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La crisi climatica ha raddoppiato le ore di calore “killer”


C’è un limite fisiologico al calore che il corpo umano può sopportare, e questo limite oggi è stato raggiunto (e superato) almeno il doppio del tempo rispetto a quanto avvenuto prima del 1950. A dirlo, sulle pagine della rivista Environmental Research: Health, è uno studio statunitense coordinato dai ricercatori della no-profit Nature Conservancy: sempre più spesso, in diverse regioni del mondo, si raggiungono condizioni di temperatura e umidità talmente elevate che qualsiasi attività più impegnativa che spazzare per terra all’ombra diventa pericolosa per la vita umana.

Salute umana a rischio

Quello che i ricercatori si sono chiesti non è quanto fa caldo o per quanto tempo dura il caldo estremo, ma quali attività un corpo umano può svolgere in sicurezza in condizioni di stress termico. In parole povere, abbiamo una quantità di dati e di prove enorme sul fatto che il pianeta si stia scaldando, ma cosa comporta nella vita di tutti i giorni? Per scoprirlo gli scienziati hanno utilizzato un modello di simulazione, incrociando i dati orari di temperatura e umidità raccolti a livello mondiale tra il 1950 e il 2024 con le diverse capacità di risposta fisica in base all’età. Ne hanno ottenuto una sorta di mappa che sovrappone le criticità climatiche ai dati demografici globali, identificando con precisione le popolazioni più vulnerabili e le regioni dove il rischio di “morire di caldo” è diventato quasi una costante.

I numeri dell’emergenza climatica

Secondo questo modello, negli ultimi vent’anni i giovani adulti tra i 18 e i 40 anni hanno dovuto affrontare circa il doppio delle ore annuali di calore estremo rispetto ai loro coetanei del periodo 1950-1979. Significa che, per fare un esempio, un trentenne del 1960 è stato esposto a circa 25 ore di caldo estremo (quello limitante, che impedisce le attività quotidiane) all’anno, mentre un trentenne di oggi ne subisce in media 50. Se guardiamo alla fascia di popolazione più anziana il dato è ancora più d’impatto: per gli over-65, che hanno più difficoltà a regolare la propria temperatura corporea, le ore di caldo che limita la vita sono passate dalle 600 ore annuali della metà del secolo scorso alle circa 900 ore attuali, cioè circa il 10% di tutte le ore dell’anno.

Crisi climatica

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Dove l’aria è più soffocante

Il dato globale, già abbastanza sconcertante, non rende però davvero l’idea dell’impatto che il cambiamento climatico può avere sulla vita delle persone, perché questo non è uniforme: ci sono dei “punti caldi” nel mondo dove è sempre più difficile vivere. In testa a questa triste classifica ci sono l’Asia meridionale e sudoccidentale: per esempio, in Qatar il caldo limitante per gli anziani ormai raggiunge le 2.820 ore all’anno, e situazione simili si registrano anche in Cambogia, Thailandia e Bangladesh, dove, oltretutto, le capacità di mitigazione sono inferiori per fattori economici. I Paesi occidentali non sono esenti: gran parte dell’Europa, il Nord America (in particolare quello orientale e sudoccidentale), l’Australia meridionale fanno numeri da far girare la testa, letteralmente. Negli Stati Uniti, gli anziani sperimentano oggi circa 270 ore di calore gravemente limitante, settanta in più rispetto agli anni ’50.

Lo studio

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Più vecchi, più vulnerabili

Se si confrontano i dati del 2024, l’anno più caldo mai registrato, con quelli degli anni ‘50, si evidenzia bene l’acutizzazione del fenomeno: a metà del secolo scorso il 70% degli anziani e il 27% dei giovani adulti nel mondo hanno vissuto almeno un periodo in cui il caldo e l’umidità hanno reso l’ambiente invivibile; oggi quelle percentuali sono cresciute fino a raggiungere rispettivamente l’80% e il 43%.

I dati

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E le previsioni per il futuro non sono migliori. La demografia mondiale, ricordano i ricercatori, cambierà: alcune aree del mondo (tra l’altro molte delle più esposte agli effetti del riscaldamento globale) sono destinate a crescere velocemente, gli anziani aumenteranno ovunque. Ci saranno, insomma, sempre più persone vulnerabili. Sistemi di raffreddamento e infrastrutture protette possono contribuire a mitigare il rischio, ma non sono soluzioni universalmente accessibili.

“Se non smettiamo di bruciare petrolio, carbone e gas, i limiti alla vivibilità causati dal caldo estremo diventeranno sempre più comuni e diffusi, soprattutto con l’invecchiamento della popolazione globale”, ha affermato Luke Parsons, primo autore dello studio. Ancora una volta, ricordano gli esperti, la svolta energetica è urgente.


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/ambiente/rss2.0.xml

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