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Università, QS World Rankings 2023: frenano le italiane, Politecnico di Milano e Alma Mater in testa

A considerare il bicchiere mezzo pieno, il 40% degli atenei si posiziona tra i primi 300 al mondo per la ricerca. Più di qualsiasi altro Paese in Europa. Bene, ma non benissimo. Perché a guardare il QS World University Rankings 2023, la classifica universitaria globale più consultata al mondo, le università italiane scivolano giù. Solo il politecnico di Milano, che svetta al 139esimo posto guadagnando tre posizioni, Bologna, La Sapienza e Padova si trovano nella top 300. E solo sei – tra queste anche il politecnico e l’università di Torino, la Federico II di Napoli, la Cattolica di Milano e il politecnico di Bari – crescono; altre 21 peggiorano e 14 rimangono stabili.

Il sistema accademico italiano sconta mali che vengono da lontano: un rapporto professori e studenti alto, e dunque penalizzante, aule e laboratori insufficienti, un modello tutto sommato provinciale, incapace di essere sufficientemente attrattivo fuori confine. Guai che emergono in classifiche come queste che tengono conto di sei indicatori: la reputazione accademica e dei datori di lavoro, le citazioni dei ricercatori, il rapporto docenti-amministrativi/studenti, il grado di internazionalizzazione. Quest’anno gli analisti della Quacquarelli Symonds hanno aggiunto anche l’occupabilità e le capacità di fare rete nella ricerca.

Come ne usciamo? Con poche sorprese. E prevedibili discussioni che scatenerà il ranking realizzato su 1.418 università contro le 1300 dell’anno prima. Una corsa dove sta prendendo sempre più fiato il Far East accademico, in particolare la Cina: Pechino e Tsinghua sono tra le prime 15 al mondo. Al top sempre il Mit, lo è da 11 anni, poi Cambridge che soffia il secondo posto a Oxford, scesa al quarto, Standford e Harvard quinta.

Da noi il politecnico di Milano si conferma per l’ottavo anno l’università più quotata in Italia, mentre quello di Torino è il più apprezzato da chi assume. Bologna conquista la massima reputazione tra gli accademici: 73esima al mondo, tallonata dalla Sapienza. L’Italia arranca invece sull’attrattività per docenti e studenti dall’estero (solo 4 atenei nella top 500, tra cui Trento e Ca’ Foscari) e sulla didattica. Lezioni mediamente troppo affollate, solo il San Raffaele brilla con la 30esima posizione al mondo.

Sulla ricerca e sul suo impatto l’Italia ha ben 26 atenei nella top 400 ed è dunque settimo paese per produzione, sesto per numero di citazioni, con 8 università tra le prime 200 capaci di fare network internazionali tra i cervelli. Un successo che si riflette nella ricerca sul Covid dove siamo terzi dopo Cina e Stati Uniti. “L’Italia ha dimostrato un’eccellente resilienza durante la pandemia – commenta Ben Sowter, vicepresidente di QS – la performance generale è allineata con la media europea, ad eccezione di Francia e Portogallo che sono migliorati nei risultati”.

La ministra all’Università Maria Cristina Messa avverte: “Conosciamo i criteri che stanno alla base di queste classifiche e con questa consapevolezza dobbiamo leggerle”. Ma sui punti dolenti non si sottrae: “Sul rapporto tra personale docente e amministrativo e studenti, che sappiamo essere in Italia decisamente più alto rispetto agli altri Paesi con i quali ci raffrontiamo, abbiamo da poco lanciato i piani straordinari di reclutamento che consentiranno di assumere, oltre al turn over, ogni anno almeno 2.600 persone. Con i fondi per l’edilizia universitaria, anche del Pnrr, andiamo invece a migliorare le strutture, i laboratori, le aule”.

Ferruccio Resta rilancia da rettore il risultato del Politecnico di Milano: “Perché ora non provare entrare tra i primi cento? Un obiettivo di sistema complesso, ma necessario. Per farlo servono delle riforme strutturali che premino l’eccellenza e che rendano i nostri atenei attrattivi a livello globalePer farlo servono delle riforme strutturali”.

Non lo preoccupa il calo delle università italiane: “Le oscillazioni sono piccolissime”, fa notare da presidente della Crui. La sua analisi riporta a un sistema che sconta problemi strutturali: pochi docenti, frutto del blocco del turn over nel 2008, dunque frutto di scelte politiche.

“Poi c’è un tema culturale – osserva Resta – nel nostro Paese il percorso di internazionalizzazione è più limitato rispetto al Nord Europa. Non siamo pronti ad accogliere studenti dall’estero, non lo sono le città e i nostri uffici. Occorre una politica più decisa non solo per richiamare talenti da tutto il mondo ma anche per non perderli”. Discorso diverso sui docenti internazionali. “Qui dobbiamo cambiare in modo significativo il modello di reclutamento. Nel mondo faccio una call e assumo dopo un colloquio, magari negoziando anche lo stipendio. Noi abbiamo il concorso pubblico, regole certo non pari allo standard internazionale”.


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/scuola_e_universita/rss2.0.xml


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