2 Marzo 2023

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consigliato per te

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    L'Enpa contro le fake news sui lupi: “Nonostante la legge sono sotto attacco”

    L’occasione è la giornata mondiale della fauna selvatica, che si celebra domani, un momento in cui sottolineare come anche le specie tutelate siano sotto attacco, spesso a causa di credenze difficili a morire e disinformazione attuata ad arte. Dopo un nuovo caso di bracconaggio, che ha avuto come vittima un lupo, l’Enpa approfitta della giornata […] LEGGI TUTTO

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    Ridurre l’impatto ambientale del cibo: la startup Carbon Maps punta al mercato italiano

    Ormai è noto che la produzione di cibo è responsabile per (almeno) il 15-20% delle emissioni annuali di gas serra nell’atmosfera e ridurre questo valore è decisamente fra gli obiettivi principali per contrastare il cambiamento climatico.È talmente vero che da tempo l’Unione europea sta insistendo con i Paesi membri perché adottino un sistema di etichettatura comune (chiamato PEF) che permetta ai consumatori di valutare quanto inquina il cibo che stanno per comprare e anche premiare le aziende più rispettose per l’ambiente.In Francia, un sistema del genere dovrebbe entrare in vigore entro fine 2023 con il nome di Eco-Score, e proprio dalla Francia arriva una startup il cui scopo è appunto aiutare i produttori a capire meglio l’impatto ambientale di quello che fanno.

    Quattro milioni di euro per partire

    La startup si chiama Carbon Maps, è stata fondata da Patrick Asdaghi, Jérémie Wainstain ed Estelle Huynh e ha appena raccolto 4 milioni di euro di finanziamenti da Breega e Samaipata, due note società europee di venture capital.Quello che hanno fatto è sviluppare una piattaforma software che, utilizzando modelli matematici abbinati all’intelligenza artificiale, esegue una valutazione dell’impatto dei vari prodotti di consumo. Attenzione: non (solo) del prodotto finito, ma proprio di tutti i singoli aspetti che lo riguardano, dagli ingredienti alle materie prime, dall’uso dell’acqua al consumo del suolo, al benessere degli animali. L’idea è quella di tenere monitorati tutti i passaggi della filiera, così da permettere alle aziende di capire dove c’è (eventualmente) un problema e correggerlo. LEGGI TUTTO

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    Il 77% dei giovani è preoccupato per la crisi climatica e boccia il governo

    I giovani italiani sono molto preoccupati dal cambiamento climatico, chiedono al governo che venga fatto di più, e vengano prese decisioni a favore dell’obiettivo 100% rinnovabili. Questo è ciò che emerge dalla ricerca promossa dal WWF e condotta da EMG Different, alla vigilia dello sciopero globale sul clima.Circa 6 dei giovani intervistati su 10 dichiarano che il cambiamento climatico ha un impatto sulla propria vita (58% molto o abbastanza) e il 56% si dice impegnato in azioni quotidiane per affrontare la crisi climatica. Circa 8 giovani su 10 (77%) si dichiarano molto o abbastanza preoccupati dal cambiamento climatico. Per questa ragione più della metà del campione s’impegna a fare scelte di consumo più sostenibili e il 44% si aspetta subito interventi dalle istituzioni.

    I protagonisti

    Chi sono gli 8 portavoce di Fridays for Future e cosa vogliono

    di Giacomo Talignani

    01 Marzo 2023

    A conferma dell’auspicio che le istituzioni prendano provvedimenti per affrontare il cambiamento climatico, 6 giovani su 10 danno un giudizio negativo sull’operato del Governo: per il 63% dei giovani, infatti, il nostro governo sta facendo poco o nulla per affrontare il cambiamento climatico.

    Netta l’opinione dei giovani italiani a favore delle fonti di energia rinnovabile come risposta sia alla crisi climatica che a quella energetica. Il 75% ritiene auspicabile che tutta l’energia italiana venga prodotta da fonti rinnovabili e il 73% pensa che le fonti di energia rinnovabile siano la soluzione alla crisi energetica che stiamo affrontando.

    I giovani e la crisi climatica

    Come rispondono i giovani alla crisi climatica? La loro reazione ha due facce: quella positiva delle scelte di consumo più sostenibili (energia, trasporti, cibo, ecc.) per il 53% e della richiesta di provvedimenti immediati (44%), ma anche quella negativa del senso di impotenza (40%) e dell’eco-ansia (28%). Sarà compito degli adulti, e in particolare delle istituzioni, mostrare seria volontà di agire e quindi aiutare a una reazione positiva dei giovani, con benefici per il Paese e la società.

    Per i giovani italiani anche le aziende non fanno abbastanza per affrontare la crisi climatica. Il 61% degli intervistati, infatti, ritiene che stiano alimentando il fenomeno mentre il 39% ritiene che stiano realmente contribuendo a trovare soluzioni.

    II sondaggio è stato svolto da EMG Different su un campione rappresentativo della popolazione nazionale dai 18 ai 34 anni per sesso, età istruzione e area geografica nel periodo tra il 23 e il 27 febbraio 2023.

    La mobilitazione del 3 marzo

    La mobilitazione per il clima tornerà nelle piazze domani 3 marzo, promossa dai Fridays for Future, per richiamare l’attenzione sull’emergenza che la politica tarda a gestire. Anche i giovani di WWF Young saranno in piazza per manifestare uniti contro il cambiamento climatico. Siamo nel pieno della crisi e dell’emergenza climatica e questo sciopero serve a scuotere le coscienze e a muovere all’azione le istituzioni, prima che sia troppo tardi: WWF Young ai giovani delle associazioni ambientaliste tra le quali Greenpeace, Marevivo e Legambiente, ha proposto per domani di eseguire un gesto simbolico comune, ‘La Voce Della Natura’: i giovani volontari porteranno davanti al volto una foglia bianca di quercia che poi sventoleranno.

    La protesta

    Il 3 marzo sciopero globale per il clima. Fridays for Future: “La nostra rabbia è energia rinnovabile”

    28 Febbraio 2023

    L’obiettivo è unirsi ai Fridays for Future, alle altre associazioni e alla gente comune in un’unica voce che si leva di fronte all’emergenza, sempre più pressante, del cambiamento climatico e della perdita di biodiversità che condizioneranno il futuro di tutti noi, e spingere all’azione un governo troppo reticente. LEGGI TUTTO

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    Un manuale di sopravvivenza per i musei

    Davvero un giorno vedremo brillare pannelli fotovoltaici sul tetto degli Uffizi, oppure piccole pale eoliche volteggiare nei giardini della Biennale di Venezia, magari trasformate in installazione d’arte? Quello che sembra uno scenario degno di un romanzo fantasy potrebbe in realtà essere, a breve, oggetto di discussioni sul futuro dei musei, il loro confronto con la crisi climatica e le conseguenze di eventi estremi. Perché in tutto il mondo, non solo in Italia, direttori, capi di Soprintendenze e ministri della Cultura e dell’Ambiente sono chiamati a diventare i protagonisti di quella che sarà una rivoluzione di uno dei settori più strategici di molti Paesi: il rilancio dei musei. Luoghi non più polverosi, ma in grado di creare un legame con la comunità esterna. Testimoni del passato e dell’arte in generale, devono farsi portavoce di messaggi culturali e approcci esemplari. Così, se da un lato dovranno trovare pratiche di gestione che minimizzino l’impatto sull’ambiente, dall’altro sono chiamati fin da ora ad offrire il proprio contributo alla crescita di una coscienza ambientale. E mai come adesso, bisognerà trovare un equilibrio tra la tutela del patrimonio artistico e la conservazione dell’eredità paesaggistica e ambientale. 

    Arte e sostenibilità: da dove cominciare?

    Ma come riscaldiamo i musei in tempo di crisi energetica e come affrontiamo la tempesta che ha iniziato ad impattare sui già complicati bilanci dei musei? E quanto consumano le illuminazioni delle sale? Come possiamo diffondere la cultura della sostenibilità? E soprattutto come verranno spesi i soldi che il capitolo cultura del PNRR destina ai musei? “In pratica, la domanda che ci dobbiamo porre è: come sarà il museo del futuro alla luce delle sfide lanciate dalla sostenibilità e dal cambiamento climatico?” Maurizio Vanni, museologo e docente dell’Università di Economia Tor Vergata è considerato un esperto di marketing museale. Sull’argomento, il professor Vanni ha scritto Biomuseologia. Il museo e la cultura della sostenibilità (Celid, 2022). È una sorta di manuale di “sopravvivenza” per direttori dei musei e di tutti gli operatori che si occupano di trasformare una delle istituzioni più classiche del mondo in un servizio pubblico moderno che produce cultura ma è anche inclusivo, ecocompatibile, economicamente e socialmente sostenibile.

    Maurizio Vanni, museologo e docente dell’Università di Economia Tor Vergata, autore di Biomuseologia. Il museo e la cultura della sostenibilità (Celid, 2022)  LEGGI TUTTO

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    Lanzinger: “I musei sono leve del cambiamento per la transizione ecologica”

    “Il ruolo dei musei nella transizione ecologica va molto oltre l’adeguamento degli edifici per diminuire l’impronta carbonica, o la creazione di percorsi dedicati all’ambiente. L’intero patrimonio culturale serve a divulgare la sostenibilità, i musei sono leve del cambiamento”. Michele Lanzinger dirige uno dei musei che in Italia incarnano meglio questa funzione, il Muse di Trento, ed è presidente dell’International Council of Museum Italia. Il suo lavoro per promuovere i musei sostenibili si concretizza perciò sia nel dirigere una tra le strutture più visitate in Italia, sia nell’impegno per promuovere buone pratiche nella rete museale nazionale. 

    Direttore, partiamo dalla definizione di museo, approvata da Icom lo scorso agosto a Praga, nella quale è entrato appunto il termine sostenibilità.”Il terzo comma della definizione afferma: ‘Aperti al pubblico, accessibili e inclusivi, i musei promuovono la diversità e la sostenibilità’. Questa dicitura significa che devono interpretare la loro missione attraverso un doppio canale: da un lato devono attuare le buone pratiche di sostenibilità in accordo con una società che va in questa direzione, attivandosi così per migliorare una molteplicità di aspetti nelle strutture; dall’altro devono creare partecipazione, consapevolezza e sapere collettivo, in modo da promuovere la cultura della sostenibilità”. 

    Possiamo fare qualche esempio di buone pratiche di sostenibilità?”Spesso ci si limita a considerare la classe energetica dell’edificio che ospita una collezione, mentre un museo sostenibile deve essere più che mai integrato nel territorio. Così, bisogna  assicurarsi che l’accessibilità sia confacente, con percorsi pedonali protetti per cui almeno per i musei ci sia una riappropriazione dello spazio urbano. E non sottovalutiamo il ruolo dei musei come motori del turismo, per cui va pensato in termini di sostenibilità anche il movimento che intorno ai poli museali si sviluppa”. 

    Quali invece le azioni per promuovere la cultura della sostenibilità?”Intanto, collegandomi proprio al rapporto con il territorio, il museo non è soltanto un elemento accessorio, ha una dimensione sociale per cui non è un luogo ‘dedicato a qualcosà ma ‘dedicato a qualcuno’. In questo, bisogna pensare i musei non come conservatori di beni del passato, ma attori che guardano al futuro, alla necessità di prestare attenzione al patrimonio culturale non per l’idealizzazione di un passato lasciato a se stesso, ma per migliorare la società. Faccio un esempio di come alcuni temi non connessi alla sostenibilità in modo diretto, ma presenti nei musei, siano centrali per la lotta al cambio climatico. Nei musei non si passa soltanto il messaggio ‘salviamo il panda’, si parla di apprendimento contro l’abbandono scolastico, di decolonizzazione, di giustizia. Sono tutti filoni che rientrano a buon titolo nel campo della giustizia climatica e che spesso non vengono riconosciuti”. 

    Questo impianto teorico quanto è applicabile nella complessità della situazione italiana?”Non voglio soffermarmi sulla questione dei finanziamenti e della mancanza o meno di fondi, perché ormai è quasi banale dire che in Italia la cultura è sottofinanziata. Infatti la nostra azione mira proprio a far sì che scuole, edifici pubblici, biblioteche e appunto musei siano considerati luoghi chiave per la sostenibilità. E ritorno ancora alla struttura museale inserita nel territorio: quando i miei colleghi riusciranno a mostrare la loro utilità per la transizione ecologica, il museo non sarà luogo da finanziare per forza, ma un soggetto attivo con valore politico, capace di svolgere funzioni che anche le amministrazioni locali riconosceranno”. 

    È ciò che è riuscito a fare il Muse?”La formula che lo ha reso così efficace e ci ha fatto guadagnare mezzo milione di visitatori a dieci anni dall’inaugurazione è la somma di diversi elementi. Non possiamo negare che un ruolo lo gioca la dimensione architettonica bellissima creata da Renzo Piano, che ha fatto da traino, però ora, senza nulla togliere al maestro, non c’è più solo questo. Il Muse è come la Quinta di Beethoven, anche se la conosciamo vogliamo risentirla: da noi la gente torna perché può scoprire e riscoprire delle cose, si sente protagonista, è un museo chiacchierone, dove una famiglia passa volentieri del tempo. Poi c’è l’aspetto scientifico, e qui parliamo della sostenibilità non soltanto per la nostra struttura: abbiamo lavorato perché la nostra ricerca scientifica fosse funzionale alla documentazione ambientale ecologica del nostro territorio e non solo”. 

    Il Muse è anche il capofila del progetto “Museintegrati”. In cosa consiste?”Si è conclusa la prima fase, che ora rilanceremo. Grazie al sostegno dell’ex Ministero per la transizione ecologica e assieme a ICOM e ANMS (Associazione nazionale musei scientifici) abbiamo lavorato per sviluppare un network di trenta musei in tutta Italia, di dimensioni diverse, attivi su temi della sostenibilità. Condividiamo laboratori per scambiarci le azioni che ciascun museo ha fatto sul territorio, in modo da creare alleanze e opportunità. Queste alleanze non hanno prodotto soltanto collaborazioni con gli amministratori locali, ma anche documenti comuni con gli attivisti climatici. So che molti preferirebbero limitarsi ad aumentare il numero di visitatori, ma per noi è più importante il nostro ruolo come luoghi di coesione sociale e baluardi contro la solitudine personale”.  LEGGI TUTTO