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Cosa ci insegnano le balene franche su come l’uomo sta cambiando i mari


Dai tempi delle mattanze ne abbiamo fatta di strada: una costante marcia indietro che ci ha permesso di porre fine alle usanze del passato grazie alle nuove tecnologie. Eppure, le balene, i più grandi mammiferi sulla Terra, continuano ad essere minacciate dalle azioni dell’uomo. Secoli fa le cacciavamo per l’olio che illuminava le case, poi mangiavamo i grassi sotto forma di margarina, infine siamo arrivati a una svolta esattamente quarant’anni fa quando, nel 1986, grazie alla convenzione della Commissione Baleniera Internazionale fu vietata la caccia commerciale. Oggi ci sono Paesi che continuano a braccarle, in primis Giappone e Norvegia, ma negli ultimi quarant’anni il numero delle balene è aumentato. Per esempio si stimano oltre 135mila megattere in tutto il mondo, ma ci sono anche specie come le balene franche che sono rappresentate solo da poche migliaia di unità.

Biodiversità

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Nel frattempo però l’uomo ha abbandonato l’arpione e impugnato le fonti fossili: bruciando costantemente carbone, gas e petrolio le emissioni antropiche hanno ampliato il riscaldamento globale con ripercussioni dirette sui mari. In acque più calde, più inquinate e acide e meno ricche di biodiversità e nutrienti gli ecosistemi dove vivono le balene sono cambiati ed è mutata anche la loro lotta per la sopravvivenza. Oggi nel mondo si celebra la Giornata internazionale delle Balene, nata nel 1980 a Maui, alle Hawaii, per festeggiare il ritorno delle megattere durante la migrazione. Una giornata simbolica in cui ricordarci che dobbiamo insistere nella protezione e conservazione di questi iconici animali e continuare a fare marcia indietro: possiamo provarci con divieti sulla caccia o accordi internazionali come quello scattato quest’anno, il Trattato per proteggere le acque di alto mare, ma servirebbe uno sforzo globale in più anche su un altro fronte, quello della crisi del clima, appunto. Questo perché, racconta bene un recente studio sulle balene franche australi, il nuovo clima può impattare direttamente anche sulla riproduzione dei grandi cetacei. Le balene franche australi sono un chiaro esempio di questi impatti: tra il XIX e il XX secolo erano ormai quasi estinte a causa della caccia. Con lo stop a baleniere e arpioni però riuscirono gradualmente a riprendersi. Negli ultimi dieci anni, attraverso lo studio dei dati, i biologi hanno però nuovamente individuato segnali di declino, soprattutto nei tassi di riproduzione. Il motivo, spiegano gli esperti nel nuovo studio apparso su Scientific Reports, è legato al riscaldamento globale. Gli scienziati hanno infatti individuato un preoccupante “segnale di allarme” nei cambiamenti nell’Oceano Antartico dove le balene franche si nutrono prima di migrare verso le acque australiane in cui si riproducono.

L’intervista

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In Antartide i ghiacci si stanno sciogliendo velocemente per via di temperature elevate innescate dal global warming: i mutamenti portano a modifiche nelle quantità e qualità dei nutrienti e del krill di cui si cibano. Senza apporti, cambiano anche i tassi di riproduzione. Per esempio, spiega il monitoraggio a lungo termine (trent’anni) di scienziati australiani guidati da Claire Charlton, biologa marina e direttrice di Current Environmental, se si osservano i dati dal 2017 ad oggi si intuisce come recentemente invece di dare alla luce un cucciolo ogni tre anni le balene franche australi siano passate a cicli di quattro o cinque anni. Grazie a segni marcatori e dati di identificazione fotografica per studiare le varie specie gli esperti hanno seguito le migrazioni e il comportamento riproduttivo, nel tempo, di diversi esemplari, appartenenti a una specie i cui individui sono in grado di vivere fino a 150 anni. Quello che hanno scoperto è appunto il fatto che avendo meno zooplancton a disposizione per via dei cambiamenti antartici “quando le condizioni peggiorano, questi mammiferi rinunciano ad avere tanti cuccioli”.

In sostanza il cambiamento negli intervalli tra le parti è un segnale che le condizioni nell’Antartide e nel sub-antartico non sono più ottimali: “Se una femmina vuole massimizzare la sua capacità riproduttiva nel corso della vita, deve trovare un equilibrio tra la procreazione e la longevità. Quando le condizioni peggiorano, si tende a ridurre la procreazione” spiegano gli esperti. “Sappiamo che l’oceano si sta riscaldando, il ghiaccio marino si sta sciogliendo e questo provoca altri cambiamenti ambientali” ricorda Charlton evidenziando, nello studio di cui è autrice principale, come esista dunque nell’arco dei 35 anni analizzati una correlazione tra i tassi di riproduzione e l’estensione del ghiaccio marino, le ondate di calore marine e la disponibilità di prede. La stessa tendenza è stata registrata anche nelle popolazioni di balene franche australi in Sud America o Sudafrica, per cui siamo davanti a un reale “segnale di allarme” su come le emissioni dell’uomo che alimentano il riscaldamento globale stiano influenzando la vita marina. Anche per questo, anche in occasione della Giornata internazionale delle balene, vale ancora una volta la pena ricordare come i cambiamenti climatici causati dall’uomo abbiano “ripercussioni su tutto: dobbiamo fare qualcosa al riguardo” dicono, allarmati, i ricercatori.


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/ambiente/rss2.0.xml

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