Che siano indispensabili per il benessere del pianeta non ci sono dubbi, così come è certo che da decenni sono sottoposte ad attività che ne alterano l’equilibrio. Sono le foreste tropicali, pur ospitando circa il 77% delle specie arboree e il 62% delle specie di vertebrati conosciute sulla Terra, sono sempre più sotto pressione a causa dell’intensificazione dell’uso del suolo, i cambiamenti climatici, la deforestazione incontrollata per la conversione in terreni agricoli. Al punto che circa il 60% delle foreste tropicali è considerati già “perduto” o “gravemente degradato”. Gli scienziati però restano convinti che se vogliamo salvare la biodiversità a livello globale bisogna invertire questa tendenza. Bisogna capire come ripristinare le funzioni vitali di una foresta e quanto tempo ci vuole perché torni ad essere un sistema vitale. E non si tratta solo di piantare alberi, ma di ricostruire ecosistemi complessi e resilienti. “Investire in queste strategie significa proteggere il futuro della biodiversità. Rappresenta un’urgente sfida globale, che rispecchia gli obiettivi posti dal Decennio delle Nazioni Unite (ONU) per il ripristino degli ecosistemi”.
Rigenerazione naturale assistita
Ora un nuovo studio condotto dall’Università di Darmstadt, in Germania e pubblicato su Nature accende una speranza: le foreste pluviali, se non completamente compromesse, stanno dimostrando una forte capacità di ricrescita spontanea. A patto che vengano ripristinate le aree colpite sia dalla deforestazione che dall’uso intensivo. Sì perché, nonostante la loro forza questi ecosistemi rimangono vulnerabili soprattutto se il suolo è stato danneggiato in maniera grave. Vanno rigenerate. Un sistema che si chiama: rigenerazione naturale assistita.
Le buone notizie arrivano dunque da uno studio che ha analizzato il ripristino di una foresta secondaria (ossia ripristinata dopo la deforestazione) in Ecuador, che gli scienziati hanno visto riprendersi in tempi “rapidi” e in modo sostanziale. “Dimostriamo – scrivono nella ricerca pubblicata su Nature – l’importanza della protezione delle foreste secondarie per arrestare e invertire la perdita di biodiversità a livello globale”. Visto che oggi il 70% delle foreste tropicali è secondario, la loro conservazione può contribuire davvero in modo sostanziale al raggiungimento degli obiettivi globali di conservazione della biodiversità.
Emissioni
Un deserto in Cina “rifiorisce” e contribuisce a catturare anidride carbonica
Ripristino del suolo economicamente vantaggioso
Nella foresta pluviale di pianura del Chocó in Ecuador i ricercatori hanno visto che le specie hanno recuperato in media oltre il 90% sia della loro popolazione che di biodiversità. Non solo nel giro di 30 anni erano diventate simili al 75% alle foreste primarie. “Il recupero completo richiede invece diversi decenni. Poiché la maggior parte delle foreste tropicali secondarie in tutto il mondo ha meno di 10 anni e viene disboscata a brevi intervalli, non riesce a esprimere appieno il suo potenziale come risorsa per la conservazione e serbatoio di biodiversità”.
“Nel complesso – scrivono – i nostri risultati sottolineano che la rigenerazione naturale è economicamente vantaggiosa. L’abbandono dei terreni agricoli rappresenta una potente strategia di ripristino per i paesaggi tropicali con agricoltura su piccola scala, al fine di raggiungere gli obiettivi del Decennio delle Nazioni Unite per il ripristino degli ecosistemi”.
Lo studio
Gli alberi giganti dell’Amazzonia resistono al clima e diventano più grandi
I tempi di recupero degli animali e degli alberi
Durante la ricerca nella foresta pluviale di pianura del Chocó in Ecuador è stata divisa in appezzamenti di studio: alcuni sono stati riattivati come pascoli altri con alberi di cacao, i due utilizzi più frequenti del suolo in quella regione.
I tempi di recupero sono stati diversi: per molti gruppi di animali sono risultati più brevi nelle ex piantagioni di cacao rispetto ai pascoli, “il che indica che queste aree dovrebbero essere prioritarie per la rigenerazione naturale”. Le comunità animali che hanno mostrato di essere più resistenti cono quelli che agiscono come dispersori di semi (uccelli e pipistrelli) e impollinatori (api), rispetto agli alberi che hanno presentato livelli di resistenza più bassi. “L’effetto positivo di questi gruppi animali sulla rigenerazione forestale è stato evidente”. Falene, uccelli terricoli e mammiferi terricoli si sono invece ripresi con tempi simili a quelle degli alberi poiché i predatori prendono di mira i grandi vertebrati che vivono a terra, la loro ripresa è stata più lenta”.
Il turismo rigenerativo: cos’è e perché fa bene ad ambiente e comunità locali
Perchè è importante
Gli scienziati tedeschi spingono ad approfondire questo tipo di ricerca sulle foreste pluviali secondarie perché “raggiungono rapidamente una forte somiglianza con le foreste vetuste in tutti i gruppi studiati in soli 30 anni, anche per quanto riguarda la composizione delle specie, sottolineando l’elevato potenziale di rigenerazione naturale dei paesaggi a mosaico tipici della deforestazione non pianificata causata dai piccoli agricoltori. Dimostriamo che la conservazione delle foreste secondarie ripristina rapidamente e in modo sostanziale la biodiversità. Non solo. L’elevata resistenza dei dispersori di semi e degli impollinatori unita a un alto tasso di ritorno della maggior parte delle specie contribuisce al rapido recupero della diversità nelle foreste tropicali. Ipotizziamo che l’elevata resistenza e i tassi di ritorno di api, pipistrelli e uccelli frugivori svolgano un ruolo chiave e che siano i motori, piuttosto che i passeggeri, del recupero degli alberi. Poiché la maggior parte delle foreste tropicali secondarie in tutto il mondo ha meno di 10 anni e viene disboscata a brevi intervalli bisogna estendere i tempi di realizzazione dei piani di gestione forestale a diversi decenni. Questo è essenziale per raggiungere gli obiettivi di conservazione della biodiversità”.
Fonte: http://www.repubblica.it/rss/ambiente/rss2.0.xml

