in

Aflabox, dall’Italia all’Africa: un laboratorio portatile per la sicurezza del cibo


Immaginate un agricoltore del Kenya che, al momento della raccolta del mais, vuole sapere se il suo prodotto è sicuro. Oggi dovrebbe portare un campione in un laboratorio specializzato, aspettare ore, a volte giorni, e affidarsi a strumentazioni costose e a personale qualificato. Un percorso spesso inaccessibile nelle aree rurali, dove però il rischio di contaminazione è più alto e le conseguenze più gravi. Da questa contraddizione è nata Aflabox, startup agritech italiana con una missione precisa: trasferire il controllo della sicurezza alimentare fuori dai laboratori e dentro la realtà quotidiana delle filiere agricole, ovunque nel mondo.

Il problema invisibile che avvelena le filiere

Le aflatossine sono sostanze prodotte da alcune specie di funghi e rappresentano una delle minacce più silenziose e diffuse della sicurezza alimentare globale. Contaminano mais, cereali, farine, semi, frutta secca e derivati animali, con effetti sulla salute umana, sul valore commerciale dei raccolti e sull’accesso ai mercati internazionali. Nei Paesi in cui il clima favorisce la proliferazione fungina, come molti dei Paesi dell’Africa subsahariana, il problema si intreccia con la vulnerabilità delle comunità agricole, con la povertà rurale e con le barriere all’export.

Eppure il controllo rimane, nella maggior parte dei casi, una prerogativa dei laboratori. Lontano dai campi. Lontano dai centri di raccolta. Lontano dai luoghi in cui le decisioni vengono prese.

“Costruire un ponte tra tecnologia italiana e filiere africane”

Aflaboxnasce a Sassuolo (MO) nel luglio 2024 da un’intuizione di Luca Alinovi — PhD, ex rappresentante FAO, esperto di aflatossine con oltre 25 anni di esperienza nel campo della sicurezza alimentare e dello sviluppo internazionale — e di Fabrizio Cardillo, imprenditore con trent’anni di storia nei mercati africani e nella costruzione di progetti industriali e istituzionali.

“Abbiamo creato Aflabox partendo da un problema concreto osservato sul campo”, ci spiegano i due fondatori. “Quando i controlli sono lontani, costosi e lenti, troppe decisioni lungo la filiera vengono prese senza dati affidabili. Vogliamo costruire un ponte tra tecnologia italiana, filiere africane e mercati internazionali”.

Il loro punto di partenza non è un laboratorio universitario né un incubatore cittadino: è il campo. La realtà quotidiana degli agricoltori, degli aggregatori, dei trader che ogni giorno movimentano tonnellate di commodity senza poter verificare in modo rapido e affidabile cosa stanno comprando, vendendo o stoccando.

Un ecosistema di dati, non solo un dispositivo

Aflabox non è un semplice strumento di analisi. È una piattaforma di field intelligence che combina hardware portatile, imaging UV e luce bianca, intelligenza artificiale, raccolta dati geolocalizzata e dashboard cloud. In meno di 90 secondi, una scansione restituisce un risultato digitale condivisibile, e contribuisce alla costruzione di una base dati utile per monitorare qualità, contaminazioni, rischi e valore commerciale delle produzioni agricole.

Il valore non è nella singola analisi: è nell’aggregazione. Ogni scansione geolocalizzata diventa un punto su una mappa del rischio. Nel tempo, questi dati possono contribuire a costruire mappe territoriali della qualità agricola, supportare programmi nazionali di food safety, rafforzare la tracciabilità delle filiere e orientare gli interventi di governi, imprese e organismi internazionali verso le aree più esposte.

Gli utenti di Aflabox sono molteplici: gli agricoltori che vogliono verificare il raccolto prima di venderlo; i centri di raccolta e i trader che devono decidere cosa acquistare e a quale prezzo; le industrie alimentari e gli esportatori che devono soddisfare requisiti sempre più stringenti per accedere ai mercati europei e internazionali; e le istituzioni pubbliche, i donor e gli organismi internazionali che pianificano programmi di sicurezza alimentare su scala nazionale o regionale.

Non a caso, Aflabox ha già fornito 20 dispositivi al World Food Programme in Kenya e ha presentato la propria tecnologia alla Cereal Millers Association Annual Technical Conference nell’aprile 2025. Il brevetto è depositato, la prima fase di validazione basata sull’intelligenza artificiale è completata.

Dal campo al mercato globale

Il progetto è italiano nella sua origine, con sede legale a Sassuolo, ma radicato operativamente a Nairobi, attraverso la controllata Aflazero. Un’architettura che riflette la visione dei fondatori: tecnologia sviluppata con rigore scientifico europeo, applicata con conoscenza diretta di mercati e filiere africane.

Il team tecnico unisce competenze in food safety, sviluppo internazionale, intelligenza artificiale e data science. Brandon Idemudia, AI Lead e specialista di deep learning, e Kennedy Kioko, Data Scientist esperto di machine learning e modelli predittivi applicati alla sicurezza alimentare, lavorano allo sviluppo dei modelli che rendono Aflabox sempre più accurato a ogni scansione.

È proprio la solidità di questo impianto: tecnologico, scientifico e operativo, ad aver convinto alcuni degli attori più rilevanti dell’ecosistema italiano e internazionale dell’innovazione a scommettere sul progetto. Nell’ambito di FoodSeed, il programma della Rete Nazionale Acceleratori di CDP Venture Capital dedicato all’agrifood e gestito da Eatable Adventures, Aflabox ha chiuso un aumento di capitale da 1,35 milioni di euro, con la partecipazione di Farming Future, il Polo Nazionale di Trasferimento Tecnologico dell’Agrifood Tech. “Aflabox rappresenta un esempio concreto di come tecnologia e innovazione possano contribuire a rendere le filiere agroalimentari più sicure, efficienti e trasparenti”, ci dice José Luis Cabañero, CEO e Founder di Eatable Adventures. “Il team ha sviluppato una soluzione con un forte potenziale di crescita e di impatto, capace di rispondere a un’esigenza rilevante a livello internazionale”.

I prossimi passi prevedono il completamento della certificazione del dispositivo, il rafforzamento della presenza commerciale in Kenya, Nigeria e Italia, l’avvio di una micro-factory dedicata alla produzione e l’espansione della rete distributiva tra Africa ed Europa.


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/ambiente/rss2.0.xml

Tagcloud:

Se la mensa diventa veg: l’Università di Bergamo sperimenta il menù sostenibile

Dario Franceschini ha il Parkinson