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Carlos Magdalena: “Io, il Messia delle piante: impossibile un futuro senza di loro”


Posa felice circondato da ninfee gigantesche, barba incolta e brizzolata, capelli lunghi, anzi lunghissimi: l’aria è senza dubbio messianica e il volto, se indagato, accenna il sorriso di chi guarda con ottimismo al futuro, nonostante tutto. Botanico e orticoltore spagnolo, di stanza però al Tropical Nursery, vivaio tropicale de Royal Botanic Gardens di Kew, a Londra, Carlos Magdalena non si arrende. La sua missione? Salvare le piante più minacciate al mondo. Per questo ha messo a punto tecniche pionieristiche per favorire la loro riproduzione, non di rado rischiando la vita in prima persona: dall’Amazzonia alle giungle delle Mauritius, non si è mai lasciato scoraggiare dai pericoli, anche per la sua incolumità. Né intende farlo ora, il “Messia delle piante”: un soprannome che si porta dietro da quando Sir David Attenborough, non uno qualsiasi, lo usò nel corso di un’intervista: era il 2010. Dal 16 gennaio torna, in una nuova, richiestissima edizione per Aboca Edizioni, Il Messia delle piante. Alla ricerca delle specie più rare del mondo (traduzione di Laura Calosso): è il fortunato romanzo della sua vita, appassionante ma soprattutto carico di significati.

Carlos Magdalena 

Scrive, tra l’altro: “Ogni molecola del mio corpo è intrisa della passione per la conservazione delle piante sull’orlo dell’estinzione”. Minacciate dall’antropizzazione selvaggia, dai cambiamenti climatici, dalle priorità delle multinazionali. “Eppure, se distruggiamo una specie si dà il via alla distruzione di tutte”, aggiunge. Finisce così con l’emanare per davvero l’aura di una figura sovrannaturale, salvo assumere un tono fatalmente grave, intriso di ragionato realismo, quando ammette di non sapere se, alla fine, vincerà la sua grande battaglia.

Carlos, partiamo proprio dal suo soprannome. Era nato come uno scherzo, ma sembra essersi già oggi trasformato in una responsabilità, quasi in un dovere morale. A cominciare da un assunto, che percorre l’intero libro: dobbiamo ricominciare a voler bene ad alberi e piante. Perché non ne vogliamo, secondo lei?

“Io credo che spesso gli esseri umani provino empatia per la natura, ma quando accade è soprattutto per gli animali. Le piante, in qualche modo, sono più difficili da comprendere e da apprezzare. Bisogna allora imparare a conoscerle. Ecco, mi sono reso conto che avere un ambasciatore o un interlocutore poteva accelerare enormemente questo processo, un processo che reputo necessario. E questo perché siamo noi i principali responsabili delle estinzioni e, di conseguenza, la soluzione principale dipende ancora da noi”.

Più volte stigmatizza l’ignoranza e l’indifferenza nei confronti delle piante e del loro ruolo fondamentale per gli equilibri del pianeta. Arriva persino a parlare di “cecità vegetale”. Una visione certo pessimistica. Non pensa tuttavia che qualcosa stia cambiando in meglio, anche grazie all’impegno attivo delle giovani generazioni?

“Vero, credo che la situazione sia migliorata negli ultimi due decenni. Eppure le piante restano ancora in fondo all’agenda della conservazione a livello globale, perché affrontiamo problemi su molti fronti: cambiamento climatico, tutela delle barriere coralline, conservazione dei grandi mammiferi. Se si confrontano i programmi di reintroduzione delle piante con quelli degli animali, il divario è enorme. Le giovani generazioni sembrano prestare maggiore attenzione al tema, questo è vero, e il crescente interesse per la coltivazione delle piante da appartamento è senz’altro un’ottima notizia. Ma oggi abbiamo anche bambini sempre più incollati agli schermi digitali e sempre meno predisposti all’aria aperta, e questo potrebbe portare a nuovi passi indietro. Inoltre il mondo è entrato in un’epoca più conflittuale. Non so se il bicchiere sia mezzo pieno o mezzo vuoto”.

Quanto ha influito sul suo percorso essere nato a Gijón, nelle Asturie, in Spagna, e quanto vivere sempre più concentrati nelle metropoli, affascinati da una realtà spesso mediata dagli schermi, rischia di allontanarci dalla natura?

“Ha influito moltissimo. Le Asturie sono una regione molto verde, dal clima mite, con paesaggi che includono aree segnate dal carbone e fiumi fortemente inquinati che si trovano a pochi chilometri da popolazioni di orsi bruni e da una flora alpina molto interessante. La maggior parte di ciò che ho imparato da bambino l’ho appreso da un libro, oppure in un prato o in una foresta. Per questo mi preoccupa che l’era digitale, caratterizzata da brevi reel e frasi ridotte, in un ambiente di social media sempre più saturo di intelligenza artificiale, possa allontanare i bambini da una vera maturazione”.

Nel libro sottolinea spesso la figura di sua madre, quasi una guru. Quanto del suo modo di guardare alle piante deriva da quell’eredità familiare, più che dallo studio scientifico?

“È stata lei a piantare in me l’interesse per la flora e a favorirne la crescita. Ha reso non solo normale, ma anche desiderabile, apprezzare la natura e la maturità in molti sensi. Lo studio scientifico è poi stato decisamente utile, ma senza quell’interesse iniziale probabilmente non mi ci sarei mai dedicato davvero”.

Qual è la specie a cui è più legato e l’esemplare per cui provi maggiore affetto?

“Ne dico due. Il Café marrón (Ramosmania rodriguesii), una pianta endemica di Mauritius a lungo considerata estinta perché ne sopravviveva un solo esemplare, sterile, incapace di riprodursi da solo. È diventato famoso perché per noi era una sfida, salvarlo, e per riuscirci ci sono volute impollinazioni manuali, coltivazione ex situ, micropropagazione. Ecco, noi siamo la causa principale del problema, ma possiamo anche essere parte della soluzione. Poi dico le ninfee, per me fonte costante di fascinazione, dalla mia infanzia fino a oggi”.

Molti degli ecosistemi che descrivi sono stati compromessi da idee di progresso considerate “razionali” ai loro tempi. Qual è l’errore più pericoloso che stiamo ripetendo oggi, convinti di fare la cosa giusta?

“Forse l’idea che possiamo vivere e svilupparci senza considerare la natura. Un esempio è la convinzione che potremmo andare su Marte e vivere lì. È piuttosto assurdo pensare che, se non siamo stati capaci di prenderci cura di un pianeta grande e perfetto, riusciremo a cavarcela su uno più piccolo e già inospitale. Questo mostra il lato sbagliato della speranza: l’illusione”.

Tra i grandi problemi del nostro tempo c’è l’overtourism: stiamo invadendo massicciamente territori prima incontaminati e spesso importiamo accidentalmente specie aliene. Come possiamo arginare questo fenomeno?

“L’ecoturismo, il cosiddetto turismo ambientale, può essere un grande strumento di conservazione, ma deve essere regolamentato correttamente e molto diversificato. Siamo arrivati al punto in cui tutte le aree finora rimaste intatte dovrebbero essere protette e spesso fortemente limitate nelle attività economiche, soprattutto quelle industriali. Per quanto riguarda le specie invasive, la questione è piuttosto complessa: spesso si diffondono rapidamente in luoghi che erano già stati ampiamente compromessi da noi stessi. Finisce così che reagiamo quasi sempre troppo tardi. Ecco: all’inizio sarebbero fenomeni facili da controllare, ma interveniamo solo quando il problema è già serio, invece di agire prima che lo diventi”.

Con la pandemia abbiamo dato l’impressione di volerci prendere cura dei nostri giardini e orti: è stato solo un passo illusorio?

“Credo che siamo tutti schiavi della routine e della frenesia quotidiana e che, una volta tornati a lavorare con i ritmi di prima, quell’idea diventi difficile da sostenere. Siamo stati educati a pensare che la contemplazione sia improduttiva. Io sono totalmente in disaccordo. Giardini e orti sono una parte essenziale per aiutarci a disconnetterci dalle attività umane e a riconnetterci con la natura”.

Alla fine del libro scrive che “chiunque può essere un Messia”. In termini concreti, cosa può fare una persona comune, lontana da giardini botanici e spedizioni, per non sentirsi impotente di fronte alla crisi ambientale?

“La sua domanda implica che io non mi senta impotente. In realtà lo sono ancora, perché il problema non è affatto risolto. Ma ognuno può impegnarsi in un piccolo, minuscolo progetto. Avere interesse, leggere, coltivare qualcosa di proprio, osservare la natura o educare i propri figli ad apprezzare il mondo naturale fa la differenza. Pensare alla natura quando si acquista, o soprattutto quando si vota, è estremamente importante. Insegnanti, ingegneri, avvocati, operatori turistici e molti altri hanno tutti molto da offrire su questo tema. Anche voi giornalisti, naturalmente”.


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/ambiente/rss2.0.xml

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