Poveri ghiacciai, poveri noi. Con la complicità delle ondate di calore che stiamo sperimentando questa estate e in una situazione di zero termico altissimo, che oscilla fra i 4500 e i 5000 metri, le preziose riserve di ghiaccio alpine sono sempre più in difficoltà. A quattro anni esatti dal terribile distacco del seracco sulla Marmolada, legato a un’azione congiunta del calore penetrato in profondità, dell’acqua liberata dalla fusione della massa glaciale e delle crepe (come certifica uno studio pubblicato su Geophysical Research Letters), la fotografia attuale dei ghiacciai, tra luci e ombre, non sembra cambiare: la maggior parte dei giganti bianchi arretrano e fra questi, come ha ricordato di recente la Carovana dei Ghiacciai di Legambiente, alcuni come il Careser, oppure quelli delle Zirocole, Fontana Bianca e Canon sulle Alpi orientali, danno sempre più segnali di avvicinarsi alla scomparsa entro il 2050.
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In questo contesto, impressionano poi le recenti immagini della vetta del Cervino dove scorrono cascate d’acqua oppure quelle che mostrano una grande faccia triste, come fosse un emoticon, disegnata sul ghiacciaio del Presena, appena ricoperto da teli geotessili per provare a conservarlo. Accanto a quella faccina, la scritta “morte sicura”, una sorta di monito per l’inazione – legata alla crisi climatica – che continua a caratterizzare una politica oggi lontana dalle azioni necessarie per arginare il riscaldamento globale, in primis l’uscita dai combustibili fossili.
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Attualmente gli esperti stimano infatti che di questo passo solo il 40% del ghiaccio delle Alpi potrebbe arrivare a fine secolo: tutto il resto scomparirà. Oltretutto, in queste condizioni sempre più complesse in cui versano i ghiacciai, come denunciato da tempo da diversi esperti di montagna, continua l’impreparazione di chi si spinge in cima. Nell’Italia e nelle Alpi che hanno sofferto a inizio anno per uno dei più alti numeri in Europa per vittime di valanghe, continua infatti l’impreparazione di chi affronta le vette.
Dopo i vari casi segnalati sui social, come quelli denunciati da Carlo Costa di ragazzi con scarpe da ginnastica oppure di escursioniste in gonna a oltre 4000 metri, arrivano ora nuove segnalazioni – come racconta Il Dolomiti – di persone che si avventurano senza l’abbigliamento adeguato, in zone di crepacci, in alta quota: in questo caso si tratta di una persona che, indossando scarpe da ginnastica non adatte, è stata vista domenica scorsa sul Breithorn al confine fra Italia e Svizzera mentre camminava, senza appunto il giusto equipaggiamento, in una zona marcata da condizioni estreme. Va ricordato che oltre alla propria incolumità aumenta, in questi casi, anche il rischio per i soccorritori che talvolta sono costretti a intervenire per salvare chi è in difficoltà.
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Svizzera dove tra l’altro il 29 giugno è già arrivato il Glacier Loss Day, ovvero il giorno che segna in pratica il momento in cui i ghiacciai esauriscono la neve accumulata durante l’inverno: si tratta di una data decisamente anticipata rispetto al passato, quando in molti casi si registrava intorno a luglio. Tutti segnali che indicano forti cambiamenti in atto in montagna e anche la necessità di maggiore prudenza, di ripensamenti, di nuove attenzioni.
Interessante, in tal senso, la riflessione appena pubblicata da una guida alpina con grande esperienza, come Michele Comi, sul sito Stilealpino. La guida racconta di avere paura e di aver scelto di ascoltare sia questo timore sia i segnali inviati dalle cime, per questo per ora ha deciso che non scalerà più su neve e ghiaccio. “La verità – scrive Comi – è che faccio sempre più fatica a fidarmi di un ambiente che sta cambiando sotto i nostri occhi. I ghiacciai si ritirano, il permafrost si degrada, pareti considerate solide si trasformano, nevai e pendii non seguono più le logiche che abbiamo imparato a conoscere. Vedere cascate d’acqua oltre i quattromila metri sul Cervino non è un’anomalia curiosa, è il sintomo di una montagna diversa”.
Fonte: http://www.repubblica.it/rss/ambiente/rss2.0.xml

