Il suono dell’enorme esplosione avvertita al largo delle coste del Kuwait non è apparso solo come il risultato della deflagrazione, ma anche come un terribile eco oscuro del passato. Nelle scorse ore c’è stato un attacco, rivendicato dall’Iran, che al largo della zona del porto di Mubarak Al-Kabeer ha colpito una nave petroliera Usa: da una cisterna di carico è scaturita una grande perdita di petrolio finita poi in mare. Le proporzioni del possibile disastro ambientale sono ancora complesse da stabilire e stimare, ma la United Kingdom Maritime Trade Operations (UKMTO) ha confermato che l’impatto ambientale potrebbe aggravarsi dato che la nave ha iniziato ad imbarcare acqua. La quantità di greggio riversata in mare a circa 60 chilometri dal porto non è chiara ma non si escludono possibili ripercussioni su tutto il Golfo Persico.
Dal punto di vista delle conseguenze ambientali l’attuale situazione del conflitto mediorientale iniziato a marzo appare per gli ecosistemi marini una vera bomba ad orologeria. Nello stretto di Hormuz, dove passa l’equivalente del 20% del consumo giornaliero mondiale di petrolio e il cui traffico è attualmente bloccato al 90%, si contano centinaia di petroliere ferme che sono possibili bersagli dell’escalation in corso. La sola presenza delle petroliere, così come quella delle raffinerie e delle imbarcazioni militari, ad ogni singolo attacco o esplosione riporta alla mente una dei più terribili disastri ambientali del passato legati a guerra e petrolio. Nel 1991 durante la guerra del Golfo ci fu infatti una fuoriuscita di oro nero stimata tra i 250 e 350 milioni di galloni, tra le più impattanti di tutta la storia.
Quando l’esercito iracheno aprì le valvole delle condutture in Kuwait per ostacolare lo sbarco degli statunitensi in mare si riversò una quantità tale di petrolio per cui ancora oggi gli ecosistemi della regione pagano il conto. Tra quell’azione e l’incendio di oltre settecento pozzi petroliferi durante la guerra, l’inquinamento da idrocarburi e componenti chimici dispersi, il segno tra acque e terreni è tutt’ora presente. All’epoca 11 milioni di barili di greggio danneggiarono infatti oltre 800 chilometri di costa: gli esami effettuati anche quindici anni dopo rivelarono ancora infiltrazioni profonde nel fondale marino con conseguenze sia per la fauna ittica che per gli uccelli. Per questo motivo, ricordando le tragedie del passato, stanno crescendo nel Golfo e in Medio-oriente i timori di nuovi possibili disastri legati alle fuoriuscite in mari che ospitano ecosistemi unici. Se questi episodi dovessero riguardare lo stretto di Hormuz, secondo l’organizzazione Seas at Risk, saremmo davanti a “impatti molto seri, a lungo termine”.
“Qualsiasi attacco o incidente che coinvolga petroliere in corsi d’acqua stretti e trafficati come lo Stretto di Hormuz comporta un rischio concreto di fuoriuscite e può causare danni duraturi a ecosistemi fragili e comunità costiere” sostiene l’organizzazione. Finora dal 1° marzo, tra attacchi e incidenti, la UKMTO stima che siano almeno tre le navi già colpite, mentre il Conflict and Environment Observatory (CEOBS) parla di cinque imbarcazioni e sta cercando di stabilire, in un contesto di difficoltà, se ci siano state fuoriuscite o perdite dalle petroliere MKD Vyom, Stena Imperative, Skylight, Ocean Electra e Hercules Star. Secondo il CEOBS attualmente il quadro è dunque molto preoccupante. Da inizio conflitto l’osservatorio ha già contato almeno 120 “incidenti di danno ambientale” tra Iran, Iraq, Israele, Kuwait, Giordania, Cipro, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Oman, quasi tutte aree fortemente legate alla produzione fossile. Accidentali o voluti i danni a raffinerie, siti di stoccaggio o petroliere possono provocare contaminazione dell’aria, l’acqua e i suoli in ecosistemi già fragili come quelli dei territori interessati. In passato per esempio la guerra fra Iran e Iraq portò praticamente alla scomparsa di alcune specie di tartarughe e mise in ginocchio per un periodo la pesca. Possibili danni a cui vanno poi aggiunti i rischi nucleari e da contaminazione delle armi che lasciano eredità chimiche, tossiche e di metalli pesanti, senza dimenticare inoltre il pesante conto delle emissioni climalteranti.
Per dare un’idea : nei primi quattro mesi del conflitto a Gaza alcuni studi stimano che siano state prodotte più emissioni di quelle di 26 singoli paesi e territori in un solo anno. Ma è in mare dove è ancor più complesso fare calcoli sull’impatto della guerra. Solo pochi giorni prima dell’inizio delle tensioni mediorientali l’associazione PaxforPeace aveva diiffuso un report proprio sui rischi legati ai conflitti navali. Nel report viene spiegato in dettaglio come gli ecosistemi marini possano per subire una pressione gigantesca dovuta alla guerra: si va dalle fuoriuscite di petrolio alla dispersione di materiale bellico in mare, sino all’uso di sonar per le operazioni militari che sono in grado di compromettere la vita dei cetacei e danneggiare gli ecosistemi da cui dipende non solo la vita delle creature marine ma anche quella, se si pensa anche solo alla pesca, di milioni di persone.
Un solo singolo episodio, come quello della petroliera in Kuwait, può infatti facilmente impattare sulla vita di centinaia di persone. Proprio in queste ore, anche se in un contesto completamente differente, è quello che stanno già sperimentando in Messico dove una strana e sconosciuta fuoriuscita di petrolio nella zona di Veracruz ha raggiunto in poche ore 16 spiagge e costretto oltre 200 pescherecci a fermarsi senza più lavorare.
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