Lo chiamano Homogenocene. E la parola è arrivata ancor prima dell’ormai gettonatissima Antropocene, a testimonianza di un fenomeno chiaro da tempo agli scienziati. Viviamo un’era in cui la perdita, progressiva ma inesorabile, della biodiversità – si estinguono fino a 150 specie al giorno – si accompagna alla proliferazione di specie considerate generaliste, in primis piccioni, ratti e scarafaggi. La conseguenza? La fauna che abita il pianeta diventa sempre più uniforme: per l’appunto, omogenea. Un luogo sempre più indistinguibile dall’altro: non è (più) la fauna a lasciarci capire in quale emisfero siamo, a quale latitudine, in quale metropoli. E non è un bene per nessuno, naturalmente. Men che meno per i nostri ecosistemi, che invece beneficerebbero della ricchezza di specie, circostanza che favorisce equilibrio, stabilità e capacità di adattamento agli ambienti naturali. E invece.
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“E invece rischiamo di vivere su un pianeta in cui poche specie si adattano all’ambiente da noi modificato, a discapito delle altre, che spariscono o diminuiscono in modo consistente”, annuisce Nicola Bressi, naturalista e zoologo del Museo Civico di Storia Naturale di Trieste. “Scriveva Konrad Lorenz che ogni singolo stagno o laghetto è diverso dall’altro, per specie che ne popolano l’ecosistema. Ecco, oggi non è più così: le specie forti, quelle che si adattano, sono sempre le stesse. Così, a luglio ero al parco di Monza circondato da scoiattoli americani, tartarughe palustri americane, gamberi della Louisiana, pesci rossi asiatici e zanzare tigre. E quando sono volato a Bangkok, dopo dieci ore di viaggio le prime due specie in cui mi sono imbattuto sono state i piccioni domestici e lo scarafaggio rosso. Potevo benissimo essere a Roma”.
La questione è complessa, ma non nuova. I naturalisti hanno già rilevato come a fronte del ritorno di orsi e lupi sulle montagne italiane, siano quasi scomparse donnole, ermellini, puzzole e linci. E nel Mediterraneo a fronte di una consistente avanzata demografica dei tursiopi, i delfini comuni sembrano essere diventi molto meno comuni. Ancora: c’è chi evidenzia come creature specializzate che occupano una nicchia ecologica molto specifica, come il curioso rallo dell’isola Inaccessibile (Laterallus rogersi), il più piccolo uccello incapace di volare al mondo, endemico dell’omonima e remota isola nell’Atlantico meridionale e scomparso dagli anni ’70, siano state sostituite da specie generaliste più adattabili, come le manguste, importate nelle Fiji dagli esseri umani nel 1800. In effetti spesso sono proprio le specie aliene a vincere, su quelle autoctone, come confermando – fotografando su The Conversation l’era dell’Homogenocene, i paleobiologi Mark Williams e Jan Zalasiewicz dell’Università di Leicester: “In tutto il pianeta, piante e animali peculiari stanno scomparendo, sostituiti da specie abbastanza fortunate da prosperare accanto agli esseri umani e da viaggiare facilmente con noi”, annotano. Un rimescolamento della biodiversità che trova conferma dalle teche dei musei, piene di animali estinti.
“E intanto pesci d’acqua dolce stanno diventando sempre più simili tra loro, perché le barriere naturali che un tempo tenevano separate le popolazioni – cascate, bacini fluviali, limiti di temperatura – vengono di fatto sfumate o eliminate dall’attività antropica, basti pensare alle carpe comuni introdotte deliberatamente nei laghi per la pesca sportiva, o ai pesci gatto liberati dagli acquari domestici che oggi prosperano in fiumi a migliaia di chilometri dal loro habitat originario”.
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Scompaiono, a migliaia, le specie di molluschi, spesso vittime della competizione con specie invasive: basti pensare a casi della lumaca gigante africana (Lissachatina fulica), oggi presente un po’ ovunque, dalle Hawaii alle Americhe, richiestissima come ‘pet’, oppure alla lumaca mela (Pomacea canaliculata), una specie d’acqua dolce originaria del Sud America, oggi ampiamente diffusa – con effetto domino devastante – nel sud-est asiatico, dopo la sua introduzione negli anni Ottanta. “Certo, non tutti i cambiamenti alla vita causati dagli esseri umani sono disastrosi. – spiegano i paleobiologi – In alcuni luoghi, specie non native si sono integrate senza problemi negli ambienti esistenti, arrivando persino ad aumentare la biodiversità locale. E in altri contesti l’uomo ha avuto un ruolo decisivo nel favorire la fauna selvatica, aumentando la varietà di animali e piante negli ecosistemi tagliando o bruciando la vegetazione dominante e permettendo così a una maggiore varietà di specie di prosperare”.
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Ma l’Homogenocene ci pone una serie di interrogativi, oggi più che mai. “Nel prossimo futuro dovremo sostenere la fauna selvatica, per esempio modificando i modelli agricoli che ci hanno portato a un consistente consumo di suolo. – spiegano Mark Williams e Jan Zalasiewicz – Liberando spazio in favore della natura e cambiando le pratiche di agricoltura e pesca, in modo da proteggere attivamente la biodiversità, c’è ancora la possibilità di evitare le peggiori previsioni di un futuro collasso della biodiversità”. In fondo, la buona notizia è che quando gestiamo attivamente il territorio per favorire la fauna selvatica — ad esempio rimuovendo specie invasive dominanti o usando meno terra per produrre cibo – la biodiversità aumenta e la natura riesce a riprendersi.
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