16 Gennaio 2023

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    Lettera aperta ai leader del mondo: “Tassare i ricchi per una trasformazione economica sostenibile”

    Earth4All (Una Terra per TuttiTransformational Economics CommissionCari leader,Tra pochi giorni, alcuni tra le persone più ricche del pianeta si riuniranno a Davos per discutere i problemi più pressanti per l’umanità. Tuttavia è improbabile che abbiano il coraggio di discutere davvero le cause alla radice di questi problemi. Questa lettera aperta è rivolta a tutti i leader che vogliono costruire delle società democratiche stabili in questo secolo; società capaci di prendere delle decisioni di lungo-termine per il bene comune. I valori e le istituzioni democratiche uniscono destra e sinistra. Ma le crescenti diseguaglianze nei redditi e nei patrimoni che registriamo nel mondo stanno contribuendo all’erosione di questi stessi valori e istituzioni democratiche.

    La Transformational Economics Commission dell’iniziativa Earth4All (in italiano, “Una Terra per Tutti”) nel corso dei suoi lavori ha concluso che, se non controllata, le diseguaglianze di ricchezza e di reddito continueranno a crescere in questo secolo, determinando crescenti tensioni sociali. C’è bisogno di un nuovo contratto sociale tra cittadini e governi fondato su una distribuzione della ricchezza più equa: politiche fiscali più giuste che tassino la grande ricchezza per diminuire le diseguaglianze.Perché proprio ora?Nonostante milioni di persone siano morte durante la recente pandemia globale da COVID19 e miliardi ne abbiano sofferto, i dieci uomini più ricchi del mondo hanno raddoppiato il loro patrimonio (vedi qui). Il 10% più ricco della popolazione mondiale ora raccoglie il 52% del reddito globale e accumula il 77% della ricchezza. La metà più povera della popolazione mondiale guadagna solo l’8% del reddito globale epossiede il 2% della ricchezza (vedi qui). E questo divario si sta allargando.

    Nonostante il mondo stia vivendo un’emergenza climatica, l’1% più ricco – 80 milioni di persone – è di gran lunga la fonte di emissioni in più rapida crescita (vedi qui). Questo “consumo di carbonio di lusso” arriva in un momento in cui ogni singolo mese il mondo brucia l’1% del cosiddetto budget di carbonio che rimane se vogliamo stabilizzare il clima nel limite di 1.5°C.Nonostante il fatto che il mondo non sia mai stato così ricco, la maggior parte delle persone è tenuta in uno stato di insicurezza economica. Il mondo è nel mezzo di una poli-crisi. I cittadini di tutto il mondo soffrono a causa dell’aumento del costo della vita, dei salari stagnanti, di una recessione incombente e di una povertà duratura, tutti fattori che contribuiscono ad un deterioramento della democrazia.

    Nonostante il fatto che il mondo sia nel bel mezzo di una crisi energetica acuita dalla guerra in Ucraina, le compagnie di combustibili fossili stanno guadagnando nell’ordine di centinaia di miliardi di dollari (vedi qui).Il mondo non riuscirà ad uscire da questa situazione senza far nulla. Queste crisi continueranno ad evolversi, si scontreranno tra loro e peggioreranno rapidamente, con sfortunatamente crisi ancora più grandi all’orizzonte: la scienza ha confermato che l’umanità ha già sorpassato sei dei nove “limiti naturali del pianeta” (vedi qui).

    Il crescente divario tra una manciata di super ricchi e tutti gli altri è una ricetta per società profondamente disfunzionali e polarizzate. Non può andare avanti. La concentrazione della ricchezza porta inevitabilmente alla concentrazione di potere, dando ai più ricchi un’influenza sproporzionata sulle istituzioni governative.Questo mina la fiducia nella democrazia, il che rende poi più difficile per i governi prendere decisioni a lungo termine a beneficio della maggioranza delle persone.Paesi più equi tendono invece ad avere risultati migliori in termini di fiducia, istruzione, mobilità sociale, longevità, salute, obesità, mortalità infantile, salute mentale, omicidi e altri crimini, abuso di droghe, e rispetto e protezione dell’ambiente.Ridurre le diseguaglianze di ricchezza e di reddito è la chiave affinché le nostre società possano rispondere alle molteplici crisi del nostro tempo e garantire una maggiore sicurezza economica. Una distribuzione più equa della ricchezza e del reddito ridurrà le tensioni sociali e migliorerà il benessere di tutti. Contribuirà inoltre a rendere le democrazie più stabili in modo che siano maggiormente in grado di affrontare gli shock e prendere decisioni razionali a lungo termine per il bene comune.

    Se diamo valore alla democrazia, se diamo valore alla stabilità e se diamo valore al nostro futuro, i governi devono ridistribuire la ricchezza e il reddito in modo più equo.Proponiamo che entro il 2030 – in tutti i Paesi – il 10% più ricco riceva meno del 40% del reddito nazionale, con una ulteriore diminuzione delle diseguaglianze negli anni successivi. Sappiamo che ci sono molti modi per realizzare una trasformazione così importante – ma tutti necessitano un coinvolgimento maggiore da parte del settore pubblico e della spesa pubblica. Ridurre le diseguaglianze può essere raggiunto attraverso una tassazione più progressiva su reddito e patrimoni per individui e imprese. Il problema è che attualmente la maggior parte dei sistemi fiscali nel mondo è regressivo e sorpassato. Non generano le entrate necessarie, né assicurano che chi è ricco paghi relativamente di più di chi e povero. Ma ci sono modi per aggiustare questa situazione, se ce la volontà politica di prendere le giuste misure. Questo è il motivo per cui chiediamo ai leader mondiali di compiere alcuni passi coraggiosi quest’anno:• Tassare la ricchezza, in particolare i grandi patrimoni, ovunque questa ricchezza sia detenuta, compresi i paradisi fiscali, e rendere possibile ciò sviluppando e condividendo registri nazionali dei patrimoni detenuti in diverse forme.• Tassare il reddito, inclusi i redditi da capitale, in maniera più progressiva.• Tassare le imprese – applicando un’imposta globale minima sulle società nel 2023 che sia vicina all’aliquota media globale del 25% e rendendo le società multinazionali soggette alle stesse aliquote delle società nazionali introducendo la tassazione unitaria dei loro profitti globali sulla base delle singole quote nazionali di vendite, occupazione e beni detenuti in ciascun Paese.• Tassare i profitti eccezionali (n.d.r. windfall profits) in tutti i settori, in particolare i profitti realizzati durante i periodi di scarsità e speculazione quando il resto del mondo è in crisi.• Tassare il “consumo di carbonio e della biosfera di lusso” ed eliminare tutti gli incentivi fiscali per i combustibili fossili.Infine, i governi devono colmare una volta per tutte le scappatoie fiscali internazionali, eliminare le strutture fiscali perverse di tutte le forme e garantire che le entrate aggiuntive derivanti dall’imposta progressiva sulla ricchezza e sul reddito siano destinate a programmi sociali, all’emancipazione delledonne, alla decarbonizzazione, e alla trasformazione dei sistemi energetici e alimentari.I leader del settore private che si riuniscono a Davos questa settimana potrebbero ritenere che questa strategia sia contraria ai loro interessi a breve termine e individuali, ma questa è una visione molto limitata e in definitiva autodistruttiva. Chiediamo loro di sostenere questa agenda e di essere una forza positiva per la democrazia, la stabilità e il futuro a lungo termine dell’umanità.

    Lettera della Transformational Economics Commission.Firmatari:• Nafeez Ahmed, Direttore del Global Research Communications, RethinkX; e Research Fellow,Schumacher Institute for Sustainable Systems• Lewis Akenji, Managing Director, Hot or Cool Institute• Tomas Björkman, Fondatore, Ekskäret Foundation• Sharan Burrow, ex Segretario Generale, International Trade Union confederation (ITUC) 2010-2022• Robert Costanza, Professore di Ecological Economics, Institute for Global Prosperity (IGP) atUniversity College London (UCL)• Sandrine Dixson-Declève, Co-Presidente Il Club di Roma, e Project Lead, Earth4All• Lorenzo Fioramonti, Professore di Political Economy, Direttore dell’Institute for Sustainability,University of Surrey, y, University of• John Fullerton, Fondatore e Presidente Capital Institute• Owen Gaffney, Earth4All Project Lead e Chief Impact Officer Nobel Prize Outreach• Jayati Ghosh, Professoressa di Economics, University of Massachusetts Amherst• Tim Jackson, Professore di Sustainable Development e Direttore del CUSP – Centre for theUnderstanding of Sustainable Prosperity – presso la University of Surrey• Garry Jacobs, Presidente & CEO, World Academy of Art & Science• Gaya Herrington, Autrice di Five Insights for Avoiding Global Collapse e Vice-Presidente presso laSchneider Electric Sustainability Research Institute• Andrew Hines, Professore di Environmental Change and Public Health, London, UK• Steve Keen, Professore onorario presso lo University College London e ISRS Distinguished ResearchFellow• Julia Kim, Direttrice, Gross National Happiness Centre, Bhutan• David Korten, Autore, Cittadino attivo e president del Living Economies Forum• Roman Krznaric, Filosofo e autore.• Jane Mariara, Economista, Presidente dell’African Society for Ecological Economists• Chandran Nair, Fondatore e CEO, The Global Institute for Tomorrow• Kate Pickett, Professore di Epidemiology, University of York• Carlota Perez, Professoressa onoraria – IIPP, University College London (UCL); SPRU, University ofSussex e Taltech, Estonia• Mamphela Ramphele, Co-Presidente, Il Club di Roma.• Jorgen Randers, Professore emerito, Climate Strategy, BI Norwegian Business School• Kate Raworth, Autrice del “L’economia della ciambella” e co-fondatrice del Doughnut EconomicsAction Lab• Otto Scharmer, Professore, MIT, e Founding Chair, Presencing Institute• Stewart Wallis, Executive Chair, Wellbeing Economy Alliance• Ken Webster, Visiting Fellow Cranfield University e Univ of Auckland Business School• Ernst von Weizsäcker, Presidente onorario, Il Club di Roma LEGGI TUTTO

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    Quasi 700mila firme all'appello di Greta Thunberg contro i combustibili fossili

    “Cessare e desistere: basta con i combustibili fossili”. Con queste parole – e una lettera appello che in poche ore è già stata firmata da quasi 700mila persone – le quattro giovani attiviste Greta Thunberg (Svezia), Vanessa Nakate (Uganda), Luisa Neubauer (Germania) e Helena Gualinda (Ecuador) invitano i Ceo delle multinazionali di oil and gas a smettere fin da subito di investire nelle fonti fossili. La petizione arriva alla vigilia del World Economic Forum (WEF) di Davos. Nel primo meeting nuovamente in presenza dopo la pandemia al centro del dibattito saranno ancora una volta le questioni economiche legate alla crisi energetica e alla guerra, ma ampio spazio – promettono gli oltre 2500 partecipanti – sarà dato anche alle discussioni sull’emergenza climatica.

     

    La polemica

    Il capo di una multinazionale del petrolio presiederà Cop28. La rabbia degli ambientalisti

    di Giacomo Talignani

    14 Gennaio 2023

    Il Forum si apre dopo un inizio anno complesso per gli attivisti impegnati nella battaglia climatica: prima la nomina a presidente della futura COP28 di Dubai del sultano Al-Jaber, che è anche Ceo di una multinazionale del petrolio, poi in Germania occidentale lo sgombero (che è stato completato oggi) di Lutzerath, villaggio dove ora inizierà l’espansione di una miniera di carbone dopo giorni di protesta (in cui anche Greta è stata allontanata dalla polizia). L’attenzione si sposta dunque adesso in Svizzera per fare pressione sui leader del mondo (attesi 50 capi di stato) e su quegli stessi potenti che, lo scorso anno a Davos, con i loro jet privati hanno quadruplicato le emissioni legate al traffico aereo, secondo una ricerca di Greenpeace.

    Ambiente

    La battaglia di Lützerath contro il carbone. Greta Thunberg con gli attivisti

    di Giacomo Talignani

    12 Gennaio 2023

    Le quattro paladine dell’ambiente, per richiedere alle aziende un reale passo avanti nella decarbonizzazione e uno indietro legato alla possibile apertura di nuovi impianti, tenteranno quindi di  consegnare di persona ad alcuni degli amministratori dell’oil and gas presenti al WEF (fra cui ad esempio BP, Chevron, Saudi Aramco), le firme raccolte finora.

    “We know that Big Oil:?? KNEW for decades that fossil fuels cause catastrophic climate change.?? MISLED the public about climate science and risks.?? DECEIVED politicians with disinformation sowing doubt and causing delay.”https://t.co/rp68u7pDJz— Mark Ruffalo (@MarkRuffalo) January 15, 2023

    Rivolgendosi direttamente ai Ceo, le attiviste chiedono di “interrompere immediatamente l’apertura di nuovi siti di estrazione di petrolio, gas o carbone e di smettere di bloccare la transizione verso l’energia pulita di cui tutti abbiamo così urgente bisogno”. Implicito, per esempio, è il riferimento proprio a Lutzerath dove la Germania punta all’estrazione del carbone fino al 2030 giustificando questa esigenza all’interno del mix energetico necessario per andare avanti dopo la crisi del gas russo.

     

    Lo studio

    ExxonMobil sapeva dei cambiamenti climatici fin dagli anni Settanta

    di Jaime D’Alessandro

    13 Gennaio 2023

    Inoltre le attiviste  ricordano come le aziende di oil and gas sapevano “da decenni che i combustibili fossili causano cambiamenti climatici catastrofici” scrivono facendo riferimento in particolare allo studio apparso su Science in cui si afferma che Exxon Mobile era a conoscenza già dagli anni Settanta della produzione di emissioni legate al petrolio e il conseguente surriscaldamento globale che ne è poi derivato.

     Sempre nella missiva, sostengono infine come la scienza continui a dirci da anni che “è sbagliato bruciare combustibili fossili” ma nonostante questo la politica ci ha “ingannati”. Dunque, ribadiscono le attiviste ai Ceo, è tempo di “porre fine a queste attività in quanto violano direttamente il nostro diritto umano a un ambiente pulito, sano e sostenibile” e sostengono che “se non agirete immediatamente tenete presente che i cittadini di tutto il mondo prenderanno in considerazione l’idea di intraprendere qualsiasi azione legale per ritenervi responsabili”. Nel frattempo, in attesa della consegna della petizione, a inizio Forum ci sono state già delle proteste di un centinaio di attivisti che chiedono ai leader globali di porre fine all’inazione legata alla crisi del clima.

     In un WEF con pochi leader del G7 presenti e meno nomi altisonanti rispetto al passato,  la speranza è che la questione climatica venga quest’anno realmente affrontata: il Global Risk Report 2023 spiega che senza un forte impegno dei vari Paesi, pandemia, guerra e disinformazione rischiano anche nel 2023 di “minacciare gli sforzi per affrontare i rischi di lungo termine, in particolare quelli legati al cambiamento climatico e alla biodiversità”. Infine, una ricerca di Boston Consulting Group ricorda anche come la necessità di affrontare la crisi del clima sia ormai un bisogno economico: gli eventi avversi dovuti al climate change nel 2022 hanno generato costi per almeno 227 miliardi di dollari e le proiezioni ci dicono che senza un freno alle emissioni entro il 2050 si rischia di incorrere in danni per un valore compreso tra  1,1 e 1,8 trilioni di dollari. LEGGI TUTTO

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    Il poligono del Giappone, la pianta infestante che cresce lungo l'Arno

    Una delle cento specie più invasive del mondo ha iniziato a colonizzare l’Arno. Il poligono del Giappone è una pianta infestante che cresce in molte regioni italiane monopolizzando le sponde dei corsi d’acqua e accelerandone l’erosione. In Toscana ha preso di mira prima gli affluenti minori e da qualche tempo è sbarcato anche sugli argini […] LEGGI TUTTO

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    La nuova pista da bob di Cortina per i Giochi del 2026 che fa infuriare gli ambientalisti

    “Tutte le nostre sedi sono già esistenti” affermava il dossier della candidatura per le Olimpiadi Milano-Cortina nel gennaio 2019 presentando i 14 siti olimpici divisi in quattro cluster, Milano, Valtellina, Cortina e Val di Fiemme. Così anche per lo sliding center, cioè l’impianto per la pista da bob, skeleton e slittino, discipline per le quali si dichiarava sufficiente la ristrutturazione della pista “Eugenio Monti” di Cortina: costruita nel 1928, dopo essere stata modificata, è stata utilizzata per le Olimpiadi del 1956. Nel 2007 la località ampezzana venne esclusa dal Circuito delle Coppa del mondo di skeleton, così nel 2008 l’amministrazione comunale decise di chiuderla definitivamente per gli eccessivi costi di gestione. 

    La storica pista però ha subito mostrato durante i sopralluoghi in vista delle Olimpiadi-2026 i suoi anni. E’ infatti apparso chiaro che i lavori di riqualificazione non sarebbero bastati per renderla conforme agli standard internazionali di sicurezza, ma che serviva il completo rifacimento della pista. Molte delle curve che l’hanno resa famosa dovranno essere allargate e ammorbidite per rallentare la corsa dei bob e soprattutto degli slittini e degli skeleton, specialità in cui il corpo degli atleti è sollecitato da una notevole accelerazione. Dunque, la struttura va demolita, smaltita e dopo aver bonificato l’area, va ricostruita completamente. In 25 mesi. Una vicenda complicata quella della pista da bob di Cortina che sta arrivando al suo momento cruciale. Il 18 gennaio infatti è stata convocata la Conferenza dei servizi proprio nel capoluogo ampezzano e lì si dovrà prendere una decisione: dare o meno l’ok al progetto e far partire le gare d’appalto. E’ davvero l’ultimo capitolo e bloccare i cantieri sembra improbabile. Il piano per la costruzione della pista è infatti schedato nel dossier della Regione Veneto come “indifferibile”, ossia che “non può mancare”. 

    Persone

    Le Olimpiadi green di Deborah Compagnoni: “Credo nello sci che ama la natura”

    di Luca Fraioli

    28 Maggio 2022

    L’opera, per cui è già previsto uno stanziamento di 85 milioni di euro (oltre la pista, ci sono da ricostruire le tribune e un ponte sul torrente Boite necessario per il passaggio dei mezzi di soccorso) è fortemente voluta sia da Fondazione Milano-Cortina che dalla Regione Veneto e dal Comune.  Ma è osteggiata da un gruppo di cittadini e ospiti di Cortina, circa 2 mila persone, che hanno formato un Comitato e presentato già ricorsi al Tar. Ne è sorto anche un altro di comitato chiamato “Salviamo il Country”, iniziativa dei soci del Club del tennis di Cortina. Non si sa infatti cosa resterà dei tre campi che si ritrovano circondati dall’ultima curva della pista, proprio all’arrivo. Nel progetto devono lasciare il posto a tribune e allo spazio per le tv. Un volantino “Non facciamoci asfaltare” è stato distribuito a tutti i soci del club. Il 18 gennaio ci saranno anche loro. A fianco dei comitati si sono schierate le associazioni ambientaliste, tra cui Italia Nostra e Legambiente, che considerano che l’investimento “vada nella direzione contraria alla circolarità, proprio su un territorio, quello della montagna, dove è visibile l’impatto del cambiamento climatico”.

    Roberta De Zan è la consigliera comunale di “Cortina Bene Comune”. Qui lei ci è nata e ci lavora e non è contraria all’apertura di cantieri, ma sempre rispettando la sostenibilità di questi luoghi, senza deturpare l’ambiente che considera uno dei grandi valori del suo paese. Da quando si parla di Olimpiadi, di costruire lungo la valle nuove varianti e impianti di risalita, tangenziali, tunnel lunghi chilometri e ora la pista da bob che farebbe sparire una parte del bosco, gira sempre con i fascicoli dei progetti e dei cantieri nella borsa. Li studia continuamente ed è giunta alla conclusione che “la pista da bob per cui bisognerà sacrificare parte del bellissimo bosco di Ronco verrà utilizzata per pochi giorni e sarà abbandonata per i costi ingenti di gestione. Se verrà costruita, sarà un disastro ambientale e economico”.  Spiega la consigliera: “Abbiamo visto cosa è accaduto nel 2021 a Cortina per i Mondiali di sci: sono costati 21 ettari di bosco per ampliare strade, piste e parcheggi, rocce demolite con gli esplosivi. Ora si riparte con l’idea di ricostruire la pista da bob i cui costi sono lievitati e che dopo le Olimpiadi rimarrebbe inutilizzata. Non voglio sottolineare che a Cortina noi non abbiamo nemmeno una piscina pubblica, ma come insegna l’esperienza di Torino, in Italia il bob non è uno sport diffuso. Perfino la squadra nazionale è composta da meno di 20 atleti e in Federazione gli iscritti sono 37 tra bob, slittino e skeleton, sia maschile che femminile. Dubito che una struttura ex novo favorisca lo sviluppo di questa disciplina. Non solo, perché costruirne un’altra, quando le gare si potrebbero svolgere nella vicina Innsbruck?”

    Sport

    I Giochi olimpici e la via della sostenibilità

    di Luca Fraioli

    19 Maggio 2022

    L’ipotesi di trovare un accordo per l’affitto della pista da bob con il governo austriaco, per la verità era stata suggerita anche dal Comitato Olimpico. Come scrive Legambiente nel dossier “Nevediversa”: “Non solo gli ambientalisti, ma anche il CIO aveva suggerito l’utilizzo della vicina pista di Innsbruck. La Regione Veneto e il Coni però non ne hanno voluto sapere”. Il CIO aveva dato questo suggerimento perché le piste da bob “impegnano molti investimenti con un successivo deficit annuale tra i 470 mila ai 670 mila euro annui” scrive ancora Legambiente.

    Il caso Torino

    La pista da bob di Pariol, costato 110 milioni di euro nel 2006, e lo stadio del ghiaccio a Pragelato erano i principali punti di forza del dossier di candidatura presentato da Torino per i giochi del 2026 a vent’anni dalle Olimpiadi del 2006.  Anche in quel caso le associazioni ambientaliste si opposero proponendo di spostare le gare di bob e slittino a La Plagne, a 90 chilometri dalla val di Susa, ancora funzionante. Legambiente ha così ricostruito la vicenda: “L’impianto doveva sorgere sul territorio italiano perché, secondo il Coni, l’Italia non poteva non avere un impianto di bob e slittino. Considerando anche che quello di Cortina sarebbe stato chiuso a breve”. Come poi è avvenuto due anni dopo. La pista di Torino è rimasta aperta per sei anni, ospitando dopo le Olimpiadi due soli eventi internazionali importanti: la Coppa del mondo di bob nel 2009 e i mondiali di slittino nel 2011. Nel 2012 la chiusura definitiva.

    Guardando quello che è accaduto in Piemonte in questi anni, in Veneto le associazioni si sono date appuntamento a Cortina per il 18 gennaio: per dire “no” al commissario straordinario per le infrastrutture delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026 Luigi Valerio Sant’Andrea. Tra le promotrici Cristina Guarda, consigliera regionale di Europa Verde: “Chiediamo ancora di bloccare il progetto di Cortina, non torniamo indietro nel tempo. Ricordiamoci che l’Unesco ha riconosciuto le Dolomiti come patrimonio mondiale. E proprio qui il 24 gennaio 2016 è stata firmata la Carta di Cortina. Tema? La sostenibilità degli sport invernali”. LEGGI TUTTO