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Marco Paolini: “Il paesaggio è la nostra memoria”


Un viaggio lungo il corso del fiume Piave: dalla Marmolada, ghiacciaio diventato emblema della crisi del clima fino al mar Adriatico sempre più caldo e popolato da specie “aliene”. Attraversando territori segnati dalle trasformazioni ambientali, Marco Paolini attore e autore teatrale porta in scena Mar de Molada. Mettendo al centro la fragilità dell’equilibrio naturale e la necessità di creare una maggiore consapevolezza ecologica, lo spettacolo che verrà presentato sul palco in chiusura del Festival di Green&Blue, il 6 giugno alle ore 21, invita a riflettere.

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Attraverso racconti, testimonianze, musica Paolini costruisce una storia che unisce passato e presente. Denuncia civile e ironia. Il tema delle responsabilità umane sull’ambiente ricorre negli spettacoli di Marco Paolini fin dai tempi di Il racconto del Vajont che ricostruisce la tragedia del 1963 causata dal crollo del Monte Toc nella diga bellunese. Anche in questo caso la memoria collettiva, si intreccia alla sensibilizzazione civile e all’impegno ecologico. Dove fiumi, montagne e paesi non fanno solo da sfondo al racconto, ma sono loro stessi protagonisti della storia.

Da dove nasce l’idea del racconto “Mar de Molada”?

“Nasce da La Fabbrica del Mondo, il progetto pensato da Jolefilm in collaborazione con Telmo Pievani per Rai. Da quelle tre puntate dedicate all’Agenda 2030 delle Nazioni Unite non abbiamo smesso di costruire cantieri e opere con un filo rosso che li legava insieme. Il vero salto però è stato l’evento corale di Vajont nel 2023: la grande risposta dei teatri alla chiamata ci ha fatto capire quanto sia importante il lavoro di rete”.

E in che modo dialoga con i suoi lavori precedenti?

Mar de Molada è il seguito di Il racconto del Vajont. Nel 2024 siamo ripartiti proprio dalla valle del Piave per coinvolgere in quattro tappe di teatro campestre: decine di attori, coristi e migliaia di spettatori lungo le rive. Questo che presentiamo è anche il racconto di quel viaggio”.

Nei suoi spettacoli la memoria collettiva è un tema centrale. Anche in questo spettacolo?

“La memoria non basta più, serve imparare dal futuro, per farlo occorre imparare a “paesaggire” come diceva il poeta Andrea Zanzotto”.

Quanto è importante oggi raccontare i territori di montagna?

«La montagna è un altrove un po’ troppo alla portata, un altrove un po’ comodo diciamo… Preferisco immaginare la geografia come un insieme di bacini irrorati da fiumi, così più che una montagna e una pianura, preferisco immaginare una valle che inizia in alto e finisce al mare”.

Lei che ha raccontato spesso l’impatto della crisi climatica sulla vita quotidiana, ci può spiegare se in teatro, per affrontare questi temi, ha dovuto utilizzare un linguaggio diverso? Cambiare, ad esempio, il ritmo del racconto?

“I linguaggi del teatro sono pratiche al servizio dell’attore che ne fa un uso personale, non credo ci sia un nesso automatico tra il testo e il ritmo, tra il tono e il contenuto. È difficile capire questa spiegazione teorica, ma per fortuna in pratica è più facile per chi fa il mestiere capire se funziona o no, e, quando non funziona, porvi rimedio”.

Dai tempi dello spettacolo “Vajont”, cosa è cambiato nella consapevolezza collettiva e secondo lei il teatro può ancora avere una funzione civile forte?

“Dal tempo in cui ‘Vajont’ è stato trasmesso in televisione, trent’anni fa, è diminuita la tensione sociale, la forza di coesione e anche la voglia di ascoltare a lungo la stessa storia, perché siamo cambiati tutti, siamo incantati dal nostro mondo “tutto intorno a te”, ma questo rende solo più invitante la sfida di provarci”.

Secondo lei, le nuove generazioni si riconoscono in questo tipo di racconto?

“Non è mai un problema generazionale, questo è un falso problema. Cerchiamo altrove i “perché non ci si capisce”, come ho detto sopra, questa è la sfida da giocarsi sul campo”.

Qual è stato (se c’è stato) un passaggio più difficile nella costruzione dello spettacolo?

“La cosa più difficile è stato l’editing: niente è più faticoso e difficile di essere contenti di un lavoro finito, niente è più fastidioso e affascinante del rimetterci mano continuamente. Questa per me è la differenza tra un’opera teatrale e un film, un libro o una scultura. Io ho scelto di fare un mestiere profondamente imperfetto, che però ti dà tempo di rifare e rifare ancora, cercando l’impossibile perfezione”.

Cosa spera resti al pubblico che viene a vedere Mar de Molada?

“Spero che resti allegria e voglia di fare”.


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/ambiente/rss2.0.xml

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