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Così da noi le “canne” giganti aliene prolungano la vita delle zanzare


Tra temperature più calde e l’arrivo dell’estate avremo di nuovo a che fare con gli animali più pericolosi e probabilmente odiati al mondo: le zanzare. Mentre noi tentenniamo di combattere la proliferazione e la presenza con disinfestazioni e prevenzioni, nel nostro Mediterraneo le zanzare stanno però trovando un alleato fondamentale non solo per crescere, ma anche per sopravvivere più a lungo. Un alleato per certi versi alieno. Costeggiando corsi d’acqua, zone umide o rive dei fiumi è abbastanza comune oggi imbattersi in alte canne, capaci di raggiungere anche i sei metri, che ondeggiano al vento. Si tratta dell’Arundo donax, da noi chiamata semplicemente “canna comune” o canna gigante viste le sue proporzioni.

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Questa pianta, originaria dell’Asia e di alcune parti dell’Europa è stata coltivata per migliaia di anni in Medio Oriente o in Africa, dove gli egizi usavano per esempio le sue foglie per avvolgere i defunti. Oggi è considerata specie aliena invasiva soprattutto nelle Americhe ma è talmente forte e resistente alla siccità che è ormai presente in tutto il bacino del Mediterraneo. Da secoli, sebbene sia complessa da eradicare e sia difficile fermarne l’avanzata, viene però anche vista come una preziosa risorsa, dalle biomasse con cui produrre energia sino all’uso per il confezionamento di strumenti musicali.

Eppure, ci dice oggi una nuova ricerca dell’Università di Barcellona, la canna gigante che siamo abituati a vedere tra stagni e canali ha un difetto particolarmente fastidioso: è perfetta per favorire la proliferazione di zanzare, soprattutto dove non ci sono molti predatori naturali. Sulla rivista NeoBiota il professor Alberto Maceda-Veiga del gruppo di ricerca Forestream e i suoi collaboratori raccontano infatti come quando i residui di questa pianta si accumulano e finiscono in acqua le proprietà chimiche dei bacini e la composizione delle comunità biologiche dell’ambiente tendono a “facilitare lo sviluppo delle larve di zanzara negli ecosistemi di acqua dolce”.

In particolare la ricerca si è concentrata sul confronto fra la Phragmites australis, la cannuccia di palude, e appunto la canna gigante comune, specie all’apparenza simili. In presenza della Arundo donax le larve di zanzara sono sopravvissute più a lungo e sono cresciute più velocemente e raggiungendo dimensioni maggiori”. In pratica, avevano maggiori chance di vivere e di resistere. Il segreto di questo aiuto che la canna comune fornisce alle zanzare è nel letto di foglie che, una volta raggiunta l’acqua e la decomposizione, può alterare le proprietà fisico-chimiche dell’ecosistema. Una sorta di “effetto ecologico che favorisce l’abbondanza di alcuni gruppi di microeucarioti, come flagellati e amebe, che fanno parte delle reti trofiche microbiche di cui si nutrono le larve della zanzara comune” sostiene Alberto Maceda-Veiga.

Una scoperta significativa dato che, aggiunge il professore, “è importante ricordare che la zanzara comune può agire da vettore di malattie di rilevanza medica e veterinaria. Identificare quali piante favoriscono la proliferazione delle zanzare ci aiuta a comprendere le complesse relazioni che le specie instaurano in natura e, a sua volta, aiuta i servizi di disinfestazione a prevedere dove è più probabile trovare le larve e ad applicare le misure di controllo necessarie, in base al rischio per la salute umana”.

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Allo stesso tempo, ricordano gli scienziati, queste canne palustri possono avere anche effetti positivi per determinate specie, per esempio per vari pesci autoctoni dei fiumi, offrendo loro riparo e zona di protezione ma negli ecosistemi di acqua dolce gravemente colpiti dall’inquinamento chimico, dove i predatori acquatici delle larve,come pesci e libellule sono spesso assenti, l’effetto di queste canne si traduce in sostegno alle zanzare. “Significa infatti proliferazione delle larve. Di conseguenza avremo molte zanzare adulte che possono causare fastidio agli esseri umani e persino rappresentare un rischio per la salute” ricordano gli esperti.

Nelle conclusioni dello studio viene dunque suggerita, laddove possibile, l’eradicazione dell’Arundo donax a favore di altre specie di vegetazione autoctona (come la cannuccia di palude) e la necessità di ampliare gli studi che mettono in relazione vegetazione e zanzare. Gli autori della ricerca sottolineano infine come un singolo cambiamento, come l’arrivo della canna gigante che ha lentamente soppiantato altre specie vegetali, possa avere ripercussioni a catena sia su un intero ecosistema, sia sulla nostra stessa salute.


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/ambiente/rss2.0.xml

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