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“Conflitti e risorse alimentari, un legame sempre più evidente”


“Non è solo il petrolio a provocare conflitti: il cibo e le risorse alimentari sono già fattori di instabilità globale. In un mondo segnato dalla crisi del clima, dalla crescita della popolazione che va oltre le risorse della Terra e che provoca diseguaglianze, il controllo del cibo diventa una vera e propria causa di guerra” Parole chiare quelle di Francesco De Augustinis, regista del documentario “How to Feed the Planet (Come nutrire il Pianeta)”, un film che mette in discussione i grandi dogmi dell’industria alimentare e che porta alla luce il ruolo sottovalutato delle risorse della terra e del mare nell’innescare alcuni tra i più grandi conflitti contemporanei, dall’Ucraina al Congo.

How to Feed the Planet, capitolo finale” sarà presentato in anteprima il prossimo 11 aprile al Nuovo Cinema Aquila (Roma), durante il Festival delle Terre, la rassegna del documentario indipendente su agroecologia, ambiente e diritti organizzata dal Centro Internazionale Crocevia. “Con questo lungometraggio chiudo il cerchio del progetto One Earth iniziato nel 2019: dopo aver affrontato il tema della deforestazione tropicale; le conseguenze devastanti dell’aumento della produzione zootecnica e aver mostrato perché l’acquacoltura rappresenti una ‘finta soluzione’ al problema della sovrapproduzione di carne, questo film cerca di dare unarisposta alla domanda ‘Come nutrire il Pianeta, assicurando cibo a tutti, senza deforestare, distruggere ecosistemi e portare altre popolazioni alla rovina?”.

Il documentarista Francesco de Augustinis 

Quarantatré anni, il regista De Augustinis vive a Spoleto, ma ha viaggiato dal Congo all’Argentina per raccontare cosa avviene nelle regioni già fragili del mondo dove la competizione per accaparrarsi le terre più fertili, l’accesso all’acqua oppure per lavorare per conto delle multinazionali che esportano materie prime, può degenerare in scontri armati. “In questi contesti – spiega il regista – la sicurezza alimentare e l’accesso ai mezzi per coltivazione sono strettamente legati alla sicurezza politica. Il cibo diventa di per se uno strumento geopolitico”.

Il documentario

Il cibo come il petrolio: le nuove guerre globali

Quindi come sfameremo 10 miliardi di persone nel 2050?

“Aumentare la produzione delle risorse alimentari non può essere la scelta migliore. Lo sfruttamento del suolo, degli oceani è già al limite. Il pianeta dispone di terreno agricolo coltivabile che si sta esaurendo, basta pensare che già oggi il 40% della superficie terrestre è utilizzata per attività agricole, mentre la ricerca di terre nuove sta portando alla deforestazione e al trasferimento di produzioni all’estero da parte delle multinazionali alimentari. Acquistano terreni in Africa, Asia, Sud America ma spesso senza tener conto delle condizioni molto complicate dal punto di vista politico e sociale delle popolazioni autoctone. Basta vedere quanto sta accadendo in Congo oppure in Argentina o Brasile, dove viene prodotto il 70% della soia, tra l’altro per tre quarti utilizzata per mangimi negli allevamenti o per biocombustibili, non per consumo umano. Qui, dove i fertilizzanti vengono spruzzati direttamente dagli aerei (li ho visti e filmati), c’è in atto una forte pressione da parte di Cina e Stati Uniti per avere la soia dal Sud America. Per tutti questi motivi ho deciso di dedicare la prima parte del documentario a mostrare cosa accade nei paesi in cui stiamo esportando la produzione di risorse alimentari se continuiamo ad aumentare la produzione senza tenere conto del contesto globale”.

Cosa si potrebbe fare allora concretamente per dare vita ad un utilizzo più sostenibile del suolo?

“L’unica strada è usare meglio quello che abbiamo già. Partendo ad esempio dalle scelte dei cibi che portiamo sulla tavola. E non significa che dobbiamo diventare tutti vegani, ma dobbiamo ripensare al consumo delle proteine animali. Per questo il documentario cerca di percorrere nel tempo come siamo arrivati a questo punto in pochi decenni. Quanto accaduto nella Repubblica Democratica del Congo, è esemplare. In uno dei paesi dotato di enormi ricchezze naturali, soffre di gravi problemi di scarsità di cibo. Nel frattempo però, grandi aziende internazionali hanno acquistato o controllano vaste aree di terra, ma questo non ha risolto i conflitti e il problema della fame, ha invece portato all’espulsione delle comunità locali dalle loro terre, alla deforestazione e ad una produzione orientata all’export (olio palma, cacao) invece che al cibo locale. Oltre al fatto che in alcune piantagioni c’è ancora uno scarso rispetto dei diritti dei lavoratori. Un paradosso: si esportano prodotti agricoli dal Congo mentre la popolazione, milioni di persone, vivono in condizioni di grave insicurezza alimentare. Alla fine non si aiutano i congolesi a sfamarsi, e i conflitti che affliggono il Paese invece che trovare una soluzione si complicano ancora di più. Spesso prima di queste grandi operazioni commerciali o di cooperazione internazionale non si tiene conto della possibilità di queste ripercussioni sociali e economiche”.

Produzione di cereali in Argentina (crediti: Francesco De Augustinis) 

Ricominciare, ripensare ad un nuovo modo di sfruttare le risorse e produrre cibo. Sia in Europa che nel resto del mondo?

“Bisogna ridare spazio all’agricoltura di piccola scala, progettare l’uso del suolo senza prescindere dai contesti politici e le diseguaglianze che potrebbero sorgere. Bisogna mettere in conto prima di andare altrove a produrre o sfruttare risorse, quale sarà l’impatto sull’ambiente, sulla biodiversità, altrimenti saranno le comunità locali a pagare il conto maggiore. Io credo che sia giunto il tempo di introdurre anche per la deforestazione o il consumo dell’acqua una sorta di tassa simile alla carbon tax, che viene applicata alle emissioni di CO2. Se è giusto pagare un prezzo se si inquina, è giusto anche pagare i danni all’ambiente”.

Come per la fast fashion oppure la bottiglie di aranciata fatte di plastica che vengono mandate in Congo?

“Esatto. Ho visto montagne di queste bottiglie di plastica vicino all’impianto di una multinazionale che produce bibite. Di certo i manager, prima di arrivare in Congo sapevano che fare la racconta differenziata non è una pratica semplice da queste parti. Infatti, sa che succede? I congolesi a un certo punto le bruciano quelle bottiglie, inquinando l’aria per chilometri. Ecco a quello che mi riferisco quando dico che bisogna farsi carico dei danni che produciamo. Se porti la produzione in Africa devi tener conto che lo smaltimento della plastica spetta a te”.


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/ambiente/rss2.0.xml

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