Se la Groenlandia si chiama “Greenland” è per una sorta di strategia di marketing di migliaia di anni fa. Quando il vichingo Erik Il Rosso fu esiliato ed approdò su quel territorio artico, aveva bisogno di persone che lo seguissero nella sua impresa, così ideò un nome capace di richiamare altri coloni. Secoli dopo però, nella bianca Groenlandia oggi al centro di un futuro oscuro visti i tentativi di conquista di Donald Trump, l’idea di un mutamento verde-nero non appare poi così lontano dalla realtà a causa di un fenomeno naturale che ne sta modificando i colori: la crescita di alghe. Un cambiamento che, purtroppo, rischia di accelerare ancor di più lo scioglimento dei ghiacci in una terra dove gli effetti del cambiamento climatico – come in tutto l’Artico – corrono a velocità anche quattro volte superiori rispetto alla media. Oggi le bianche nevi in alcuni punti della Groenlandia stanno mutando in colori verde scuro o perfino rosso, i ghiacci invece appaiono di un grigio brunastro. A cambiare il bianco di queste superfici, fondamentale per riflettere le radiazioni solari ed evitare che si intrappoli calore con l’ulteriore scioglimento dei ghiacci, è la proliferazione di alghe.
Con il cambiamento delle circolazioni dell’aria il vento sta contribuendo a diffondere polveri ricche di fosforo del terreno roccioso della Groenlandia – oggi emerse proprio a causa dello scioglimento – in più direzioni. Soffiate sul ghiaccio queste polveri sono ricche di nutrienti mentre altro “cibo” per le alghe emerge contemporaneamente dagli strati ghiacciati che lentamente si sciolgono. Si innesca così un circolo vizioso: più le macchie scure di alghe si diffondono, più la superficie ghiacciata non riflette le radiazioni, accelerando così lo scioglimento. Lo scorso anno i ricercatori Laura Halbach, Katharina Kitzinger e Alexandre Anesio del Max Planck Institute for Marine Microbiology in Germania e dell’Università danese di Aarhus avevano pubblicato un articolo che indicava proprio gli effetti delle alghe microscopiche che crescono sul ghiaccio e ne scuriscono la superficie. Il loro interrogativo iniziale era: come fanno queste fioriture algali a svilupparsi sui ghiacci della Groenlandia? La risposta è che “le alghe possono crescere e colonizzare il ghiaccio nonostante la scarsità di nutrienti” spiega Halbach rimarcando come “sulla costa occidentale della Groenlandia, circa un decimo dello scioglimento dei ghiacci è già causato da questi microscopici abitanti. In alcuni casi, scuriscono la superficie del ghiacciaio a tal punto da essere visibili persino sulle immagini satellitari”. Grazie a venti e neve in calo nelle aree glaciali e rilascio dei nutrienti congelati, le alghe anche con scarso “cibo” disponibile sul posto “possono comunque assorbire efficacemente l’azoto inorganico e immagazzinare il fosforo” crescendo sempre di più. Il problema, affermano i ricercatori, è che se non saranno decimate per esempio da funghi parassiti o da mancanza di oligoelementi, la crescita potrebbe diventare inarrestabile a tal punto, affermano, da “intensificare ancor di più lo scioglimento dei ghiacciai”.
Quanto sta accadendo nelle aree remote della Groenlandia riguarda però tutti noi: se la calotta glaciale continuerà a sciogliersi ai ritmi attuali nei prossimi decenni causerà un innalzamento dei livelli del mare che, anche rilasciando acqua dolce negli oceani, avrà impatti negativi che si faranno sentire su tutto il Pianeta. Nelle previsioni più drammatiche, i livelli del mare potrebbero aumentare nei secoli futuri anche di 7 metri. Ci sono diversi fattori che contribuiscono a modificare il ghiaccio groenlandese, tra cui anche le potenziali azioni umane come le attività estrattive o le trivellazioni che sono nell’idea di Trump, ma le fioriture algali naturali non dovrebbero essere prese sotto gamba, ricorda anche Jenine McCutcheon dell’Università di Waterloo e autrice principale di un altro studio, pubblicato a gennaio sulla rivista Environmental Science and Technology, in cui racconta come le alghe sono responsabili di circa il 13% del deflusso da scioglimento nella Groenlandia sudoccidentale. Nella sua analisi la ricercatrice spiega inoltre come tracce microscopiche di alghe vengono trasportate attraverso l’aria, colonizzando così nuove zone di ghiaccio. In un altro studio, pubblicato pochi giorni fa su Nature, un team danese di esperti aggiunge poi come stia aumentando la presenza di fosforo e azoto che vengono liberati con lo scioglimento del paesaggio durante le estati artiche, fornendo così un’ulteriore fonte per le alghe. Ora, per tutti i ricercatori, la sfida è comprendere quanto velocemente le alghe possano espandersi contribuendo a scurire la calotta glaciale e diminuire l’albedo (la rifrazione) e quanto le collegate ripercussioni si faranno sentire. Per riuscirci però servono dati per valutazioni complete: non solo quelli dei satelliti che ci mostrano i colori che cambiano, ma anche i dati chimici a terra che raccontano i fenomeni alla base della trasformazione nella “Greenland”.
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