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Esiste un piano B per la conservazione delle piante alpine e del Mediterraneo?


Esiste un piano B per le piante alpine e del bacino mediterraneo? Da sole contano la gran parte della biodiversità vegetale dell’area euromediterranea. In caso di estinzione in natura ci sarebbero le banche del germoplasma che offrono semi o altro materiale per la reintroduzione. Ma le copie di riserva sono limitate. Solo un terzo delle specie delle nostre montagne è al sicuro. Alcune non tollerano i freezer, altre crescono solo nel loro ambiente ma la maggior parte non è nemmeno in lista d’attesa. Per la flora del Mediterraneo il problema è ancora diverso, e in certa misura più inquietante, perché solo il 35 per cento delle oltre tremila isole sono state studiate dai botanici. Zone d’ombra dove fiori ed erbe sconosciute potrebbero crescere e svanire inosservate.

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Secondo una ricerca coordinata dall’Orto botanico dell’Università di Padova su 14 giardini botanici alpini in quattro paesi (Italia, Germania, Francia, Slovenia) solo il 32 per cento delle piante di questi habitat viene conservata. Quasi sempre sono collezioni viventi, ovvero piante coltivate, e non semi sigillati in un contenitore di vetro. “In realtà è già un buon numero, se consideriamo che non tutti i giardini alpini hanno aderito. – spiega Francesco Dal Grande, docente di botanica all’ateneo patavino e coordinatore dello studio – Solo una quota ridotta di queste piante è presente nelle reti globali delle banche del germoplasma, molte specie hanno semi recalcitranti o adattamenti difficili da replicare altrove e può crescere solo in ambienti con condizioni simili a quelle naturali. Anche in presenza di semi spesso non ci sono protocolli consolidati per farli germinare”. In estate l’Università di Padova parteciperà a un simposio a Monaco per promuovere una rete di ricerca per raccogliere il germoplasma di queste piante minacciate. Tra la flora delle Alpi che non può beneficiare delle tecniche standard di conservazione ci sono diverse orchidee come la liparide di Loesel (Liparis loeselii), la platantera comune (Platanthera bifolia) e la manina rosa (Gymnadenia conopsea) i cui semi non resistono alle temperature di congelamento e diventano sterili in assenza di funghi microscopici con i quali vivono in simbiosi. Vita breve anche per il germoplasma di diverse specie di salice, il ranuncolo glaciale (Ranunculus glacialis) e il ranuncolo di Kerner (Callianthemum kernerianum), un’endemica erbacea simbolo del Monte Baldo. Poi ci sono le piante che non hanno semi come le felci che si riproducono rilasciando spore che spesso si devitalizzano dopo pochi giorni a venti gradi sottozero.

Un discorso diverso riguarda la flora insulare del Mediterraneo dove più che i semi mancano i numeri. Due terzi delle isole risultano assenti dalle maggiori banche dati di biodiversità vegetale. È quanto emerge da uno studio del gruppo di ricerca BIOME dell’Università di Bologna guidato dal botanico Alessandro Chiarucci. Le circa 8.702 specie vegetali registrate riguardano solo un terzo dell’intero bacino. Ce ne sono altre centinaia fuori dai radar dei botanici tra Nordafrica, Turchia, Grecia e persino vicino alla Sardegna dove, grazie a un ambiente selettivo, le piante possono aver adottato strategie uniche di adattamento. Le specie più comuni delle isole sono le legnose tipiche della macchia mediterranea come il lentisco (Pistacia lentiscus) o il mirto (Myrtus communis), erbacee come il finocchio marino (Crithmum maritimum) e il ginestrino delle scogliere. “Lo studio dimostra quanto poco ancora sappiamo sulla biodiversità e, quindi, della nostra capacità di gestirla nell’ottica di uno sviluppo sostenibile con adeguate strategie di conservazione. – spiega Francesco Santi del gruppo di ricerca BIOME che ha coordinato l’indagine – Negli ultimi anni è aumentato l’uso di piattaforme come iNaturalist, in cui ognuno può caricare foto scattate in natura ma spesso ci sono solo le specie più comuni mentre quelle meno appariscenti o più rare sono un numero esiguo. Una graminacea può passare inosservata al contrario di una pianta di mirto in fiore”.


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/ambiente/rss2.0.xml

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