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Matteo Righetto: ridiamo vita ai borghi abbandonati

Ormai da decenni l’Italia sta facendo i conti con un calo demografico costante, che ha conseguenze dirette sullo spopolamento di alcune zone, in particolare quelle interne e montane. Le persone spesso abbandonano i Comuni di queste aree perché più periferici a livello geografico , difficili da raggiungere  e spesso mancanti dei servizi essenziali.

Le caratteristiche orografiche dell’Italia fanno sì che le zone interne e montane costituiscano una parte rilevante del Paese,  quasi il 60% della superficie nazionale. Tuttavia in tanto spazio abitano in pochi, soltanto il 23 % della popolazione nazionale, mentre negli ultimi vent’anni la popolazione dei centri è aumentata di quasi il 6 per cento. Il calo degli abitanti nelle aree interne è stato di quasi l’1,5%.

Durante l’epidemia di Covid, nel 2020, si è aperto il dibattito sulla necessità di rivitalizzare i piccoli borghi. L’architetto Stefano Boeri dichiarò a Repubblica: “Tutti hanno capito che il verde è un tema importante. Ma in Inghilterra già si prevede una grande spinta verso l’abbandono delle zone più densamente abitate. Succederà anche in Italia, chi ha una seconda casa ci si trasferirà – abbiamo ormai capito le potenzialità del lavoro a distanza – o ci passerà periodi più lunghi. Ma questo processo andrà governato. (…) L’Italia è piena di borghi abbandonati, da salvare. Abbiamo un’occasione unica per farlo”. 

A Boeri risposero in molti. Il Fai, con il presidente Marco Magnifico, osservò che “in Italia, sopra i mille metri vivono oltre 10 milioni di abitanti. Di questi concittadini e di questi territori è necessario prendersi cura a prescindere che possano rappresentare un’alternativa alla città”.

In più occasioni, poi, Uncem, l’associazione che riunisce 3.850 Comuni montani per oltre la metà della superficie dell’Italia, e l’Associazione dei borghi più belli d’Italia, che dal 2001 rappresenta oltre 300 borghi sotto i 15mila abitanti, hanno sottolineato che la rivitalizzazione dei borghi è centrale non soltanto in tempi di emergenza e necessita di un grande piano nazionale. “Che il futuro sia nei borghi – dice Marco Bussone, presidente di Uncem – è essenziale nella logica del risparmio del consumo di suolo, dell’efficienza energetica, di una rifunzionalizzazione degli spazi, di economie circolari che sappiano dare risposte alla crisi climatica“.

L’Associazione dei borghi più belli d’Italia riassume in quattro punti le proposte per arrestare lo spopolamento e rendere possibile la scelta di lasciare i grandi centri. Per gli esperti servono riqualificazione; messa in sicurezza dagli eventi naturali quali terremoti, smottamenti e alluvioni; recupero del patrimonio artistico e architettonico; rigenerazione del tessuto commerciale e turistico di prossimità per abbandonare il concetto di “seconda casa” e recuperare quello di “abitare un luogo per viverci e lavorare”.


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/ambiente/rss2.0.xml


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