14 Gennaio 2023

Daily Archives

consigliato per te

  • in

    Cop28, un petroliere non può salvarci dalla crisi climatica

    Qual è il colmo per la più importante riunione al mondo sul clima? Essere presieduta da un petroliere. Non è una vecchia battuta da libro delle barzellette, è la triste realtà. La prossima Cop – la Conferenza delle parti, l’assemblea globale che ha portato agli accordi di Kyoto e di Parigi, giunta nel 2023 alla 28esima edizione – si terrà a dicembre a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti. E il presidente, nominato giovedì, è il sultano Ahmed Al Jaber, che di professione fa l’amministratore delegato dell’Abu Dhabi National Oil Company, il gigante petrolifero dello stato arabo. Sarà lui a guidare i negoziati, a impostare l’agenda, a limare gli accordi. Sarà la prima volta che una Cop in 30 anni di storia viene presieduta da un uomo d’azienda.

    La polemica

    Il capo di una multinazionale del petrolio presiederà Cop28. La rabbia degli ambientalisti

    di Giacomo Talignani

    14 Gennaio 2023

    Da decenni la Cop si sforza di trovare soluzioni al climate change causato dal nostro uso spropositato di carburanti fossili: ora viene data in mano a un petroliere. C’è da diventare matti. È come se a un’assemblea per salvare dall’estinzione tutti i Beep Beep del mondo mettessimo a capo Willy il coyote. È come se consegnassimo l’anello direttamente a Sauron, il cattivone del Signore degli Anelli, sperando ne faccia buon uso. I paralleli potrebbero continuare all’infinito, ma ecco uno ben più serio: è come se a un convegno sul cancro ai polmoni invitassimo a coordinare i lavori l’industria delle sigarette.Certo, il curriculum di Al Jaber non è completamente nero petrolio. Ha abbracciato l’idea della decarbonizzazione e vuole guidare gli Emirati Arabi verso la neutralità climatica entro il 2050. Oltre a essere a capo dell’ADNOC, dove ha investito 15 miliardi nella decarbonizzazione, e presidente di Masdar, la seconda azienda più grande dedicata all’energia rinnovabile, è anche ministro dell’industria e dell’innovazione tecnologica per il suo Paese. L’UAE è il primo paese arabo è il primo ad aver ratificato gli Accordi di Parigi del 2015 e il governo ha assicurato che il suo approccio sarà “pragmatico e inclusivo”.Ma i dubbi rimangono. Perché conosciamo i precedenti degli ultimi anni: la scorsa Cop, la numero 27, si è tenuta in Egitto, uno dei Paesi meno liberi al mondo. Una passerella per il regime di Al-Sisi, che non ha concesso nulla alle opposizioni. Non solo: l’Egitto e l’Unfccc, la piattaforma dell’Onu che assegna ogni anno l’evento (senza nessun criterio etico, questo è il vero problema) hanno accettato il peggiore degli sponsor: la Coca-cola, che è l’azienda che genera più rifiuti al mondo. Non bastasse: quali erano le due delegazioni più corpose presenti a Sharm el-Sheikh? Al primo posto proprio gli Emirati Arabi, produttori di petrolio, con 1060 persone. E al secondo posto non uno stato bensì una categoria: 636 lobbisti delle aziende petrolifere. E come è finita l’assemblea? Salvando lo status quo e facendo poco e nulla per eliminare dalle nostre vite carbone, gas e petrolio.Molte le reazioni alla notizia. Global Witness parla di “colpo durissimo” alla credibilità della prossima Cop. Action Aid sostiene che ormai big oil sta prendendo il controllo delle processo decisionale dell’assemblea. Greenpeace si dice “allarmato”, perché non dovrebbe “esserci posto per le fonti fossili all’interno dei negoziati”. E Fridays for future ha commentato caustico: “Cosa creiamo meme a fare?” come a dire che la realtà è, appunto, meglio delle possibili battute.Per molti anni le Cop sono state le occasioni per provare a cambiare il mondo. Ora si stanno trasformando in farsa. Come ripetere all’infinito una parola fino a svuotarla di significato e senza ricordarsi perché si è iniziato a pronunciarla. Chiamiamo il problema Apocalisse, o crisi, o anche solo cambiamento climatico. Chiamiamolo come vogliamo, ma certo da tutto questo non ci salverà un petroliere. LEGGI TUTTO

  • in

    La potatura facile delle ortensie in 10 passi

    Come si potano le ortensie? Parliamo di cespugli tra i più amati e facili da coltivare, eppure il loro sfoltimento mette in crisi persino i pollici verdi. Infatti, quando vengono potate male le idrangee – questo il loro nome botanico – non fioriscono. L’operazione non è affatto complicata, ma è fondamentale agire con precisione. Per fare chiarezza sul come procedere abbiamo chiesto consiglio a Rita Paoli, già vivaista specializzata nella coltivazione di queste piante, nonché autrice del recente manuale Ortensie insieme con Alberta Ballati e Valeria Galgani (Edagricole 2022).

    1. Qual è il momento giusto per potare le ortensie?

    “Attendiamo che sia passato il rischio di gelo, quindi non potiamo quando le temperature sono prossime allo zero e nemmeno quando il clima è mite se c’è l’eventualità che possano ancora verificarsi gelate tardive, perché le temperature sottozero potrebbero danneggiare la pianta penetrando nei tessuti vegetali attraverso i tagli. Nel Sud Italia, dunque, si può già procedere con la potatura in gennaio, mentre al Centro è bene aspettare i primi di febbraio e al Nord e in montagna è consigliabile attendere la fine del mese o addirittura i primi di marzo”, spiega l’esperta. In febbraio, inoltre, le gemme sono già ben sviluppate, perciò risulta facile distinguere tra quelle rigonfie e tondeggianti – che daranno sicuramente dei fiori – e quelle di forma più allungata, da cui cresceranno rami verdi.

    2. Dividiamo le ortensie in due gruppi

    Esistono 180 specie di ortensie in natura, più migliaia di varietà create dall’uomo. Per parlare di potature, tuttavia, si può semplificare dividendo le idrangee in due categorie. “Il primo gruppo comprende le piante che fioriscono a partire da giugno sui rami vecchi, cioè quelli cresciuti nell’estate precedente. Di questo primo gruppo fanno parte le comuni ortensie “a palla”, cioè Hydrangea macrophylla, ma anche H. serrata, più piccole rispetto alle prime, con rami sottili e foglie allungate, e ancora H. aspera, con grandi foglie vellutate. Queste sono le ortensie a cui prestare più attenzione, perché se eliminiamo erroneamente i rami con le gemme più grosse i cespugli non fioriscono.

    Hydrangea macrophylla  LEGGI TUTTO

  • in

    Il capo di una multinazionale del petrolio presiederà Cop28. La rabbia degli ambientalisti

    Tutto vero: a presiedere la prossima COP28, la Conferenza sul clima delle Nazioni Unite che ospiterà i negoziati necessari per capire come salvarci dalla crisi climatica, sarà il Ceo di una delle più grandi multinazionali di petrolio al mondo. Una scelta che fa infuriare gli ambientalisti e lascia basiti gli stessi scienziati che da anni ricordano come per invertire la rotta del surriscaldamento sia necessario porre un freno alle emissioni derivate dai combustibili fossili come petrolio, carbone o gas.

    Il sultano Al Jaber presidente della COP28

    Il sultano bin Ahmed Al Jaber nelle ultime ore è stato infatti ufficialmente nominato come presidente della COP28 che si terrà a fine anno a Dubai: contemporaneamente – ruolo che non ha abbandonato – è anche Ceo della Abu Dhabi National Oil Company (Adnoc), società degli Emirati che pompa circa 4 milioni di barili di greggio al giorno e che punta prossimamente ad arrivare a quota 5 milioni entro il 2027. Al Jaber, 49 anni, è anche ministro dell’Industria e della Tecnologia negli Emirati Arabi, oltre che manager di società legate al mondo delle energie rinnovabili e inviato speciale per il clima del suo Paese. Lo scorso anno la COP27 in Egitto era stata sommersa di critiche per diversi risultati inconcludenti e per incongruenze che hanno aperto nel tempo a più polemiche sull’utilità, la credibilità e il ruolo stesso della Conferenza delle parti sul clima.

    Il report Germanwatch

    Clima, nessun Paese sta rispettando i target per 1,5 gradi e l’Italia sta messa peggio degli altri

    di Luca Fraioli

    14 Novembre 2022

     Fra queste veniva segnalata per esempio la presenza, tra i padiglioni di Sharm El-Sheikh, del 25% in più rispetto alla COP precedente di lobbisti dell’industria fossile. Non solo: forti critiche sono arrivate anche dal fatto che non si è riusciti a specificare o sottolineare, nei testi finali, i danni causati dalle emissioni dei combustibili fossili. Prima ancora, Greta Thunberg si era rifiutata di partecipare definendo la COP come ormai una “operazione di greenwashing”. Polemiche che ora vengono ulteriormente alimentate dalla scelta di porre un Ceo di una multinazionale del greggio a presiedere i futuri negoziati. A giustificare la scelta di porre Al Jaber a capo della futura COP avrebbe prevalso però l’altro suo lato pubblico, quello dell’impegno verso le energie pulite. Il sultano è presidente di Masdar, società di energie rinnovabili che ora opera in più di 40 paesi e ha guidato diverse iniziative “verdi” tra cui la progettazione di una città “carbon neutral” da 22 miliardi di dollari alla periferia di Abu Dhabi, progetto poi interrotto.

    La visione del sultano: “Mantenere un mix energetico, petrolio compreso”

    Fra le prospettive indicate da Al Jaber nella lotta alle emissioni non c’è chiaramente l’abbandono immediato all’uso di combustibili fossili, come richiede la scienza, ma ha parlato più volte dell’impegno e l’importanza delle nuove tecnologie per catturare CO2 o stoccarla. Le agenzie stampa degli Emirati, nel dare la notizia della sua nomina, parlano dell’intenzione di “apportare un approccio pragmatico, realistico e orientato alle soluzioni che porti a progressi trasformativi per il clima e per una crescita economica a basse emissioni di carbonio” e hanno ricordato la volontà del Paese di investire “nelle energie rinnovabili”. 

    Le polemiche

    Dall’acqua ai jet privati: la Cop27 delle contraddizioni tra diritti negati e prezzi alle stelle

    di Giacomo Talignani

    09 Novembre 2022

    Ma è in un intervento di Al Jaber  pubblicato su Project Syndicate lo scorso agosto che si comprende meglio la visione della lotta alla crisi climatica del neo presidente COP. In quell’occasione ha ricordato ad esempio l’importanza delle rinnovabili sottolineando però la necessità di continuare con un “mix energetico” che comprende anche il petrolio o il carbone. “Eventi recenti hanno dimostrato che scollegare l’attuale sistema energetico prima di aver costruito un’alternativa sufficientemente solida mette a rischio il progresso sia economico che climatico e mette in discussione la possibilità di garantire una transizione giusta che sia equa per tutti” scrivevail sultano  sottolineando che “le politiche volte a disinvestire dagli idrocarburi troppo presto, senza adeguate alternative praticabili, sono controproducenti. Mineranno la sicurezza energetica, eroderanno la stabilità economica e lasceranno meno entrate disponibili da investire nella transizione energetica”. Nella sua lettera si legge il riconoscimento dell’impatto che possono avere petrolio e gas sul clima, ma per ridurlo non viene specificato l’abbandono delle fonti fossili bensì l’incremento delle tecnologie per avere minori emissioni di carbonio. In tutto questo, gli Emirati Arabi Uniti si sono comunque impegnati a raggiungere zero emissioni nette entro il 2050.

    La rabbia degli ambientalisti e le polemiche sulla sua nomina

    Mentre il capo della politica climatica dell’Unione Europea Frans Timmermans ha spiegato che incontrerà presto Al Jaber, da parte degli ambientalisti è arrivata una raffica di critiche alla nuova nomina. Harjeet Singh per esempio, che è a capo della strategia politica globale presso il Climate Action Network International, sostiene che la posizione del sultano rappresenta “un conflitto di interessi senza precedenti e allarmante. Non può esserci posto per gli inquinatori in una conferenza sul clima, men che meno presiedere una COP”. Stessa posizione per Alice Harrison di Global Witness: “Non inviteresti trafficanti d’armi a condurre colloqui di pace. Allora perché lasciare che i dirigenti petroliferi conducano i colloqui sul clima?” ha dichiarato. Anche Vanessa Nakate, giovane attivista di Fridays For Future e simbolo delle proteste verdi insieme a Greta, si è detta preoccupata: “La COP28 deve accelerare la graduale eliminazione globale dei combustibili fossili, non possiamo avere un’altra COP dove gli interessi sui combustibili fossili sacrificano il nostro futuro per guadagnare qualche altro anno di profitto”.

    Gli ambientalisti

    Diritti negati e sfiducia nei big alla Cop27: perché Greta Thunberg e altri attivisti non andranno in Egitto

    di Giacomo Talignani

    03 Novembre 2022

     Molto probabilmente la questione Al Jaber sarà ora oggetto di dibattito anche al World Economic Forum che inizia fra pochi giorni, il 16 gennaio a Davos. Quest’anno il tema  centrale sarà quello della crisi climatica: si discuterà per esempio se l’attuale economia permetterà, come chiedono gli scienziati, che l’emissioni di anidride carbonica vengano dimezzate entro i prossimi sette anni se vogliamo avere la possibilità di restare entro la soglia dei +1,5 gradi. Il punto è, si riuscirà a discuterne con coerenza?  Un rapporto appena uscito di Greenpeace, sottolinea infatti come questa coerenza anno dopo anno continui a mancare: nella scorsa edizione, per ritrovarsi in Svizzera, politici, leader ed economisti avrebbero usato talmente tanti  jet privati da quadruplicare le emissioni, in sostanza erano quattro volte superiori a quelle che in media sono attribuite a questo tipo di velivoli nelle altre settimane dell’anno. LEGGI TUTTO