I ghiacciai dell’Alaska stanno reagendo al riscaldamento climatico con stagioni di fusione sempre più lunghe: per ogni aumento di un grado Celsius della temperatura estiva media, il periodo di scioglimento si estende di circa tre settimane. Lo rileva uno studio guidato da Albin Wells della Carnegie Mellon University, insieme a David Rounce e Mark Fahnestock dell’University of Alaska Fairbanks, pubblicato sulla rivista Nature.
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Utilizzando dati radar satellitari, i ricercatori hanno dimostrato che è possibile monitorare in modo continuo e affidabile l’evoluzione stagionale dei ghiacciai. Lo studio si basa su osservazioni raccolte tra il 2016 e il 2024 tramite il satellite europeo Sentinel-1, che ha permesso di analizzare quasi tutti i ghiacciai dell’Alaska di dimensioni superiori a circa 1,3 chilometri quadrati. Grazie alla tecnologia radar Sar (Synthetic aperture radar), i ricercatori hanno potuto osservare i ghiacciai anche in condizioni di nuvolosità e oscurità, superando i limiti degli strumenti ottici tradizionali.
I dati hanno consentito di monitorare i cosiddetti ‘giorni di fusione’, ovvero i periodi in cui il ghiaccio si scioglie su tutta o parte della superficie glaciale. Un aumento di questi giorni indica un prolungamento della stagione di scioglimento e una perdita netta di massa del ghiaccio. “Quantificare questi cambiamenti è fondamentale”, ha spiegato Wells, sottolineando che estensione della fusione e posizione della linea delle nevi sono indicatori chiave dell’equilibrio di massa dei ghiacciai.
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Lo studio evidenzia anche l’impatto degli eventi estremi: durante un’ondata di calore tra giugno e luglio 2019, i ghiacciai hanno perso fino al 28% in più della copertura nevosa rispetto agli anni normali. In quell’occasione, la linea delle nevi si è ritirata di circa 350 piedi (oltre 100 metri) in altitudine, un valore che normalmente si raggiunge solo due mesi più tardi nella stagione. Questo arretramento espone il ghiaccio nudo per periodi più lunghi, accelerando ulteriormente la fusione. Secondo gli autori, il fenomeno dimostra “l’elevata sensibilità dei ghiacciai alla variabilità climatica a breve termine“.
I risultati mostrano inoltre differenze sistematiche tra ghiacciai costieri e interni: i primi registrano maggiore fusione estiva ma anche maggiore accumulo invernale, confermando dinamiche già note ma ora osservate con maggiore precisione.
Il lavoro introduce anche un importante avanzamento metodologico: la possibilità di monitorare in tempo quasi reale l’evoluzione stagionale dei ghiacciai, inclusa la posizione della linea delle nevi, che finora veniva stimata solo a fine stagione con dati ottici spesso incompleti. Secondo i ricercatori, questi strumenti permetteranno di migliorare le previsioni sull’evoluzione dei ghiacciai in un clima sempre più caldo e di valutare con maggiore precisione l’impatto del riscaldamento globale sulle risorse idriche e sull’innalzamento del livello del mare.
Fonte: http://www.repubblica.it/rss/ambiente/rss2.0.xml

