microplastiche. E allora cosa sappiamo davvero sulla plastica dentro di noi? “La letteratura scientifica degli ultimi anni concorda su un punto di partenza. Le microplastiche e, in misura ancora maggiore, le nanoplastiche possono entrare nel corpo umano attraverso tre vie principali: ingestione, inalazione e, in misura minore, contatto cutaneo”, risponde Alessandro Miani, presidente della Società Italiana di Medicina Ambientale (Siam). “Studi indipendenti hanno individuato particelle plastiche nel sangue, nei polmoni e nella placenta, suggerendo che una parte di queste particelle sia effettivamente in grado di superare alcune barriere biologiche. Detto questo, la capacità delle microplastiche di accumularsi stabilmente nei tessuti e di produrre effetti clinicamente rilevanti resta una questione aperta”. Concorda Leonello Attias, direttore del reparto Valutazione del pericolo e del rischio chimico presso il Centro nazionale sostanze chimiche dell’Istituto Superiore di Sanità: “Gli effetti dannosi sono ancora tutti da valutare. E possono dipendere, oltre che dalla quantità di microplastiche assorbite dall’organismo umano e dagli organi in cui si accumulano, anche dalla composizione chimica delle plastiche stesse”.

“Le plastiche”, gli fa eco Miani, “possono veicolare additivi chimici, come ftalati e bisfenoli, noti interferenti endocrini, oltre a metalli pesanti e contaminanti ambientali assorbiti sulla loro superficie”. Per questo dal 2023 l’Unione europea ha bandito una serie di composti in settori che fanno uso di microplastiche o ne generano a lungo andare, per esempi l’industria cosmetica. “L’Istituto Superiore di Sanità ha partecipato al lavoro preliminare su cui si basa l’attuale normativa europea”, spiega Attias. “Il problema è che in altre aree del mondo non c’è la stessa attenzione. E che non si può fare nulla per gli oggetti in plastica prodotti in passato e che degradandosi producono microparticelle capaci di penetrare nel corpo umano”. Con quali possibili conseguenze sulla nostra salute? “Gli studi sperimentali suggeriscono possibili effetti su processi infiammatori, stress ossidativo, risposte immunitarie e alterazioni endocrine”, spiega Miani. “In modelli animali e cellulari sono state osservate associazioni con disfunzioni metaboliche, riproduttive e cardiovascolari. Tuttavia, negli esseri umani non esistono ancora prove solide di un nesso causale diretto tra esposizione a microplastiche e specifiche patologie”. Ma se le conseguenze sono tutte ancora da valutare, c’è un problema a monte: l’incertezza sulle misure delle microplastiche presenti nei tessuti biologici.

“E’ una delle sfide più complesse della ricerca ambientale contemporanea”, conferma il presidente della Siam. I metodi più utilizzati includono tecniche spettroscopiche. Ma prima i campioni biologici devono essere sottoposti a processi di digestione chimica per rimuovere il materiale organico. È proprio in questa fase che si concentrano molte delle criticità: la minima contaminazione ambientale o una digestione incompleta del tessuto possono alterare in modo significativo i risultati. Inoltre, alcuni tessuti umani, in particolare quelli ricchi di lipidi, quando vengono analizzati con metodi termici come la pirolisi, possono generare segnali chimici simili a quelli prodotti dalla degradazione delle plastiche comuni. In altre parole, ciò che lo strumento rileva potrebbe non essere plastica, ma sottoprodotti della decomposizione del tessuto stesso”. E’ per tutti questi motivi che diversi esperti, come per esempio il dottor Dušan Materić, ritengono che una parte delle stime più allarmanti pubblicate negli ultimi anni possa essere stata sovrastimata. “Questo non invalida l’intero campo di ricerca, ma indica la necessità di standard più rigorosi e di una fase di consolidamento dei dati”. E la polemica di queste ore su articoli scientifici “da barzelletta” e la eco che hanno sui media? “La discussione in corso non nega l’esposizione”, conclude Miani. “Ma invita a una lettura più prudente delle affermazioni sulla ‘contaminazione sistemica’ del corpo umano, che oggi non può essere considerata dimostrata in modo definitivo”.


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/ambiente/rss2.0.xml

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