3 Gennaio 2023

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consigliato per te

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    L'Appennino senza neve chiude gli impianti sciistici. Le Regioni chiedono un piano straordinario

    Troppo caldo per poter sciare sull’Appennino. Nelle ultime settimane le temperature non sono mai scese sotto lo zero neppure a 1500 metri di quota e di giorno si toccano punte di 14-15 gradi. Neppure la neve artificiale può dare il via alla stagione. E molti degli impianti restano chiusi. L’intervista “La neve ha un valore […] LEGGI TUTTO

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    Grazie al fico si recuperano i terreni salini marginali

    La coltura del fico, attualmente in declino in Italia ma economicamente molto redditizia, è la risposta ottimale per recuperare i terreni altrimenti persi per l’agricoltura. A questa conclusione è giunto il progetto “Ficus carica, un’antica specie con grandi prospettive” finanziato e condotto dall’Università di Pisa che ha approfondito le conoscenze su questa pianta grazie ad un team di genetisti, chimici, fisiologi vegetali, entomologi, arboricoltori e analisti sensoriali del Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Agro-ambientali.

    “Sin dall’antichità e anche oggi, soprattutto nei paesi meridionali del bacino Mediterraneo, il fico fornisce un importante alimento di base anche grazie alla sua grande produttività che dura sino a 50 anni con una produzione annuale di circa 40-100 chili per pianta – spiega Barbara Conti coordinatrice del progetto all’Agi – Tuttavia, in Italia la coltivazione del fico è in netto declino: nel 1960 occupava 60mila ettari, oggi solo 2.000, che producono l’1% della produzione mondiale e tutto questo a fronte di una costante crescita dei terreni salini marginali che nel nostro Paese sono oggi oltre 400mila ettari. Il rilancio di questa coltura è dunque strategico anche in considerazione del 15° obiettivo dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite che punta a proteggere, ripristinare e promuovere l’uso sostenibile del suolo, in particolare foreste, paludi, montagne e zone aride”.

    La scheda

    L’arca della biodiversità: ecco i sapori perduti

    18 Febbraio 2021

    I ricercatori dell’Università di Pisa hanno lavorato due anni, dal 2020 al 2022, arrivando a sequenziare il genoma del fico con un metodo innovativo che ha consentito loro di indagare la performance di questa pianta in condizioni di elevata salinità. I risultati hanno così confermato che è una coltura ideale per il recupero dei terreni salini marginali. La salinità del terreno non determina infatti una variazione degli zuccheri totali e dei principali componenti dei frutti. Anzi, l’aumento del livello endogeno di acido salicilico nei frutti delle piante sottoposte a stress salino farebbe ipotizzare un effetto priming, cioè una strategia adattativa che migliora le capacità difensive della pianta.

    “Siamo riusciti ad ottenere la sequenza dei corredi cromosomici paterno e materno e nel genoma abbiamo identificato i geni coinvolti nell’accumulo degli zuccheri nel frutto – dice la professoressa Barbara Conti – Questi geni sono risultati diversamente espressi nei frutti di piante sottoposte ad elevata salinità pur non determinando cambiamenti significativi nel contenuto totale e nei suoi principali componenti”.

    Agricoltura

    Le soluzioni anticrisi agli Oscar Green: dall’orto in casa alle alghe per concimare

    22 Aprile 2022

    Il progetto ha infine compreso anche lo studio su Aclees taiwanensis, una specie di coleottero dannoso per il fico e di recente introduzione in Italia, molto simile al punteruolo della palma. Questa parte della ricerca ha permesso di chiarire alcuni aspetti finora sconosciuti della biologia di questo insetto utili per pianificarne un efficace controllo futuro. LEGGI TUTTO

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    A San Martino di Castrozza l'energia arriva solo dall'acqua e dal legno

    Puntare sull’azzeramento e l’indipendenza ecologica è l’obiettivo di tutti i consorzi sciistici. Ma tra i comprensori dove la decisione di sganciarsi dal gas e dal petrolio è ormai un dato di fatto, è l’area di San Martino di Castrozza-Passo Rolle. Al punto che l’intero territorio della Valle di Primiero e Vanoi ai piedi delle Dolomiti è stato certificato da Legambiente come al 100% Rinnovabile.

    L’intervista

    “La neve ha un valore immenso, non pensiamo soltanto allo sci”

    di Cristina Nadotti

    13 Dicembre 2022

    Una skiarea di 60 chilometri di piste da sci, con 18 mila residenti che hanno raggiunto l’autonomia energetica prodotta interamente da fonti green. Acqua e legno soprattutto. Una comunità virtuosa, ma anche economicamente all’avanguardia visto che i 10 comuni della valle ogni anno incassano utili rivendendo l’energia certificata come rinnovabile: nell’ultimo bilancio sono stati di un milione e 200 mila euro finiti dritti dritti nella casse dei comuni che li hanno rinvestiti in strutture e servizi.La storia della valle di Primiero e della sua comunità, che ha visto in anticipo e con chiarezza i disastri dell’emergenza climatica, comincia nel 1902 e dalla costruzione di due dighe. Adesso continua ad essere la storia non solo di aziende e amministratori, ma di un’intera comunità che ha capito i danni economici derivanti dalla dipendenza dai combustibili fossili e ha cominciato a parlare di autonomia energetica 120 anni fa.

    Il caso

    “Con il fotovoltaico sul tetto non dipendo più dalla rete elettrica”

    di Cristina Nadotti

    02 Novembre 2022

    Tutto è cominciato con due dighe

    Ivan Fontana è il responsabile delle risorse umane di ACSM, il gruppo di aziende energetiche nato dalla vecchia società elettrica consorziale di Primiero. Spiega Fontana, nipote dell’ingegnere che costruì le due dighe e da cui tutto è iniziato: “La nostra è un ex municipalizzata nata appunto nel 1902. Fin dall’inizio da queste parti abbiamo sempre fatto più o meno da soli per produrre energia. Usando quello che avevamo sul territorio, acqua e legno. Ora con i nostri 17 impianti idroelettrici produciamo 450 milioni di kilowattora all’anno: dieci volte di più di quello che consumiamo e che si aggira sui 45 milioni. Il resto lo rimettiamo in rete e lo vendiamo: una parte dei guadagni si divide tra i comuni che fanno parte del consorzio, un’altra parte lo investiamo in nuovi progetti”. Così ogni anno si aggiunge una nuova iniziativa, sempre sul fronte della sostenibilità.”Quali sono gli edifici e gli impianti che funzionano con l’idroelettrico? In questa valle praticamente tutto: dagli hotel, anche quelli storici, agli impianti sciistici; dai rifugi in alta quota alle case private; dalle scuole fino alle strutture sportive” ci tiene a sottolineare Ivan Fontana. E dopo l’acqua, il legno.

    Il sistema di teleriscaldamento

    A San Martino di Castrozza il 90% degli edifici è collegato all’impianto di teleriscaldamento costruito negli anni Duemila. Centinaia di famiglie da tempo hanno eliminato caldaie a gas e a petrolio. “L’impianto produce 80 gigawattora termici all’anno – spiega ancora Fontana – e viene alimentato scarti sia dagli scarti di lavorazione delle segherie sia dagli scarti boschivi. Le tubature corrono per tutto il paese, ma sono invisibili, perché vengono interrate. Tutti i comuni della Valle hanno infatti deciso che per non deturpare il paesaggio nulla viene messo esternamente. Lo stesso vale per la rete dell’elettricità”.

    Energia

    Come funziona il teleriscaldamento: vantaggi e svantaggi delle reti a minore impatto ambientale

    di Pietro Mecarozzi

    10 Febbraio 2022

    I prezzi del riscaldamento qui a San Martino di Castrozza non dipendendo dalle quotazioni del gas. Al momento, non sembrano risentire della crisi energetica. L’idea del teleriscaldamento è nata pensando ad una soluzione per l’economia circolare delle segherie, da queste parti uno dei settori fondamentali insieme al turismo. “Un tempo, gli scarti della lavorazione del legno venivano smaltiti con costi elevati. Ora il legno, quello non trattato, viene portato alla centrale termica – racconta ancora il responsabile delle risorse umane dell’Acsm – proviene anche dai nostri boschi che per legge antica sono di proprietà dei comuni. Sia chiaro, utilizziamo gli scarti boschivi solo quelli che sono nel raggio di 70 chilometri altrimenti ci sarebbero problemi per il trasporto e dunque di inquinamento”.Un patrimonio, quello delle foreste sulle cime delle Dolomiti, che segue regole antiche e rigide che riguardano la salvaguardia del processo di rigenerazione. Ogni Comune infatti ogni dieci anni, monitora e studia, la propria quota di foresta ed effettua un “Piano di assestamento forestale” dove vengono elencate le zone e le piante che si possono utilizzare per il teleriscaldamento. Nessun pericolo di deforestazione dunque, visto che le foreste di Primiero e Vanoi sono riconosciute con la certificazione  Pan European Forest Certification.Il libero mercato dell’energia da tempo qui non viene preso in considerazione dai residenti. Almeno finché ci sarà acqua e legno. Una comunita a prova di crisi energetica? Per la maggioranza degli abitanti di questa valle ai piedi delle Dolomiti la sostenibilità fa parte della propria storia. LEGGI TUTTO