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Basta animali come macchine da produzione

L’approccio industriale ha trasformato l’allevamento degli animali in “zootecnia” e questo ha cambiato tutto. Zootecnia, infatti, è la scienza dello sfruttamento degli animali al pari delle macchine: l’allevatore diventa “imprenditore agricolo”, viene incrementata la meccanizzazione, la stabulazione permanente è una prassi, mentre l’omogeneità e la selezione genetica (il contrario di “biodiversità”) sono spinte all’estremo e si adotta il criterio principe dell’economia di scala.

Di fatto, con l’avvento della zootecnia si separa l’attività agricola dall’allevamento col risultato che i contadini iniziano ad aver bisogno di acquistare fertilizzanti per il loro terreno e gli allevatori mangimi e fieno per le loro bestie.

La cultura riduzionista novecentesca separa agricoltura e allevamento nella cornice della “rivoluzione verde”: quella che negli anni Sessanta prometteva di incrementare la produzione e di sconfiggere la fame. Oggi, nel 2024, quasi un miliardo di persone è malnutrito, ma al contempo si spreca un terzo del cibo prodotto sul Pianeta: con quel terzo sfameremmo quattro volte le persone che non hanno regolare accesso al cibo. Un terzo. Un miliardo. Quattro volte.

Questo certifica che si muore di fame per povertà, non per scarsità alimentare. Si muore di fame perché una produzione alimentare eccedentaria non è servita a sfamare i popoli. Ma a speculare sul cibo, al pari di ogni altra merce scambiandolo sui mercati azionari internazionali.

Questo ha portato piccoli allevatori a competere con produzioni industriali enormi, che offrono carne latte e uova a prezzi bassissimi: perché i costi “nascosti” ricadono sulla collettività in termini ambientali, igienico-sanitari, sociali, ma anche culturali ed etici.

Non esiste ad oggi una definizione giuridica dell’allevamento intensivo, per distinguerlo da quello estensivo: l’ordinamento europeo si accontenta di definizioni di tipo descrittivo che non influiscono però sulla loro liceità. E sebbene si sappia che il numero di animali allevati sia il più grande da quando gli esseri umani sono apparsi sulla Terra, non si hanno cifre univoche sul dato in sé – che oscilla tra i 20 e i 90 miliardi di capi – dei quali non si ha certezza!

Di fatto la zootecnia ha fortemente sbilanciato il rapporto tra allevatori e animali, e più in generale, una cultura diffusamente predatoria ha portato tutti noi ad avere uno sguardo alieno verso la natura. Ha modificato la nostra relazione col vivente.

L’affollamento, la prigionia, una vita brevissima, insomma condizioni di estrema sofferenza e insalubrità in cui gli animali da allevamento intensivo sono costretti a vivere, hanno gravi ripercussioni di vario tipo. L’aumento delle epidemie è infatti associato alla diminuzione della biodiversità causata da deforestazione (anche per coltivare mangimi su larga scala), estrazione mineraria, uno sviluppo urbano illimitato e un’agricoltura intensiva e monocolturale. E tutto ciò aumenta la possibilità di contatti tra la fauna selvatica, gli animali allevati e gli esseri umani, favorendo la diffusione di malattie zoonotiche. La pericolosa antibiotico-resistenza, che continua a diffondersi, è ritenuta globalmente la prima causa di morte nei decenni a venire, e il 15% circa delle emissioni climalteranti sul totale delle attività umane proviene dall’allevamento industriale.

Allora, consapevoli dell’insalubre legame che intreccia l’agroindustria, e in particolare l’allevamento intensivo, con la crisi climatica e ambientale, e consapevoli – parallelamente – che i nostri regimi alimentari sbilanciati in termini di proteine animali, di grassi e zuccheri, sono collegati con malattie cardiovascolari, con obesità, diabete e influenze, è urgente un’onesta riflessione su questo modello alimentare e di allevamento. Un modello che equipara esseri senzienti a macchine e ne contempla la sofferenza sistematica. Un modello alimentare che fa ammalare gli esseri umani, oltre che l’ambiente, invece che nutrirne corpo e spirito.

Oggi la logica che guida il sistema alimentare (produzione, distribuzione e consumo) non può essere che “bio”, cioè imperniata sulla vita.Una decisa conversione ecologica non è un sacrificio, ma l’opportunità di scelte importanti che tendano all’orizzonte di un progresso armonico che invece che separare, tenga insieme: dati tecnici e saperi tradizionali, visione globale e valorizzazione delle diversità territoriali, lucida analisi e intelligenza affettiva, ricerca e bellezza. È la proposta rigenerativa di chi vuole agire un cambiamento capace di guardare al futuro mettendo al centro il bene comune e non il profitto, e di chi crede nelle idee e nel potere dell’umanità di modificare gli eventi.


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/ambiente/rss2.0.xml


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