“Il nostro lavoro continua, anche dopo il forfait del governo degli Stati Uniti. Certo, il contributo volontario degli Usa al nostro fondo fiduciario negli anni passati era molto importante e ora è venuto mancare. Ma era successo già nella prima amministrazione Trump, quando però altri Paesi intervennero per colmare il divario”. Jim Skea, climatologo scozzese, da tre anni è presidente del Panel intergovernativo sui cambiamenti climatici (Ipcc), la struttura Onu che analizza tutte le pubblicazioni scientifiche sul riscaldamento globale, ne realizza una sintesi e la sottopone ai governi dei 195 Paesi che aderiscono. In questi giorni è a Roma per una serie di conferenze alla Fao e per un incontro organizzato dal ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica e dal Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici (Cmcc).
Professor Skea, pochi giorni fa Bloomberg ha scritto che l’assenza del finanziamento Usa mette a rischio la stesura del prossimo rapporto dell’Ipcc.
“Gli Stati Uniti hanno dichiarato che non parteciperanno alle nostre attività. Ma ci sono 195 Paesi che partecipano. Quindi, che gli Usa siano tra questi o meno, le riunioni si svolgono lo stesso. E comunque più di 50 scienziati statunitensi partecipano alla stesura dei rapporti: sono nominati da organizzazioni non governative statunitensi e finanziati da fondazioni filantropiche per partecipare agli incontri. Insomma gli Stati Uniti sono presenti”.
E il mancato contributo dalla Casa Bianca all’Ipcc Trust Fund? Anche stavolta chiederete ad altri governi di colmare il gap?
“In effetti, passo molto tempo a visitare i Paesi per dire: per favore potreste fornire più fondi all’Ipcc? Questa attività sta iniziando a dare i suoi frutti. Non ci siamo ancora, ma sarei estremamente sorpreso se non ci riuscissimo”.
Lo chiederà anche al governo italiano?
“Lo chiedo a tutti i governi che incontro”.
Quando dovrebbe essere pronto il prossimo report dell’Ipcc?
“La prima tranche uscirà tra circa un anno, nel marzo del 2027: è un rapporto speciale sui cambiamenti climatici nelle città. La parte principale, quella sulla scienza del clima e le misure di mitigazione, inizierà a essere pubblicata a metà del 2028”.
È vero che alcuni petrostati stanno rallentando i lavori in modo che il report non sia pronto per Cop33 (novembre 2028) quando ci sarà un nuovo global stocktake (la verifica quinquennale dei progressi fatti)?
“È vero che stiamo discutendo sulla tempistica”.
Lei è uno scienziato davvero molto diplomatico.
“Certo che lo sono. Parlo da presidente dell’Ipcc, più che da scienziato. Alcuni Paesi, in particolare gli europei, sostengono che il rapporto dovrebbe essere pronto entro il prossimo global stocktake. Ma altri, soprattutto quelli in via di sviluppo, la cui capacità scientifica e di analisi è in crescita, chiedono di avere il tempo necessario per produrre studi e costruire, all’interno delle loro strutture governative, le competenze per esaminare i rapporti dell’Ipcc”.
Il Panel che lei guida è un punto di incontro tra scienza e politica. A giudicare da come stanno andando le cose, non sembra che si siano incontrate spesso, negli ultimi anni. Cosa non ha funzionato?
“Ho trascorso la mia carriera a studiare l’interazione tra scienza e politica. E ho capito che i politici, pur considerando la scienza come uno degli elementi da valutare, devono tenere conto anche di altri fattori. Sono quindi abbastanza realista al riguardo: la scienza non detta le politiche, è uno degli elementi che contribuiscono al processo decisionale”.
Alla Casa Bianca c’è chi la pensa diversamente: come riferisce il New York Times, il segretario Usa al Tesoro Scott Bessent ha messo in discussione le cause del cambiamento climatico: “è difficile decostruire le ragioni del riscaldamento globale”. E lo ha descritto come una convinzione delle “élite”. Come commenta questa affermazione?
“Non si tratta di una convinzione. Ma di un fatto scientifico accertato: la conclusione principale dell’ultimo rapporto dell’Ipcc (pubblicato in forma completa nel 2023, ndr) è che le attività umane sono inequivocabilmente la causa del cambiamento climatico a cui stiamo assistendo. È un fatto semplice, un dato di fatto”.
Lei si sente parte di una élite?
“Sono certo che molti dei nostri scienziati che partecipano alle attività dell’Ipcc sarebbero piuttosto perplessi nel vedersi descritti come un’élite, dato che sono umili ricercatori universitari, che devono pagare la spesa e il mutuo proprio come tutti gli altri. Non credo che gli scienziati si considerino un’élite”.
I combustibili fossili sono tornati al centro del dibattito politico-economico e delle crisi geopolitiche a cui assistiamo. Gli scenari dell’Ipcc cosa ci dicono in proposito?
“Il nostro ultimo rapporto era molto chiaro su questo punto: un mondo in cui si punta a una temperatura coerente con l’obiettivo stabilito dall’Accordo di Parigi (1,5 gradi o al massimo 2 in più rispetto all’era pre-industriale, ndr) è un mondo in cui il commercio globale di energia è minore. Perché le persone fanno maggiore affidamento su fonti energetiche nazionali, ad esempio sulle energie rinnovabili. E di conseguenza, il volume degli scambi energetici si riduce in modo significativo. Ovviamente ciascuno può trarre le sue conclusioni da questo”.
È ancora alla portata l’obiettivo stabilito a Parigi di 1,5 gradi in più?
“Sarà quasi inevitabile superarlo. Ma se tutte le promesse di decarbonizzazione fatte dai governi venissero rispettate, i 2 gradi sarebbero ancora alla nostra portata”.
Al netto della richiesta economica per tappare la falla americana, ha un messaggio per il governo italiano?
“L’Ipcc non raccomanda misure politiche. Parleremo della partecipazione italiana ai processi dell’Ipcc e del modo in cui viene condotta la ricerca scientifica. Sono circa 24 gli scienziati italiani impegnati nella redazione dei rapporti dei nostri gruppi di lavoro. L’Italia è sempre stata molto attiva e vorremmo incoraggiarla a continuare”.
Fonte: http://www.repubblica.it/rss/ambiente/rss2.0.xml

