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Il prof Cesare Moreno contro la Dad: “La scuola ha la missione di far capire le cose, con la pandemia non ci ha nemmeno provato”

Se gli ricordi che il Tar ha costretto il governatore della Campania, la sua terra, Vincenzo De Luca a riaprire le scuole ti risponde con un “ghigno”. E ‘o mast, il maestro coi sandali, non aggiunge altro. Cesare Moreno, voce dei Maestri di strada a Napoli, tra i fondatori del progetto Chance per il recupero dei ragazzi delle medie, è senza esitazione a favore dell’apertura della scuola. Ha scritto una riflessione sulla scuola distante, anche quando è in presenza, in questo riavvio tormentato delle lezioni dopo le vacanze di Natale.

Moreno, che effetto le ha fatto l’appello al premier Draghi dei 2000 presidi favorevoli alla Dad per 15 giorni in questa situazione di contagi in crescita?

“Mi ha colpito il fatto che ci sono dirigenti scolastici che ogni volta che c’è una complicazione prendono posizione per dire che non si può cambiare niente. Girerei la domanda a chi contesta i presidi manager: ma dove stanno? Sono solo i manager della paura. Il problema è che il senso della missione della scuola non è così diffuso”.

In che senso?

“Chi ha tenuto le scuole aperte durante la guerra non ha mai scritto per protestare e dire: noi non lavoriamo sotto le bombe”.

Come si affronta la pandemia tendendo la scuola aperta?

“In generale abbiamo affrontato l’emergenza Coronavirus non sulla base della presa di coscienza e della conoscenza, ma dell’obbedienza. Prendere una decisione è molto complesso in questa situazione. Le nostre autorità hanno semplificato il tutto dando delle regole e dicendo che si devono rispettare. Ma le scuole, tempio del sapere, hanno fatto qualcosa per migliorare la consapevolezza e la conoscenza tra il personale e i ragazzi in materia di salute e trasmissione del virus? Le decisioni vanno basate sulla condivisione, non sulla gerarchia. La scuola complessivamente è venuta meno al suo compito di illuminare le persone, di chiarire ai ragazzini e ai genitori perché si devono fare certe cose e di creare l’assunzione di responsabilità per le cose che si fanno. Le scuole vanno tenute aperte, ma va fatto un lavoro molto serio per rendere tutti responsabili. Siamo ancora nella retorica della sconfitta del virus: c’è un nemico e lo sconfiggiamo. Non è così. Il virus è un coinquilino”.

Quindi in concreto cosa è mancato?

“In due anni le scuole avrebbe dovuto preparare le persone a convivere con il virus. Faccio un esempio: inutile urlare se due ragazzini si avvicinano, va spiegato loro perché devono stare distanti più di un metro, è il virus che lo esige, non i virologi. Oppure: bene la mascherina, ma ancora più importante è l’areazione e quindi che la responsabilità di aprire e chiudere le finestre non è di un preposto, ma è di tutti quelli che sono in aula. Ci siamo fermati alla norma che si rispetta dove c’è il guardiano e non lo si fa se nessuno controlla. Il motivo? Perché quegli stessi studenti non hanno capito che è pericoloso. Una istituzione del sapere dovrebbe lavorare sulla conoscenza. Mi chiedo: chi ha usato argomentazioni irrazionali per opporsi alla vaccinazione cosa insegna quando va in classe? Questo è il punto decisivo”.

Lei ha scritto che occorre uscire da una logica binaria: aperti comunque, chiusi a qualsiasi costo.

“Occorre capire che tenere aperto significa essere attivi su tre piani: le competenze, la sanità psichica, la coesione di gruppo; che non serve avventarsi contro le idiozie dei No Vax o l’insipienza degli allarmisti a oltranza, ma serve fare del contrasto alla pandemia l’occasione per un compito di realtà gigantesco in cui si vede se la cultura, le conoscenze, la scienza sono in grado di aiutare milioni di persone a districarsi da questo garbuglio oppure se scienza e cultura devono restare appannaggio di minoranze abbarbicate al potere che decidono come dobbiamo vivere e come dobbiamo respirare“.

La scuola deve rimanere aperta anche se rischia di ritornare in Dad?

“Noi non abbiamo mai chiuso, ci siamo vaccinati, abbiamo preso tutte le precauzioni e abbiamo continuato ad occuparci sempre di bisogni educativi speciali. Le classi, se non sono focolai, devono funzionare. Segnalo che il disagio psichico sta diventando più significativo dell’infezione. Ci preoccupiamo di salvare chi è in terapia intensiva, ma chi è che salva i candidati suicidi e chi si sta rivolgendo ai servizi di salute mentale perché non ce la fa più? Vorrei che ci fosse un impegno corale a capire cosa sta capitando alla nostra psiche individuale e ai nostri rapporti sociali, come si affronta una situazione caotica usando la ragione”.

Lei critica una scuola distante, Dad o non Dad: cosa significa?

“La Dad non è che la conseguenza del fatto che il modo di insegnare è molto spesso già a distanza. Con la Dad lo si è solo rivestito di tecnologia. Fare un’istruzione distante significa non accogliere il sapere dei ragazzi e rielaborarlo. Gli insegnanti si ribellano quando lo dico. Premetto che ci sono migliaia di insegnanti bravissimi che si sono dati da fare, ma la scuola come istituzione si è ritirata. Tanto è vero che quando tenta di dire, come ora: stiamo aperti, c’è la ribellione. La scuola ha la missione di far capire le cose e in questo caso non ci ha nemmeno provato. Ora bisogna assolutamente tornare in presenza, ma anche organizzarsi perché la scuola faccia la sua parte. Vuol dire che non mi metto a fare il programma di matematica o a spiegare Foscolo come se nulla fosse accaduto: stiamo agendo in una situazione pandemica”.


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/scuola_e_universita/rss2.0.xml


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