Un armadio aperto a tutti senza serrature e porte. Dove famiglie e studenti, uomini e donne si ritrovano per scambiarsi non solo vestiti per bambini, giocattoli, libri e oggetti per la casa, ma si riconoscono per uno stile di vita comune. Simbolo non di solidarietà (oppure non solo), ma di pratiche virtuose di economia circolare. In pratica si traduce in gesti, i valori di sostenibilità, le proprie idee. Tutto questo avviene in un luminoso appartamento al primo piano di un palazzo in uno dei quartieri storici di Roma, tra la stazione Termini e l’univrsità La Sapienza, dove non si accede solo per “necessità”, ma perché se ne condivide lo spirito. Non è un negozio e nemmeno un’associazione, ma un ecosistema. Così hanno deciso di definirsi il gruppo di donne che dal 2015 hanno creato una rete sociale dove il riuso, non è un rapporto tra chi “dona” e chi “riceve”, ma è una scelta di vita.
La decisione
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Dalla beneficenza alla scelta
Tutto è iniziato in un piccolo locale dove le volontarie raccoglievano oggetti e vestiti da consegnare a chi era in difficoltà, poi hanno capito che quegli oggetti di seconda mano erano in realtà, la via giusta per mettere in pratica un nuovo stile di vita. Per chiunque, non solo per chi vive un momento complicato, ma per chi ha deciso di cambiare i propri consumi. “Accedere all’Armadio senza chiavi, significa condividerne lo spirito”, spiegano le volontarie. Passare dalla solidarietà al diritto di scelta ha dato vita al vero cambiamento. E piano piano negli anni sono arrivati in tanti, persone che avevano la stessa idea di vivere senza sprechi. Ma questo luogo dove mettere in pratica l’economia circolare come gesto quotidiano, si è via via trasformato diventanto il centro in cui creare relazioni. Sì perché ad un certo punto studenti, residenti e volontari che partecipavano attivamente alle iniziative di “L’armadio senza chiavi” alla fine si sono resi conto che si ritrovavano anche fuori allacciando rapporti con altre realtà della città.
Attenzione però non si tratta di svuotare armadi o cantine, ma di mettere in pratica un processo di educazione reciproca. “Chi dona deve essere consapevole che è parte attiva di un ciclo di riuso. Questo è un luogo dove viene garantito il diritto alla scelta”, spiegano le volontarie che hanno deciso di operare in piena autonomia. Così anche gli abiti o i giocattoli che arrivano con qualche difetto vengono riparati, trasformati. Ora è stata aperta una pagina Facebook, un modo per uscire dal quartiere ed estendere la rete. Funziona, visto che sono riuscite in brevissimo tempo a preparare 16 buste per i bambini provenienti da Gaza e le loro famiglie arrivate a Roma.
L’indagine
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Come funziona
Attraverso i social ci si mette in contatto con le volontarie di “L’armadio senza chivi”: si può prendere un appuntamento oppure venire direttamente. Non è obbligatorio portare anche le proprie cose da scambiare, si può semplicemte scegliere oggetti di cui si ha bisogno. Un po’ come una volta si passavano i vestiti tra fratelli e sorelle più grandi. Solo che questo scambio avviene in una città grande come Roma.
Fonte: http://www.repubblica.it/rss/ambiente/rss2.0.xml

