“Abbiamo iniziato a vedere alcuni ruscelli diventare arancioni. In questi luoghi incontaminati dell’Alaska dove non ci sono impatti né da miniere, né da attività umana”. A colpire i ricercatori nel 2019 furono proprio quei ruscelli che improvvisamente si tinsero prima di arancione, poi di rosso. Una tonalità simile a quella del drenaggio acido delle miniere, nonostante come ricordavano gli scienziati, di miniere in quella zona non ci siano. La scoperta è stata condotta da scienziati federali impegnati a studiare i cambiamenti ambientali nel nord del mondo: dall’isola di Svalbard in Norvegia alla calotta glaciale della Groenlandia, alla tundra del nord del Canada e appunto dell’Alaska. Ad un certo punto si sono convinti che se volevano capire la causa di tutta quell’acqua che scorreva colorata dalla catena delle montagne Brooks dovevano capire cosa stesse accadendo più a Nord. Nell’Artico, dove le temperature record e le precipitazioni da anni stanno accelerando lo scioglimento del permafrost, una miscela di rocce e materia organica che dovrebbe rimanere congelata tutto l’anno. Ed è così che i ricercatori durante i controlli annuali hanno scoperto che l’acqua color ruggine proveniva da “sorgenti acide” che rilasciavano metalli. Non solo. Scoprirono nel suolo della tundra in fusione alluminio, rame e zinco, materiali rimossi dall’acqua riuscita ad infiltrarsi e a riemergere nei letti dei fiumi e sulle rive.
La causa del colore ruggine: minirali ricchi di ferro
Ora i ruscelli sono diventati fiumi colorati, grazie alle indagini aeree ne sono stati monitorati circa 200 tutti concentrati nell’area nel North Slope. Qui il permafrost che ricopre gran parte della superficie terrestre dell’Artico, dai primi anni 2000 si sta sciogliendo a causa dell’innalzamento globale delle temperature, trascinandosi dietro quelle sostanze chimiche tossiche infiltrate nei fiumi dell’Alaska. La fusione del ghiaccio ha lasciato sul suolo negli anni depositi naturali di pirite, un minerale solfuro di ferro, che a contatto dell’aria e dell’acqua causa una reazione chimica: l’ossidazione. Ed è questa la causa del colore ruggine dei fiumi.
Lo studio pubblicato sul The New York Times non è solo importante per la scoperta delle sostanze chimiche nei fiumi dell’Alaska, ma anche perché è stato condotto dal Noaa (National Oceanic and Atmospheric Administration), l’istituzione scientifica che da 20 anni monitora i cambiamenti climatici nella regione artica, un punto di riferimento a livello globale. Eppure, istituzione ad aprile ha subito tagli ingenti dall’amministrazione Trump sia al bilancio che agli organici. Dopo il licenziamento di mille dipendenti all’inizio dell’anno, c’è stato un passo indietro con il tentativo di riassumerne 450, nella sezione del National Weather Service, una sorta di settore ricerca della Noaa.
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Il report annuale dall’Artico
Nonostante i tagli però, il report annuale sull’Artico è stato compilato ugualmente dal Noaa. Un reportage di 153 pagine scritto da scienziati di istituzioni accademiche non solo degli Stati Uniti, ma anche del Canada ed Europa, oltre a ricercatori della Nasa e di diverse altre agenzie scientifiche federali. Include anche un focus sugli aspetti commerciali dell’oceano come l’estrazione mineraria in mare profondo. “Perchè la regione artica ha una potente influenza sull’ecosistema terrestre nel suo complesso”, ha precisato Steve Thur, assistente amministratore per la ricerca della Noaa.
Il reportage che riguarda i fiumi colorati si è concentrato soprattutto nel periodo compreso tra ottobre 2024 e settembre 2025. Periodo in cui le temperature sono state le più alte mai registrate da 125 anni fa. Non solo. Si è anche registrata una quantità record di precipitazioni, sia di neve che di pioggia. “Vedere entrambi questi record storici stabiliti nello stesso anno è davvero notevole”, ha detto Matthew Druckenmiller, scienziato senior presso il National Snow and Ice Data Center di Boulder, Colorado. Sì perché sempre secondo lo scienziato “Dal 1980, le temperature annuali dell’aria artica si sono riscaldate quasi tre volte più velocemente rispetto al resto del pianeta influenzando il momento e la quantità di pioggia e neve nell’Artico”, che a loro volta hanno effetti negativi sulla pesca, la fauna selvatica e le popolazioni.
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Le ripercussioni sugli ecosistemi
Nel frattempo inevitabili le ripercussioni dell’acqua acida e tossica sugli ecosistemi: sta uccidendo insetti e altre forme di vita acquatica da cui dipende la sopravvivenza di salmone e altri pesci. Cibo considerato fondamentale per i 10 mila abitanti della regione. Durante un indagine del 2024 nel Parco Nazionale della Valle di Kobuk, i ricercatori hanno scoperto che il fiume Akillik cambiava rapidamente da limpido ad arancione in estate, uccidendo tutti i pesci.
Gli scienziati continuano a monitorare i ruscelli e i salmoni, ma sono preoccupati. Se il fenomeno dei fiumi arrugginiti si diffondesse a bacini idrografici più grandi, come il fiume Yukon, potrebbe minacciare l’industria salmone dell’Alaska, da 541 milioni di dollari. I salmoni sono sensibili alle sostanze chimiche presenti nell’acqua, secondo Nicole Kimball, vicepresidente per le operazioni in Alaska presso la Pacific Seafood Processors Association. “Non serve molto per rendere il salmone meno riproduttivo”, ha spiegato Kimball, che è anche commissaria del North Pacific Marine Fisheries Management Council, che regola le attività di pesca commerciale.
Fonte: http://www.repubblica.it/rss/ambiente/rss2.0.xml

