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Cinque motivi per dire di no all’agnello sulla tavola di Pasqua


Dietro uno dei piatti simbolo della Pasqua si nascondono sofferenza e impatti ambientali spesso sottovalutati. In Italia sono oltre 400 mila i capretti e gli agnelli che vengono macellati nelle settimane che precedono questa festività. Secondo la Banca dati nazionale dell’Anagrafe zootecnica, gli abbattimenti sono purtroppo aumentati: da 1.536.527 nel 2024 a 1.654.050 nel 2025.

Numeri che danno l’idea del fenomeno e che denunciano una strage che potrebbe, e dovrebbe, essere evitata. Ecco i motivi per non portare in tavola queste carni e per scegliere un’alimentazione vegetale, che è rispettosa e sostenibile.

Perché sono dei cuccioli

Gli agnelli, come tutti i cuccioli, amano correre, giocare e stare con la loro mamma. Prelevarli con forza, per ucciderli a soli 20-40 giorni di vita o comunque entro i 6-12 mesi, è una delle pratiche più crudeli dell’industria alimentare. Da contrastare con determinazione.

Perché soffrono durante il trasporto

Secondo le cifre di Eurostat, tra marzo e aprile 2025, cioè nel periodo pasquale, il nostro Paese ha importato dal resto dell’Europa 153.836 agnelli, di cui oltre 97 mila dall’Ungheria, 19 mila dalla Slovacchia e 15 mila dalla Spagna. Come ha documentato l’associazione Essere animali, i viaggi all’interno dei camion, che possono durare anche 30 ore, avvengono in condizioni pessime. Molto spesso, a causa dell’elevata densità, gli esemplari sono costretti a restare in piedi, pressati gli uni contro gli altri, senza la possibilità di muoversi, né di sdraiarsi per riposare. A ciò si aggiungono sistemi di abbeveraggio malfunzionanti, lettiera carica di deiezioni o assente, problemi di ventilazione. A fronte di queste irregolarità, l’attuale normativa è inadeguata e i controlli insufficienti da parte delle autorità fanno sì che i trasportatori reiterino le violazioni.

Perché le modalità di uccisione sono brutali

Arrivati al macello, questi cuccioli incappano di frequente nella brutalità e nella trascuratezza degli operatori, desensibilizzati di fronte a un lavoro ripetitivo e violento. Sono rinchiusi in box di acciaio, uno alla volta vengono immobilizzati con una pinza che ne provoca lo stordimento per elettronarcosi, sgozzati e appesi ai ganci per favorire il dissanguamento. Sono costretti ad assistere, impotenti e terrorizzati, all’uccisione dei loro simili, davanti ai loro occhi.

Perché sono le carni più inquinanti

Gli agnelli sono ruminanti, perciò un’ampia quota dell’impatto climatico globale proviene dal metano generato dalla digestione, che determina un consistente riscaldamento del pianeta nel breve periodo e che resta nell’atmosfera per circa 12 anni. Nella nostra penisola, nel 2023, l’Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale (Ispra) ha quantificato questo tipo di emissioni in circa 14,4 milioni di tonnellate di anidride carbonica.

E ancora, secondo uno studio pubblicato su Science nel 2018, la produzione di 100 grammi di proteine derivanti da tali animali comporta il rilascio di 12 chili di gas serra, l’uso di 757 metri quadrati di suolo, l’impiego di 185 mila litri di acqua. Al di là degli allevamenti intensivi, sempre nocivi, anche il pascolamento può essere critico, perché alimenta erosione e degrado in aree mediterranee in cui il terreno è già vulnerabile.

Perché le alternative ci sono

Considerato tutto ciò, cambiare le tradizioni è un imperativo. Tanto più che ci sono molte alternative, gustose e salutari, a base di vegetali. L’agnello potrebbe essere sostituito, per esempio, con arrosto di seitan accompagnato da patate ed erbe, polpettone di lenticchie e noci, tofu marinato e cotto al forno, tempeh glassato. Chi è meno incline alle sperimentazioni culinarie può sempre puntare sui piatti classici già vegetariani, come torta pasqualina, parmigiana di melanzane, carciofi ripieni, sformati di verdure. Sarà senz’altro un pranzo migliore per tutti.


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/ambiente/rss2.0.xml

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