in

Microplastiche nei pesci delle Fiji, le isole più inquinate


Quando pensiamo a isole esotiche, nel mezzo dell’oceano, ricche di bellezze naturali ed animali, non viene in mente, che anche queste mete lontane siano vittime dell’inquinamento. Soprattutto, da microplastiche. Eppure anche alle isole Fiji, come a Tonga, Tuvalu e Vanuatu nel Pacifico, sono afflitti da questo problema sempre più urgente da affrontare. Ad evidenziarlo un recente studio scientifico, che ha preso in esame 878 pesci appartenenti a 138 specie per rivelare, che anche in questa parte del mondo, i pesci ingeriscono microplastiche.

Inquinamento

Le microplastiche stanno trasformando le nostre acque in trappole tossiche

Le Fiji sono le isole con il livello di contaminazione più elevato, il 74,5%: polipropilene, polietilene, polietilene tereftalato e nylon sono le plastiche dominanti in tutti e 4 i paesi esaminati. La pubblicazione dello studio realizzato dall’Università del Pacifico del Sud sulla rivista Plos One, svela che circa un terzo dei pesci costieri che abitano le acque vicino ai paesi insulari del Pacifico durante la loro vita hanno ingerito microplastiche, particelle di plastica più piccole di 5 mm.

Pesci di Tuvalu, Isole Fiji (Brian Stockwell, CC-BY 4.0) 

La ricerca mette in evidenza l’importanza di estendere il monitoraggio ai Paesi e Territori insulari del Pacifico (PICT), fino ad oggi poco rappresentati nel problema globale delle microplastiche, con l’obiettivo di comprendere meglio i fattori di contaminazione pervasiva anche negli ecosistemi insulari. Sebbene siano stati condotti altri studi indipendenti, tra cui oltre alle Fiji, anche la Polinesia francese e le Isole Salomone, queste indagini mancano di coordinamento regionale e metodologie standard, impedendo confronti significativi.

Inquinamento

Le microplastiche possono influire sulla salute degli oceani

Sebbene questi paesi siano geograficamente remoti, secondo i ricercatori, la presenza di particelle di plastica è la conseguenza di una rapida crescita urbana, combinata con sistemi di gestione dei rifiuti e delle risorse idriche inadeguati. Infatti, queste particelle – spesso derivanti dal lavaggio domestico di capi sintetici e dall’usura di reti da pesca in nylon – passano attraverso i comuni sistemi di filtraggio. Questo significa che l’inquinamento non arriva solo dai fiumi, ma direttamente dagli scarichi urbani, rendendo le aree densamente popolate delle Fiji così contaminate.

Gli abitanti di queste comunità costiere nel Pacifico sono fortemente dipendenti dal pesce, sia per alimentazione che per reddito derivato dalla pesca ed industria ittica. E qui, come in altri parti del mondo in cui il consumo di pesce è molto elevato, crescono le preoccupazioni sugli effetti a lungo termine del consumo alimentare. “Abbiamo scoperto che i pesci che vivono sulla barriera corallina e che si nutrono di fondale, più accessibili ai nostri pescatori di sussistenza, fungono da serbatoi di inquinamento sintetico, in particolare alle Fiji, dove quasi tre quarti degli individui campionati contenevano microplastiche. La predominanza di fibre in questi campioni mette in discussione l’ipotesi che i rifiuti marini siano solo un problema visibile di gestione costiera; indica una pervasiva infiltrazione di contaminanti derivati da tessuti e attrezzature nella dieta stessa delle nostre comunità”, spiega uno degli autori dello studio, Rufino Varea.

La polemica

Microplastiche nel corpo umano, i ricercatori frenano

Insomma, il problema sembra molto più esteso di quello che si credeva. Infatti, la media di contaminazione dei pesci alle Fiji è molto più alta della media globale che si attesta intorno al 49%. Al contrario, solo il 5% circa dei pesci campionati a Vanuatu ha mostrato tracce di contaminazione da microplastiche. Forse perché, l’isola di Vanuatu è stato uno dei primi paesi al mondo a vietare le plastiche monouso (già dal 2018). Questi dati dunque, suggeriscono che una legislazione nazionale rigorosa, unita a una gestione dei rifiuti più capillare, può effettivamente proteggere la catena alimentare locale.

Le specie più colpite dall’inquinamento da microplastiche sono i pesci di barriera e quelli che si nutrono sul fondale, come l’imperatore e la triglia. D’altronde se si stima che tra le 11 e 14 milioni di tonnellate di plastica finiscano in mare ogni anno (fonti: IUCN e UNEP) e che le microplastiche si stiano accumulando massicciamente nelle profondità oceaniche, oltre i 2.000 metri, tutto torna. Purtroppo.

Inoltre, lo studio dell’università del Pacifico ha messo in risalto anche un altro aspetto: le abitudini alimentari dei pesci contaminati. Quelli che vivono vicino ai fondali marini hanno maggiori probabilità di contenere microplastiche rispetto ai pesci lagunari o a quelli in mare aperto. Questo perché la colonizzazione di alghe e batteri, rende i frammenti più pesanti e affondano, depositandosi sul letto marino che funge da deposito finale. I pesci che abbiamo citato, vivono a stretto contatto con il fondale e per loro, distinguere una minuscola fibra di nylon da un piccolo verme diventa quasi impossibile. Invece in mare aperto, le microplastiche sono più disperse dalle correnti. E anche le specie che si nutrono di invertebrati, come crostacei e molluschi – organismi filtratori che ingeriscono grandi quantità di acqua e sabbia – hanno mostrato tassi di contaminazione più elevati rispetto ad altri pesci. Oltre ad accendere una luce sul problema, gli accademici chiedono con urgenza un “Trattato Globale sulla Plastica, che imponga limiti rigorosi alla produzione primaria di plastica e agli additivi tossici, poiché questo è l’unico modo praticabile per salvaguardare la salute e la sicurezza alimentare delle popolazioni del Pacifico”.


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/ambiente/rss2.0.xml

Cosa ci insegnano le balene franche su come l’uomo sta cambiando i mari

La vita “segreta” degli insetti del legno nelle loro città sotterranee