17 Novembre 2022

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    L'Inviato italiano per il clima: “Accordo difficile, testo attuale da riscrivere”

    SHARM EL-SHEIKH. “Abbiamo grandi difficoltà, il testo attuale è da riscrivere”, l’Inviato speciale per il clima Alessandro Modiano, a dispetto della lunga carriera diplomatica (tra gli ultimi incarichi è stato vice ambasciatore in Egitto) non usa giri di parole per definire lo stallo delle trattative a Cop27. Modiano fu nominato lo scorso gennaio dopo un lungo braccio di ferro tra gli allora ministri Di Maio (Esteri) e Cingolani (Transizione ecologica). A giorni si saprà se il suo mandato sarà riconfermato o meno dal nuovo governo (ci sono trenta giorni di tempo dal giuramento dell’esecutivo). Nel frattempo l’Inviato speciale per il clima guida la delegazione italiana a Sharm el Sheikh.Ambasciatore Modiano, questa mattina la presidenza egiziana di Cop27 ha presentato una nuova bozza di documento finale. Quali sono le difficoltà?”Sui grandi temi la distanza è ancora grande. Sono appena tornato dalla discussione sulla cover decision, il testo che dovrebbe riassumere l’accordo politico, ma il testo che hanno proposto gli egiziani non va bene. A cominciare dal linguaggio che è troppo divisivo, insistendo sulla distinzione tra Paesi in via di sviluppo e Paesi sviluppati e attribuendo a questi ultimi tutta una serie di fallimenti. Gli egiziani sanno benissimo che un testo così non può essere accettato e che si perderà altro tempo per emendarlo”.E allora perché formularlo in questo modo?”È un misto di tattica negoziale e di voglia dell’Egitto di assumere un ruolo geopolitico forte nel farsi capofila di una serie di istanze. Ma il rischio è che si perda di vista l’obiettivo finale di un accordo solido. Ci siamo messi in una situazione di stallo”.Al di là del linguaggio, ci sono comunque punti specifici su cui manca l’accordo. Uno di questi è il Loss and damage. Qual è la posizione dell’Italia?”Noi siamo assolutamente disponibili a discuterne, perché siamo consapevoli che i Paesi vulnerabili devono essere sostenuti nella loro reazione a eventi climatici estremi. Siamo anche disponibili a discutere eventuali strumenti finanziari. Quello che non siano disponibili a fare è discutere un fondo finanziario ad hoc”.Perché no?”Sarebbe un autogol anche per i Paesi vulnerabili. Le discussioni su come dovrebbe funzionare questo fondo finirebbero per spostare molto in là gli interventi. Noi vogliamo discutere di Loss and damage, ma stabiliamo bene il tipo di interventi che vanno finanziati e a quali Paesi va data la priorità. Si possono usare strumenti finanziari che già ci sono, per esempio il Green Climate Fund. La discussione su come far funzionare il nuovo fondo rischia invece di farci impantanare”.La pensano tutti così nell’Unione europea?”Nei giorni scorsi c’erano sfumature diverse, ma col passare delle ore si stanno attenuando. Certo, ci sono Paesi europei più favorevoli al fondo per il Loss and damage, come la Germania, e la Danimarca ha persino già stanziato dei soldi. Ma comunque i 27 Paesi trattano con una sola voce”.Da qui a sabato si sbloccheranno i negoziati su questo punto?”Ho l’impressione comincino a esserci dei distinguo tra i Paesi vulnerabili e la categoria più ampia dei Paesi del G77 + Cina. Per i Vulnerabili portare a casa il fondo per il Lost and damage potrebbe essere una vittoria politica, ma cominciano a essere consapevoli che questo non darebbe loro la garanzia di accedere a quei finanziamenti in tempi rapidi. Fra di loro forse sta cominciando a prendere forma l’idea che si potrebbero cominciare a usare gli strumenti finanziari esistenti”.Altro questione controversa: la richiesta dell’India di estendere anche a gas e petrolio la “diminuzione graduale” che a Glasgow era stata decisa per il carbone. Che ne pensa l’Italia?”Abbiamo un obiettivo di neutralità climatica entro il 2050. E lo stesso ministro Pichetto Fratin ha sottolineato come a un certo punto le rinnovabili dovranno rimpiazzare completamente le fossili. Il problema non è dunque il phasing down, sono i tempi. C’è poi da dire, e gli indiani lo sanno bene, che ci sono fonti fossili che inquinano tanto e altre che inquinano meno, come il gas”.Sembrava che il comunicato finale del G20 di Bali potesse dare una spinta a questa Cop27. Lei ha visto segnali in tal senso?”L’atmosfera tra Usa e Cina è sicuramente migliorata. Ma finora non si sono viste ripercussioni nei negoziati. E’ anche vero che la trattativa sta entrando nella sua fase cruciale in queste ore e quindi potremmo assistere a una accelerazione innescata dal G20 di Bali. Io ci credo, anche se al momento, ripeto, le posizioni sono molto distanti”.Tornando all’Europa: la Germania si è dimostrata molto attiva in questa Cop. Oggi è arrivata la ministra degli Esteri Annalena Baerbock, per seguire in prima persona le fasi finali dei negoziati.”È vero, la Germania si sta dando molto da fare. D’altra parte i Verdi sono una componente importante del governo tedesco. E l’Inviata speciale Jennifer Morgan è una personalità del mondo ambientalista. Ma non ci sono fughe in avanti, anche perché, con il vicepresidente della Commissione Ue Frans Timmermans, c’è una leadership europea molto forte”.Lei ha alle spalle un lunga carriera diplomatica, ma è alla sua prima Cop. Che impressione ha? Queste Conferenze, con decine di migliaia di persone che discutono per due settimane, possono davvero risolvere l’emergenza climatica?”Capisco che questa baraonda possa scoraggiare. Ma nonostante le enormi difficoltà, penso che le Cop siano fondamentali. Il cambiamento climatico è la sfida del futuro per il Pianeta e dobbiamo affrontarla tutti insieme. L’unico modo è farlo con il multilateralismo, che è lento e faticoso, con la necessità di trovare il consenso fra tutte le parti. Ma è il solo che può portare a risultati condivisi su temi così complessi”. LEGGI TUTTO

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    Marina Silva, la voce dell'Amazzonia al fianco di Lula: “Salveremo foresta e biodiversità”

    SHARM EL-SHEIKH. Maria Osmarina da Silva Vaz de Lima è considerata la probabile futura ministra dell’Ambiente brasiliano. Aveva già ricoperto quell’incarico tra il 2003 e il 2008, con Lula presidente. E ora che Luiz Inácio Lula da Silva è stato rieletto, la donna simbolo dell’ambientalismo brasiliano, figlia di raccoglitori di gomma e della foresta amazzonica, potrebbe tornare a difendere la natura del più grande Paese sudamericano. Marina Silva era presente a Cop27 insieme a Lula, pronti ad annunciare: “Il Brasile è tornato”. LEGGI TUTTO

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    Cop27, dalla Conferenza sul clima la bozza del documento finale

    SHARM EL-SHEIKH. Dopo dieci giorni di incontri, discussioni, attese di decisioni prese altrove (per esempio al G20 di Bali) alla Cop27 si comincia a fare sul serio. Forse troppo in ritardo: restano, formalmente, due giornate di lavoro, anche se la presidenza egiziana della Conferenza ha prenotato una conferenza stampa per sabato sera. Fatto sta che […] LEGGI TUTTO

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    La sorgente scomparsa

    Ti ricordi quell’inverno che eravamo rimasti senz’acqua? Era gennaio, non aveva piovuto per tutto l’autunno e la fonte di casa si era prosciugata, e all’inizio facevo come nei libri di Messner e Bonatti, riempivo il pentolone di neve e lo mettevo sulla stufa. Un sistema  poetico ma poco efficiente perché la neve impiegava un’ora a sciogliersi così, e dopo un’ora sul fuoco ne restava anche meno di un terzo, forse di un quarto d’acqua, e ti ricordi che alla fine sono andato dal ferramenta a comprare due taniche da dodici litri ciascuna? Quando ci svegliavamo la mattina andavo giù alla fontana del paese, mi congelavo le mani a riempire le taniche e le portavo su una alla volta nella neve, poi passavamo la giornata a centellinare quei 24 litri d’acqua. Una tazza per lavarsi i denti, un pentolone per i piatti, per il bagno se ne andava sempre troppa, e lavarsi per intero neanche a parlarne. Finché dopo un paio di settimane ci siamo stancati e siamo tornati a Milano e aprire il rubinetto della doccia la prima volta, e sentire l’acqua calda sulla pelle ci era sembrato un miracolo, ti ricordi?Quest’anno che mi manchi anche l’acqua non è più tornata. La fonte si è prosciugata in gennaio, come quella volta. Ma quella volta c’erano metri di neve a sciogliersi in primavera, lo scorso inverno invece non ha nevicato o quasi. Ho aspettato l’acqua in aprile, quando di notte ormai non gelava quasi più. L’ho aspettata in maggio quando quella pochissima neve si è sciolta sulle montagne e per qualche giorno ho visto scorrere i torrentelli del disgelo. Intanto non pioveva, non pioveva davvero mai, tutta una primavera senza una goccia di pioggia, e in giugno ho cominciato a temere che la fonte sarebbe rimasta asciutta per il resto dell’estate, come poi è andata. Oggi è settembre e ancora tace come il silenzio che c’è in casa mentre vorresti tanto sentire una certa voce.

    Per fortuna o per saggezza qualche anno fa il Comune ha costruito un acquedotto nuovo, ora sono collegato a quello e l’acqua della fonte mi serve soltanto per il giardino (che pertanto è inaridito). Mi fa ridere quando leggo su certe etichette dell’acqua minerale “la sorgente più alta d’Europa”: l’acqua che bevo adesso viene da ben più su di qualsiasi bottiglia dei supermercati, è una sorgente chiamata Fontana Fredda che sta a 2386 metri d’altezza, forse te la ricordi perché era un sentiero dove andavamo a camminare spesso. Ci andavamo per dei laghetti e qualche volta arrivavamo su in cresta da dove si vedono i ghiacciai del Monte Rosa. Ma, quest’estate, risalire quel sentiero ha assunto un significato del tutto diverso, più proseguiva la siccità e più diventava un pellegrinaggio verso un luogo sacro. Ogni tanto mi dicevo: andiamo a vedere come sta Fontana Fredda, temendo il giorno in cui sarei arrivato lì e avrei trovato il beccuccio metallico della sorgente senza più una goccia d’acqua. Nel frattempo, al bar, domandavo all’amico idraulico, o all’amico che gestisce una centralina idroelettrica, notizie sulla sua portata.

    E mi spiegavano con mio terrore che quando l’acquedotto fu progettato, ormai diversi anni fa, da Fontana Fredda sgorgavano 30 litri d’acqua al secondo, che lo scorso inverno si erano ridotti a 10, e che adesso, in luglio, non erano più di 3. Tre litri d’acqua al secondo a cui ero appeso non solo io, ma non so quanta altra gente nella stagione di massimo afflusso turistico. Capirai perché dico che andare lassù era diventato il mio pellegrinaggio.

    A questo punto non pioveva né nevicava da quanto, nove mesi?, e trovare quel sottile ma continuo getto d’acqua, a 2386 metri, tra i prati giallo paglia e i letti asciutti dei torrenti, mi commuoveva come una di quelle manifestazioni della tenacia assurda della vita. Mi ricordavo che in Tibet, che è un deserto d’alta quota, certe sorgenti sono protette da piccoli santuari, costruiti intorno al punto in cui l’acqua sgorga come a una divinità, e mi dicevo: dovremmo farlo anche noi. Altro che croci di vetta, sono le sorgenti i luoghi sacri. Non sapevo, né nessuno me lo sapeva spiegare, da dove arrivasse esattamente l’acqua di Fontana Fredda – forse ti ricordi che sta in una conca e le cime tutt’intorno non superano i 3000 metri, troppo basse per la neve e il ghiaccio – per cui cos’è che si stava sciogliendo sopra di lei? O era davvero solo acqua piovana conservata chissà come? Ma la sorgente non cedeva, nel corso dell’estate, fluiva sottile e continua anche in agosto, quando i torrenti non scorrevano più e il livello dei laghi alpini era sceso di un metro, mostrando le rive nere della siccità. Per cui mi divenne chiaro: quell’acqua veniva da più lontano. Cioè dai ghiacciai del Rosa che stanno a 15 chilometri da noi. Come ci arrivava, a Fontana Fredda, attraverso 15 chilometri di montagne, io non lo so, ma non vedevo proprio altre possibilità, non c’era più nient’altro che potesse dare acqua.

    Così a quei ghiacciai sono andato, durante l’estate, con lo stesso spirito di pellegrino. Sono andato a vederli che crollavano, sotto il sole del pomeriggio, davanti alla morena del rifugio Mezzalama. Sono andato ancora più su a vedere i torrenti che scorrevano sul ghiaccio, ad ascoltarli dentro i crepacci, a scoprire un lago effimero che prima non c’era sulla via per il Lambronecca. L’acqua sgorgava violentemente dalle bocche del ghiacciaio arretrate di molti metri. L’Evançon, giù in basso, era in piena fin dal primo mattino, formava rapide grigie di disgelo, a volte torbide di frane e crolli. Te lo immagini, un torrente in piena al culmine di una lunga siccità? Era tutto ghiacciaio che spariva, ora per ora, giorno per giorno, ghiaccio vecchio di secoli o millenni che non tornerà più fino alla prossima glaciazione – pensa che bello sarebbe esserci, tra 50 milioni di anni, solo per vedere i ghiacci che ricoprono il pianeta dove un tempo lontanissimo abitavano gli esseri umani – ma aspetta, aspetta, era anche ghiaccio che sciogliendosi s’incanalava sotto le rocce, riempiva grotte, pozzi, gallerie, su e giù per vasi comunicanti e labirinti dentro la montagna, fino a sgorgare, tre litri al secondo, a Fontana Fredda sopra a casa mia. Benedetto ghiacciaio, santo ghiacciaio, pensavo, ed era la cosa più simile a una preghiera che io sapessi pronunciare.

    E poi tornavo alla baita e al mio giardino inaridito. Ti ricordi che l’avevo pensato come un giardino d’acqua, grazie a quella sorgente che non c’è più? Ti ricordi la fontana scavata nel tronco, quella dove tenevamo le birre in fresco e immergevamo i piedi roventi dopo le corse sui sentieri? E il canaletto dove ho posato i sassi del fiume Yukon? E poi la cascatella e il piccolo stagno, ricordi che un anno in maggio avevamo raccolto uova di rana e passato i giorni a guardarle schiudersi, quelle strane uova trasparenti e gelatinose? E che avevamo pianto la scomparsa dei girini portati via dalla corrente, ma poi un giorno non ci ritroviamo in cucina una rana grossa così? E quello che chiamo il mio lago Walden, un po’ più in là, che adesso è solo una buca nella terra ma l’anno prossimo se Dio vuole tornerà a riflettere il cielo, i miei pensieri, le mie parole e la mia mancanza di te: c’eri anche tu quando in questo giardino a quasi duemila metri d’altezza piantammo tre betulle e un acero rosso, per noi la Siberia e il Canada, e lo battezzammo Giardino del Grande Nord. Tutti ci dicevano che non sarebbero sopravvissuti – guardatevi intorno, ragazzi, non li vedete i boschi di abeti e larici? – ma dev’essere anche questo per via del cambiamento climatico: l’acero e le betulle hanno già superato due inverni, sembrano in buona salute e penso proprio che ce la faranno, e quando l’acqua tornerà io credo che saranno i primi a sentirla, a sentirti arrivare.

    Paolo CognettiUno degli autori contemporanei più apprezzati, 44 anni, milanese  è anche autore di documentari. Appassionato di montagna, ha conquistato oltre un milione di lettori vincendo nel 2017 il Premio Strega con il romanzo Le Otto montagne, tradotto in 37 lingue LEGGI TUTTO

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    E la tartaruga come fa? Sono oltre 100 le specie ''parlanti” che non sospettiamo

    È uno dei primi giochi che insegniamo ai bambini da piccolissimi: ripetere il verso degli animali. Cani, gatti, galline, asini e cavalli vanno per la maggiore. Non pervenute invece le tartarughe. E non a sorpresa: finora, infatti le si credeva per lo più mute. E invece no dice oggi uno studio pubblicato su Nature Communication: […] LEGGI TUTTO