Questo è un film nel quale gli animali non parlano. La tendenza all’antropomorfizzazione, che ha attraversato decenni di produzioni Disney e Pixar, fa spazio a una strategia opposta: per comprenderli bisogna, letteralmente, abbracciare la loro prospettiva. Perché gli esseri umani non sono in grado di sentirli. Ancora: gli animali si mangiano tra loro, ci sono prede e predatori. Esattamente come accade in natura. Qui si rifugge alla semplicistica tentazione di dividere il mondo, uomini compresi, in buoni e cattivi.A poche settimane dall’uscita nei cinema italiani, si fa largo un apprezzamento trasversale per l’ultimo lungometraggio Disney e Pixar, Jumpers – Un salto tra gli animali.
L’intervista
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“Diciassette anni dopo Wall-E, riecco un film ispirato più al realismo ecologico che al sentimentalismo antropomorfico, solitamente privilegiato dalle produzioni mainstream”, commenta su The Conversation Yuan Pan, docente Digital Infrastructures & Sustainability al King’s College di Londra.
Protagonista è Mabel, un’adolescente appassionata di natura e animali che, nel tentativo di ostacolare un piano politico che prevedere la costruzione di una nuova autostrada in aperta campagna, approfitta di una nuova, avveniristica tecnologia, in grado di trasferire la coscienza umana in un animale robotico molto realistico, per comunicare con il mondo animale e svelare i misteri del regno faunistico. E finisce con il trasformarsi in un castoro. Diretto da Daniel Chong e prodotto da Nicole Paradis Grindle, il film riflette, sottolinea Pan, “la reale complessità dei sistemi socio-ecologici, in cui i compromessi tra sviluppo umano e protezione ambientale raramente possono essere ridotti a uno scontro tra bene e male”. L’ormai proverbiale cerchio della vita de “Il Re Leone”, che nel film allude ai meccanismi della catena alimentare senza mai del tutto esplicitarla (non si vede il leone che mangia la zebra), cede qui il passo alle cosiddette leggi dello stagno, enunciate da re George, il leader dei castori. Una su tutte: la fame deve essere soddisfatta, anche se significa che un animale debba mangiarne un altro. E ancora: siamo tutti sotto lo stesso cielo. Uomini compresi.Una chiave di lettura che segna un nuovo passo, deciso, nel rapporto tra Disney e la complessità della natura, privilegiando non più la facilità di lettura di un pubblico generalista e composto prevalentemente da bambini quanto la necessità di “fotografare” il mondo animale, senza troppo edulcorarlo.
L’esperta di castori nel team della produzione
Per raccontare la natura ai più piccoli, non si improvvisa più. Sono lontani i tempi delle semplificazioni, anche in casa Disney. Così, per realizzare il film, il team produttivo ha tratto ispirazione dalla natura in molte forme, tra cui una serie viaggi di ricerca con una consulente, esperta di castori e consulente, Emily Fairfax. Yellowstone, in Colorado, ma anche Fort Collins e persino lo zoo di Oakland. “Al Parco Nazionale di Yellowstone abbiamo trascorso una settimana, immergendoci completamente nella natura. – racconta il regista, Daniel Chong – Quando siamo arrivati, le guide ci hanno detto: ‘State entrando nella casa degli animali. Qui i visitatori siete voi’. È stato un modo meraviglioso per resettare la nostra prospettiva, dato che il più delle volte percepiamo la sensazione opposta, convinti che sia la natura a trovarsi nei nostri spazi”. Ed è quanto capita, del resto, a Mabel, la giovanissima protagonista, quando per la prima volta vede tutto con gli occhi di un castoro: “Avevamo bisogno di validità e autenticità.- spiega la scenografa Bryn Imagire – Le ricerche e il tempo trascorso nella natura sono stati davvero importanti per ottenere il risultato giusto”.
Ambiente
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Per assicurarsi che il team rappresentasse accuratamente i castori e i loro habitat naturali, Emily Fairfax ha visitato più volte lo studio e ha guidato il viaggio di ricerca in Colorado per fornire informazioni e offrire un contesto sui castori e sulla loro influenza sugli ecosistemi circostanti. “Senza dubbio una delle opportunità più fantastiche che mi siano mai capitate. – dice – Mi chiedevano se le cose fossero scientificamente accurate o se i castori fossero rappresentati in modo corretto. Per me era molto importante che il team della Pixar ci tenesse così tanto. Mi interessa molto la comunicazione scientifica e condividere tutte le cose incredibili che fanno i castori. Con un articolo scientifico sottoposto a revisione paritaria, non avrei mai potuto raggiungere così tante persone, ma questo film ci sta riuscendo. I castori sono sia una specie fondamentale che dei veri e propri ingegneri dell’ecosistema. Sono una specie fondamentale perché molte altre piante e animali dipendono da loro, e i castori sostengono un numero incredibile di organismi diversi. Vengono chiamati ingegneri dell’ecosistema perché possono trasferirsi in un ambiente e modificarlo fisicamente in base alle proprie esigenze”.
“Finalmente un film sulla complessità della natura”
“Sì, il film mi ha molto colpito, direi anche inaspettatamente. – racconta Chiara Grasso, etologa e influencer, giornalista, guida safari in Africa e guida ambientale in Italia – Intanto ho apprezzato la scelta, più che condivisibile, di animali che non parlano, scelta che rifugge al nostro antropocentrismo e, viceversa, ci catapulta nel mondo animale imponendoci di adottare le loro categorie, immedesimandoci pienamente in loro. E poi sembra che torni, in questo film, un concetto centrale dell’etologia, l’Umwelt. Ogni specie vive in una realtà sensoriale diversa. Noi crediamo di conoscere la natura, ma in realtà percepiamo solo una piccola porzione del mondo. Un cane vive immerso negli odori. Un uccello nelle correnti d’aria. Un insetto nelle vibrazioni. Quando interpretiamo gli animali usando solo le categorie umane, spesso stiamo semplicemente guardando la natura con gli strumenti sbagliati”.
Il film ruota molto anche attorno al concetto di ecosistema, aiutando a comprendere gli equilibri naturali tra le specie anche a un pubblico di giovani e giovanissimi. “Proprio così, parliamo di sistemi complessi fatti di relazioni e di equilibrio, dove ogni specie ha un ruolo: dai grandi predatori fino agli insetti e agli anfibi. – prosegue Grasso – Nessuno è davvero secondario. È una rete. E quando un nodo si rompe, tutta la rete cambia. Per questo emerge un messaggio importante: gli esseri umani dovrebbero imparare che non sempre intervenire significa aiutare. Anche quando lo facciamo in buona fede, spesso alteriamo equilibri che esistono da molto prima di noi. La natura non è fragile come pensiamo. È complessa e molto spesso funziona meglio quando smettiamo di controllarla. Questo però non significa che umani e animali siano in conflitto. A farci la guerra perderemmo tutti. Ecco, nel film c’è un’idea molto bella: quando gli esseri umani sono davvero in difficoltà, gli animali intervengono. Aiutano, salvano, ma senza idealizzazioni. La natura non funziona secondo categorie morali. Non esistono buoni e cattivi, la stessa protagonista fa una serie di danni in buona fede, sugli ecosistemi. Del resto, esistono relazioni, adattamenti, equilibri. Predazione, competizione e cooperazione fanno tutte parte dello stesso sistema”.
Tra i momenti più rappresentativi, ecco allora il consiglio degli animali, che sembra avere echi orwelliani: “Tutte le specie riunite per un bene comune. Tutti con voce in capitolo: dagli insetti agli anfibi, dagli uccelli ai mammiferi. È un’immagine quasi utopistica, certo. E sì, nel film ci sono anche momenti volutamente irrealistici: squali che volano sostenuti dai gabbiani, scene un po’ hollywoodiane. Ma il messaggio che rimane è molto potente. La vita sulla Terra è una sopravvivenza collettiva. La natura ha bisogno di noi così come noi abbiamo bisogno di lei. Siamo parte dello stesso sistema”.
Fonte: http://www.repubblica.it/rss/ambiente/rss2.0.xml

