6 Gennaio 2023

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    Alternanza scuola-lavoro, Valditara: “Le regole vanno riviste: più tutela per gli studenti”

    “L’alteranza scuola lavoro va rivista: bisogna tutelare gli studenti e la loro vita. Stiamo lavorando per predisporre una normativa più giusta e avanzata insieme al ministro del Lavoro Maria Elvira Calderone“. Lo scrive in un tweet il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara. L’alternanza scuola-lavoro va rivista: bisogna tutelare gli #studenti e la loro vita.Stiamo lavorando per […] LEGGI TUTTO

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    A Terre Roveresche i rifiuti sono oro: in due anni il comune ha dimezzato la CO2 guadagnando

    Laddove etica e buon senso (e istinto di sopravvivenza) non bastano, è servita un’idea tanto semplice quanto geniale per spingere i cittadini ad adottare senza indugio comportamenti attenti all’ambiente e alla sua tutela. A Terre Roveresche, nelle Marche, chi produce meno rifiuti, non solo spende meno, ma fa anche guadagnare l’intera collettività. Si chiama Carbon WastePrint (CWP) ed è il sistema ideato da Andrea Valentini e sviluppato insieme a Luca Belfiore, che fa pagare la tariffa rifiuti in maniera puntuale, sulla base della CO2 emessa, considerando che l’impatto non dipende solo dal modo in cui si smaltisce il rifiuto ma da tutta la filiera di produzione del bene. In questo modo il cittadino comprende che ridurre i rifiuti diventa il comportamento più virtuoso e che permette di alleggerire la tassa.Il piccolo Comune di 5mila abitanti ha avviato la sperimentazione nel 2019. Il metodo punta sul concetto di “prevenzione”, accantonando la vecchia distinzione tra rifiuto “buono” e rifiuto “cattivo”: la regola principale è produrne meno e, quindi, acquistare limitando gli sprechi e in modo consapevole.

    Lo studio

    Più anidride carbonica significa anche più detriti spaziali e collisioni con i satelliti

    di Dario d’Elia

    16 Novembre 2022

    Nel primo anno sono stati monitorati e conteggiati gli svuotamenti porta a porta di tre diverse frazioni di rifiuto (indifferenziato, organico e carta) prodotte nel Comune di Terre Roveresche, utenza per utenza. L’ammontare dei rifiuti prodotti è stato poi convertito nella CO2 che sarebbe finita nell’atmosfera, considerato appunto tutto il ciclo di vita del prodotto, dalla sua fabbricazione al suo smaltimento.Per fare alcuni esempi: durante tutto il ciclo di vita di un pc, dall’estrazione dei metalli alla produzione della plastica fino allo smaltimento vengono generati 270 chilogrammi di CO2, un televisore ne vale 168, uno smartphone 47, una bicicletta 99. Da questi conteggi dipende l’ammontare variabile della tassa da pagare, che nella tariffazione puntuale (proporzionata cioè alle quantità prodotte) affianca la quota fissa, legata in genere alle dimensioni dell’immobile e al numero di persone che lo abitano.

    Tecnologia green

    L’anno da record di Cyrkl, la startup che rivoluziona la gestione dei rifiuti industriali

    di Gabriella Rocco

    30 Novembre 2022

    L’anno successivo, sulla base della stessa metodologia, si è passati all’innovativo sistema di calcolo della tariffa puntuale, pensato per valorizzare l’attività di riduzione dei rifiuti e i comportamenti più virtuosi da parte dei cittadini.Ed è così che Terre Roveresche, primo Comune in Italia, non solo ha certificato una sensibile riduzione della CO2 prodotta (e di conseguenza di rifiuti prodotti) ma il risparmio in termini di emissioni è stato venduto a privati sotto forma di certificati verdi generando un incasso di circa 20mila euro, nel solo anno 2020, che ora andrà investito a beneficio della comunità.”Grazie al comportamento virtuoso dei cittadini, è stata certificata la riduzione di oltre 5mila tonnellate di CO2 in due anni: in pratica i rifiuti misurati sono passati da circa 1700 tonnellate – carta, organico, indifferenziato – a circa 900 tonnellate. Quasi la metà”, spiega Andrea Valentini.

    In streaming

    Green Economy 2022, le imprese italiane e la corsa alla neutralità climatica

    dalla nostra inviata Cristina Nadotti

    09 Novembre 2022

    Carbon WastePrint, (la carbon footprint validata da RINA e prima nel settore rifiuti ad aver ottenuto la UNI EN ISO 14064-2:2012) ha certificato la riduzione di oltre 5mila tonnellate di CO2 nel biennio 2019-2020. Questo risparmio, in termini di crediti è stato caricato sul Registro VER eCO2care e, in parte, acquistato dalla ditta VALORE CO2 SRL, azienda appartenente al Gruppo genovese APG (Sustainable Chemistry). Il Comune di Terre Roveresche ha in questo modo guadagnato 15mila euro, che vanno ad aggiungersi agli oltre 5 mila euro di crediti acquistati annualmente dalla locale ditta affidataria della raccolta e del trasporto rifiuti.”Il ritorno economico per i Comuni può essere stimato in 3-6 euro per abitante annui, un valore elevatissimo, confrontabile con quello dei ricavi Conai”, conclude Valentini, “Manca ancora la validazione del risparmio ottenuto in termini di CO2 nel 2021, ma dalle prime stime confermerà o addirittura supererà i già ottimi risultati ottenuti nel 2020, anche perché nel 2021 è stata avviata la misurazione anche di plastica e vetro. Intanto sono oltre una decina i Comuni italiani che hanno dimostrato interesse rispetto a questo sistema e alcuni sono in procinto di partire”. LEGGI TUTTO

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    Le dieci cose da sapere per potare piante e alberi

    Potare o no? Questo il dilemma per chi approfitta delle feste per riordinare balconi e giardini. La questione è divisiva. E se il popolo del “si” si pone il dubbio sul come e quanto intervenire, chi rimanda è quasi sempre vittima di sensi di colpa, temendo di sbagliare. Facciamo dunque chiarezza sull’argomento una volta per tutte, per capire insieme se e quando serve una sfrondatina.

    1. Conoscere l’architettura degli alberi

    Compatibilmente con le condizioni ambientali, ogni specie arborea sviluppa una sua tipica architettura: un connubio naturale di ingegneria e biomeccanica che garantisce alla pianta stabilità e un ciclo vitale perfetto nell’ecosistema di appartenenza. L’esperto di foreste primarie Francis Hallé ha stabilito che la crescita di tutte le specie d’alto fusto si può ricondurre a 22 diversi modelli architettonici di albero. Se gli abeti, per esempio, hanno una forma conica per far scorrere giù dai rami la neve senza rotture, i platani si allargano per garantire la massima luce a tutte le foglie. Queste silhouette delle chiome sono legate alle funzioni dell’albero. La prima domanda che dobbiamo porci, dunque, è la seguente: qual è l’architettura naturale della pianta che ho acquistato? Se tale portamento verrà snaturato, l’albero non potrà più “funzionare” bene da solo e serviranno i nostri interventi.

    2. Serve davvero potare?

    Una vera e propria potatura sulle piante spontanee non la esegue nessuno, eppure se la cavano da milioni di anni. Sovente è il vento a modellarne le forme, talvolta il fuoco può regolare la crescita, in altri casi ci pensano gli erbivori oppure le piene a sfrondare alberi e arbusti, ma regolari interventi di riduzione della chioma in natura non sono necessari. E non è nemmeno vero che la potatura rinforza, anzi: “Le rilevazioni da satellite attestano che gli alberi dopo la potatura mostrano segnali di stress abbassando il tasso di fotosintesi”, ha spiegato il professor Francesco Ferrini, docente di Arboricoltura generale e Coltivazioni arboree dell’Università di Firenze. In caso di ristrettezze, del resto, la pianta ha la capacità di “autopotarsi” e quando mancano a lungo l’acqua o il nutrimento, pur di non morire, lascia seccare i rami che non può alimentare.

    3. Perché potiamo le piante?

    Qui entrano in gioco la tradizione agricola e la cultura giardiniera. Di solito potiamo più per le nostre esigenze che per quelle dei vegetali: per aumentare la fioritura o la fruttificazione, per dare alle chiome una forma geometrica, per ridurre le dimensioni delle piante… Inoltre, molti alberi da frutto e altrettante varietà ornamentali sono piante domestiche create dall’uomo in determinate condizioni, dunque danno il meglio solo dopo cure regolari. E ancora, certi alberi selezionati per la loro stranezza – pensiamo ai cedri e ai faggi penduli – finiscono per crescere sbilanciati e vanno alleggeriti e puntellati per evitare problemi di stabilità. Ma si pota anche per eliminare i rami morti se c’è il rischio che possano cadere e fare danni, oppure siamo costretti a intervenire quando, per un errore fatto in partenza, abbiamo messo le piante in spazi troppo angusti per le loro radici e chiome. Informiamoci dunque sulle dimensioni della specie prima dell’acquisto per garantirle il giusto spazio vitale, rispettando la regola della “pianta giusta al posto giusto”.

    4. Formare lo “scheletro”: la potatura di formazione

    Entriamo nello specifico delle potature più adottate. La potatura di formazione è l’impostazione che diamo alla pianta nei primi anni di vita per assicurarci che da adulta formi uno “scheletro” della forma desiderata. I vivaisti la eseguono annualmente sui giovani alberi eliminando i rami laterali lungo il fusto fino all’altezza dove si desidera la ramificazione della chioma. Facciamola anche noi quando coltiviamo un albero direttamente dal seme, per esempio una quercia, un nespolo o un avocado, oppure quando vogliamo far crescere a forma di albero delle specie che normalmente si sviluppano come grandi cespugli: è il caso di melograno, corbezzolo, fico, mimose, agrumi, pitosfori, clerodendro, Magnolia soulangeana e Magnolia stellata, fejoa, ibischi, oleandri. In questi casi, lasciamo crescere soltanto il ramo principale, eliminando regolarmente quelli laterali, per ottenere la forma di un alberetto. Per formare gli alberi da frutto, di solito si taglia la cima della pianta a circa un metro e mezzo di altezza per dar vita a rami laterali e modellare una chioma svasata, in modo da far entrare la luce tra le fronde e raccogliere facilmente a mano.

    5. La potatura di mantenimento: interveniamo poco e spesso

    La potatura di mantenimento, la più comune, serve per eliminare le parti secche e conservare forma e dimensioni di un cespuglio o di un albero, una volta che ha occupato tutto lo spazio assegnatogli; quella di contenimento riduce l’ingombro di un esemplare troppo esuberante, dalle bougainvillea che “lievitano” a vista d’occhio alle siepi coltivate in forma naturale. Quando non abbiamo più spazio per far crescere le piante, dunque, interveniamo una volta l’anno. Mai potare drasticamente dopo diversi anni, per non dover recidere rami ormai grossi, facendo un danno alla pianta. Come fare? Fissiamoci in mente l’architettura della pianta e interveniamo per ridargli quella forma, eliminando i getti vigorosi e fuori forma e sfrondando un po’ l’interno (mai eliminare più di un terzo della chioma). Per procedere più spediti, facciamo la foto dell’esemplare con lo smartphone, quindi disegniamo sull’immagine scattata la sagoma desiderata e seguiamo quella traccia. Il mantenimento delle piante da frutto prevede la potatura di produzione, che consiste nello sfoltire la chioma per arieggiarla e fare in modo che la luce raggiunga tutti i rami. Ogni varietà ha esigenze specifiche, ma in generale i frutti antichi nati prima dell’agricoltura industriale si possono coltivare anche in forma naturale.

    6. Per chi ama le geometrie delle siepi

    La potatura di mantenimento più classica riguarda le siepi di forma geometrica (dette formali) a cui ridare una sagoma. Interveniamo regolarmente per non fare lignificare i nuovi rami ed evitare che la parte interna del cespuglio si svuoti. Per le siepi formali di cipresso di Leyland, pitosforo, lauroceraso, ligustro, tuia, viburnotino, fotinia, piracanta, tasso, eleagno, bosso, berberis, tagliamo le nuove cime due volte l’anno, a inizio estate e poi a fine autunno. Vale lo stesso per le ringhiere e muri ricoperti di rampicanti vigorosi come falso gelsomino (Rhyncospermum jasminoides), gelsomini (Jasminum grandiflorum, Jasminum azoricum), bougainvillee, Hedera algeriensis, eliminando la “ricrescita” fuoriposto.

    7. La logica del quando potare: niente gelo né linfa

    Con l’eccezione delle siepi formali, potiamo in autunno dopo che le foglie sono cadute oppure a fine inverno, scampato il pericolo di gelate. La pianta, infatti, non deve essere in un momento di crescita, quando nei rami scorre tanta linfa, perché col taglio perderebbe molti liquidi. Inoltre, evitiamo i mesi più freddi perché quando le temperature vanno sottozero i rami ghiacciati possono spezzarsi e perché il freddo intenso penetra nei tessuti attraverso le ferite, danneggiando il legno. Guai poi ai ritardatari: non potiamo in primavera, per non disturbare la nidificazione degli uccelli.

    8. Pianta per pianta, quando intervenire

    Nello specifico, dobbiamo suddividere le piante in gruppi. Per le varietà che fioriscono all’inizio della primavera sui rami dell’anno precedente (quelli che ci sono già in inverno) interveniamo nei giorni che seguono la fioritura, appena i petali appassiscono e prima che i germogli nuovi inizino a crescere: è il caso di camelie, mimose, glicini, forsizie, azalee, Spiraea vanhouttei, Magnolia stellata, mandorli, peschi e meli da fiore. Potarle prima significherebbe perdersi una fioritura spettacolare. Le varietà che fioriscono sui rami nuovi nati in primavera, invece, le possiamo potare già dal tardo autunno fino a febbraio, quando le temperature sono stabili sopra lo zero; tra esse, rose rifiorenti, ortensie classiche, Hydrangea arborescens e H. paniculata (a rose e ortensie dedicheremo un tutorial), abelia, bignonia, ibisco siriaco, buddleie, pallon di maggio, melograni, lespedeza, lagerstroemia, ibisco siriaco, melograni, nandina… Le specie subtropicali coltivate al Sud e nei giardini al mare (come agrumi, thevetia, Hibiscus rosa-sinensis, bauhinia, thunbergia, senna, plumbago, bougainvillea, lantana, duranta, avocado) vanno “ritoccate” solo a inizio primavera, quando si superano i dieci gradi; una potatura con il freddo intenso potrebbe addirittura ucciderle. Infine, per sempreverdi come le conifere, solo se necessario, si aspetta la fine dell’inverno, sebbene pini ed altre specie mal sopportano di essere toccate.

    9. Come si pota in modo naturale e sostenibile

    Per non stressare le piante e per scongiurare le malattie, bisognerebbe agire per tempo intervenendo solo sui rami di spessore inferiore a due centimetri. La pianta, infatti, riesce a far “cicatrizzare” i piccoli tagli creando un callo, cosa che invece non può fare su ferite più grandi, che rimangono scoperte e diventano la porta di ingresso per funghi, carie e marciumi che si fanno strada nel legno (i danni si possono manifestare dopo anni). Il taglio, inoltre, si fa sempre uno/due centimetri sopra la gemma e non sotto. Riassumendo, dunque, i rami piccoli si possono recidere, i tronchi no. Ne consegue che per un lavoro corretto bastano cesoie, troncarami e forbicioni da siepe. Se la situazione ci è scappata di mano e si rende necessario il seghetto o una motosega, rischiamo di condizionare il futuro della pianta, dunque è bene affidarsi a un giardiniere di esperienza o ad un arboricoltore certificato. 

    10. Dire no alle capitozzature

    A questo punto è chiaro quale danno causino alla pianta le capitozzature, ovvero gli interventi drastici con cui tagliamo il capo agli alberi, di cui rimane in piedi solo il tronco. Oltre a lasciare inguardabili moncherini, questi tagli indiscriminati fatti con la motosega aprono un varco enorme nei tessuti vegetali e creano notevoli scompensi fisiologici. In risposta, intorno alla capitozzatura nascono getti che crescono veloci, ma l’attaccatura di queste branche al tronco diventa un punto di fragilità soggetto a facili rotture. I tagli a capitozzo che si vedono nei parchi pubblici vengono talvolta giustificati adducendo problemi di sicurezza. Di fatto, le condizioni di vita per un albero stretto tra l’asfalto, i palazzi e le continue ingiurie non sono facili, ma quando i rischi di crollo sono reali o lo stato di salute della pianta è davvero compromesso, l’intervento segue alla perizia di stabilità firmata da un esperto. Quando ci si trova di fronte a un intero viale massacrato dalle motoseghe, è più facile che l’operazione sia stata eseguita da manutentori generici e non da professionisti ed è doveroso indignarsi perché, oltre a non rispettare le piante, questi pessimi interventi pagati con i nostri soldi creeranno problemi di sicurezza nel giro di qualche anno. LEGGI TUTTO