in

La crisi climatica minaccia anche l’archeologia sommersa


Non è solo una minaccia consistente per la biodiversità marina: la crisi climatica, che ha tra le sue dirette conseguenze l’acidificazione dei mari, rappresenta anche una minaccia latente per le innumerevoli tracce della storia umana, che oggi impreziosiscono i fondali dei nostri oceani. Con il rischio ultimo che si dissolva e si deteriori, in un futuro non troppo remoto, il patrimonio culturale subacqueo, rappresentato in primis da beni archeologici straordinari, dagli straordinari mosaici del Parco Sommerso di Baia ai sorprendenti resti del porto romano di Egnazia, in Puglia. L’allarme arriva da uno studio inedito, che – per la prima volta – propone una valutazione del rischio per i siti culturali subacquei in relazione al cambiamento climatico, con un focus particolare sulla vulnerabilità dei materiali lapidei alle variazioni del pH delle acque, legato al processo di acidificazione in atto.

“Proprio così – annuisce Luigi Germinario, che con l’università di Padova ha coordinato la ricerca nell’ambito di un progetto chiamato “Wateriskult. Climate change risk to underwater cultural heritage in stone”, finanziato dalla Commissione Europea nell’ambito del programma Marie Skłodowska-Curie Actions – Attraverso sperimentazioni miste subacquee e di laboratorio, abbiamo monitorato l’entità e il tasso di perdita di materiale e le alterazioni tessiturali dei materiali storici innescate da processi di dissoluzione e bio-deterioramento in ambiente marino, combinando infine i nostri dati con modelli climatici su larga scala. Abbiamo quindi potuto ricostruire come il degrado dei materiali lapidei sia stato minimo in epoca pre-industriale e nelle condizioni attuali mentre un aumento delle emissioni potrebbe portare ad un incremento esponenziale della vulnerabilità, e quindi ad un’accelerazione di processi di degrado”. Processi che sarebbero “irreversibili nei prossimi decenni e secoli, influenzati dalle proprietà dei materiali e dal cambiamento delle dinamiche di bio-colonizzazione”. Secondo i ricercatori, in sintesi, “l’acidificazione degli oceani metterà a dura prova la protezione del patrimonio culturale subacqueo, rendendo ancora più urgente la necessaria adozione di politiche di conservazione e adattamento”. Lo studio, pubblicato sulla rivista Communications Earth & Environment, ha coinvolto la Stazione Zoologica Anton Dohrn e l’Università di Alicante in Spagna, prezioso il dialogo con l’area marina protetta Regno di Nettuno e con il Parco archeologico dei Campi Flegrei. “Già, perché la sperimentazione sul campo – o, più propriamente, sott’acqua – è stata complementare alla sperimentazione di laboratorio, così da offrire una visione il più possibile completa degli effetti dell’acidificazione delle acque marine, sia in ambienti naturali sia in condizioni controllate”.

Crisi climatica

Superato anche il settimo limite planetario: l’acidificazione degli oceani

Nei mari di Ischia per simulare l’effetto-acificazione

Per le simulazioni in ambiente naturale, il team di ricercatori (con Germinario, anche Marco Munari, Isabella Moro, David Benavente, Francesco Terlizzi e Claudio Mazzoli) hanno lavorato in particolare nel mare di Ischia, che ospita – effetto secondario della natura vulcanica del sottosuolo, i cosiddetti “vents”, con emissioni a temperatura ambiente costituite quasi esclusivamente da CO2., principale responsabile dell’acidificazione dei mari. “Un laboratorio naturale – spiega il ricercatore – che rende concretamente visibili scenari ipotizzati per i prossimi decenni e secoli, arrivando anche a livelli di acidificazione estrema”. Con il supporto dell’Ans Diving Ischia e dell’Ischia Marine Centre della Stazione Zoologica Anton Dohrn, sono così stati predisposti alcuni pannelli con campioni di diversi materiali lapidei, tutti ampiamente impiegati nel patrimonio culturale come pietre ornamentali e da costruzione o nella statuaria. I pannelli sono stati installati in punti differenti dell’area interessata dalle emissioni di CO2, così da coprire un ampio intervallo di valori di pH dell’acqua marina e, di conseguenza, diversi livelli di acidificazione simulata. “A intervalli regolari ci siamo immersi per recuperare i campioni, trasferirli in laboratorio per una rapida preparazione e infine sottoporli alle analisi. – spiega Germinario – Le più importanti hanno visto l’impiego di un profilometro ottico, uno strumento ad altissima risoluzione che ha permesso di realizzare modelli tridimensionali delle superfici e di visualizzare e quantificare gli effetti dei diversi livelli di pH in termini di dissoluzione ed erosione superficiale. Un lavoro che ha consentito di simulare ciò che può accadere, oggi e in futuro, a un manufatto in pietra in un sito archeologico sommerso, ricostruendo un trend temporale di deterioramento”.

Cosa rischiamo di perdere nei siti sommersi

Non ci sono dunque buone notizie per il patrimonio culturale sommerso. Tra i manufatti più vulnerabili, quelli ricchi in carbonato di calcio (come i conosciutissimi marmi e calcari), soprattutto quando si tratta di materiali ad elevata porosità o a grana fine. “Un aspetto significativo è che questi materiali condividono una composizione chimica analoga a quella dei coralli, la cui fragilità di fronte ai cambiamenti climatici è ormai da tempo al centro dell’attenzione della comunità scientifica e, in molti casi, anche dell’opinione pubblica”, annotano i ricercatori. Che lanciano un appello al mondo dell’archeologia: “Il rischio maggiore riguarda quei beni in cui il valore o l’eccezionalità storica o artistica sono rimasti custoditi principalmente nei dettagli più minuti e raffinati: pensiamo, ad esempio, a elementi scultorei, incisioni, mosaici e ad altre superfici decorate, per le quali anche un degrado della superficie apparentemente limitato può tradursi in una perdita irreversibile di informazioni”. E se la ricerca sugli impatti del cambiamento climatico sui nostri mari si era finora concentrata soprattutto sulle implicazioni ecologiche, socio-economiche e sulla salute umana, arriva ora un nuovo campanello d’allarme. Non meno significativo.


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/ambiente/rss2.0.xml

Occhio alle mantidi “aliene”: in Italia c’è un’invasione in atto

Un pane proteico ottenuto dagli scarti della produzione di olio di semi