14 Novembre 2022

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    Global Shield, uno scudo finanziario in aiuto ai Paesi vulnerabili al rischio climatico

    SHARM EL-SHEIKH. Prove di alleanza tra i 7 Paesi più ricchi del mondo e i 20 più vulnerabili ai cambiamenti climatici: il tentativo è andato in scena questa mattina a Sharm El-Sheikh quando il ministro delle Finanze del Ghana Ken Ofori-Atta, in rappresentanza del V20, il gruppo dei Paesi vulnerabili, e Svenja Schulze, ministro per la Cooperazione e lo Sviluppo nel governo tedesco, hanno presentato il Global Shield against Climate Risks, uno scudo finanziario contro i rischi climatici.L’operazione, fortemente voluta da Berlino, aveva ricevuto nelle settimane scorse il via libera unanime di tutti i membri del G7 a presidenza tedesca, ed è stato lanciato oggi, all’inizio della seconda, e decisiva, settimana di lavori di Cop27.

    Il summit

    Cop27: i temi al centro della conferenza delle Nazioni Unite sul clima in Egitto

    di Giacomo Talignani

    04 Novembre 2022

    A preoccupare le delegazioni ammassate nei prefabbricarti del centro conferenze di Sharm è soprattutto il braccio di ferro sul loss and damage, cioè gli aiuti economici da fornire quei Paesi ai quali gli eventi meteo estremi infliggono “perdite e danni”. L’esempio ricorrente in questi giorni è il Pakistan, messo in ginocchio dalle alluvioni della scorsa estate: 32 miliardi di dollari di danni stimati, a fronte del miliardo erogato come aiuto dal Fondo monetario internazionale. Soldi che spesso rischiano far avvitare i Paesi colpiti anche in una spirale di debiti.Ma chi deve pagare in caso di perdite e danni da clima? “I nostri Paesi pagano da tempo, in termini di vite perdute, infrastrutture distrutte, mancata crescita economica”, ha esordito il ministro ghanese Ken Ofori-Atta. A tirar fuori i soldi dovrebbero essere dunque i Paesi ricchi, quelli che, sfruttando i combustibili fossili negli ultimi 200 anni, hanno sostanzialmente causato l’attuale emergenza climatica.E tuttavia, pur se condiviso in linea di principio, questo approccio innesca una marea di distinguo quando si scende nei dettagli. A cominciare dal più banale: come si fa ad attribuire in modo incontrovertibile al riscaldamento globale un incendio o un’alluvione, i danni che causano, i morti che provocano?

    Il report Germanwatch

    Clima, nessun Paese sta rispettando i target per 1,5 gradi e l’Italia sta messa peggio degli altri

    di Luca Fraioli

    14 Novembre 2022

    Lo scudo ideato dal G7 e dal V20 prova a dare una risposta. L’idea, semplificando all’estremo, è che i Ricchi investano in una serie di assicurazioni pronte a intervenire in caso di disastro climatico. È come se qualcuno, avendo distrutto una rete viaria con le sue attività, si offrisse di pagare l’assicurazione a tutti gli altri automobilisti in circolazione su quelle strade, per aiutarli ad affrontare i costi di eventuali incidenti.Nei documenti preparatori del Global Shield against Climate Risks si elencano i possibili strumenti finanziari da mettere in campo. Per aiutare famiglie e imprese, si pensa a “sistemi di protezione sociale, assicurazione sul bestiame e sulle colture, assicurazione sulle proprietà, assicurazioni sull’interruzione dell’attività, reti di condivisione del rischio e garanzie del credito”. Ma i destinatari saranno anche i governi, e in quel caso “il Global Shield sosterrà lo sviluppo integrato di strumenti per garantire che il denaro sia disponibile quando necessario e per garantire che venga speso fornendo ciò di cui le persone e le comunità colpite hanno bisogno quando ne hanno più bisogno”.”Per ogni Paese vulnerabile verranno studiate le misure più adatte”, ha spiegato Svenja Schulze in rappresentanza del G7, avvertendo che “questo scudo non vuole togliere dal tavolo dei negoziati di Cop27 il loss and damage. Auspichiamo, però, che possa dare un contributo importante alla soluzione del problema”.

    Fact checking

    Ritardi e promesse non mantenute: che cosa è rimasto della Cop26 di Glasgow

    di Laura Loguercio (Pagella Politica)

    02 Novembre 2022

    Proprio a Cop27 nei giorni scorsi il cancelliere tedesco Olaf Scholz aveva annunciato lo stanziamento 170 milioni di euro da parte della Germania in vista del lancio del Global Shield against Climate Risks. Venti milioni li ha messi la Francia, 10 l’Irlanda, 7 il Canada, 4.5 la Danimarca. I primi Paesi vulnerabili a beneficiarne saranno Bangladesh, Costa Rica, Fiji, Ghana, Pakistan, Filippine e Senegal. LEGGI TUTTO

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    Guterres apre il G20: “Sul clima vicini al punto di non ritorno”

    La scorsa settimana nel suo discorso inaugurale alla Cop27 in Egitto, il segretario generale dell’Onu, António Guterres, aveva affermato che il mondo è “su un’autostrada verso l’inferno climatico con il piede sull’acceleratore”. Oggi Guterres ha lanciato un nuovo accorato appello ai leader mondiali riuniti a Bali, in Indonesia,  per il vertice del G20, esortandoli ad accelerare l’azione per il clima poiché, ha spiegato, “siamo pericolosamente vicini” al punto di non ritorno. Guterres ha anche chiesto una maggiore cooperazione per la sicurezza alimentare e una trasformazione digitale “responsabile”. 

    “Il nostro mondo sta affrontando il momento più cruciale e precario da generazioni. Le popolazioni di tutto il mondo sono colpite da ogni parte, colpite da un cambiamento climatico inarrestabile e schiacciate da una crisi del costo della vita. Le divisioni geopolitiche innescano nuovi conflitti e rendono quelli vecchi ancora più difficili da risolvere – è stato l’inizio del discorso del segretario generale Onu – Il G20 è il punto di partenza per colmare le divisioni e trovare risposte a queste e altre crisi. In primo luogo, il clima, la sfida più importante della nostra epoca”.

    Il summit

    Clima, sfida tra Sud e Nord del mondo. Guterres: “Senza accordo è un suicidio”

    di Giacomo Talignani

    08 Novembre 2022

    “Sono appena tornato dal vertice Cop27 di Sharm el-Sheikh – ha riferito – L’obiettivo di limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5 gradi si sta allontanando. Siamo pericolosamente vicini a punti di svolta in cui il caos climatico potrebbe diventare irreversibile. La scienza ci dice che il riscaldamento globale oltre questo limite rappresenta una minaccia esistenziale per tutta la vita sulla Terra. Ma le emissioni globali e le temperature continuano a salire. Sono d’accordo sul fatto che la follia consiste nel fare sempre la stessa cosa e aspettarsi un risultato diverso”.
    Despite the worsening climate crisis, I remain hopeful – because of the young people who have been relentless in holding decision-makers to account.Here’s my message to them from #COP27:I pledge to you that I will not let leaders off the hook.I urge you to never give up! pic.twitter.com/Y1zwj6nNk6— António Guterres (@antonioguterres) November 9, 2022

    “Abbiamo bisogno di un nuovo approccio – ha incalzato Guterres – Per questo ho proposto un patto storico tra economie sviluppate ed emergenti: un patto di solidarietà per il clima che unisca le capacità e le risorse delle economie sviluppate ed emergenti a beneficio di tutti. I Paesi del G20 sono responsabili dell’80% delle emissioni globali. I leader del G20 possono fare o disfare il Patto di solidarietà per il clima. In base a questo patto, in questo decennio dovranno compiere sforzi supplementari per mantenere il limite di 1,5 gradi. I Paesi più ricchi e le istituzioni finanziarie internazionali fornirebbero assistenza tecnica e finanziaria per aiutare le economie emergenti ad accelerare la transizione verso le energie rinnovabili. Il Patto di solidarietà per il clima può salvare vite, mezzi di sussistenza e il nostro pianeta. Può contribuire a porre fine alla dipendenza dai combustibili fossili e a fornire energia universale, accessibile e sostenibile per tutti”.

    Il report Germanwatch

    Clima, nessun Paese sta rispettando i target per 1,5 gradi e l’Italia sta messa peggio degli altri

    di Luca Fraioli

    14 Novembre 2022

    Il segretario Onu ha poi affermato: ” Gli obiettivi per lo sviluppo sostenibile stanno lanciando un SOS. I Paesi in via di sviluppo non possono accedere ai finanziamenti necessari per ridurre la povertà e la fame e investire nello sviluppo sostenibile. Esorto quindi le economie del G20 ad adottare un pacchetto di stimoli per gli obiettivi che fornisca ai governi del Sud globale investimenti e liquidità e offra una riduzione e una ristrutturazione del debito. Ciò consentirà alle economie emergenti di investire nella sanità, nell’istruzione, nell’uguaglianza di genere e nelle energie rinnovabili. Di investire nei loro popoli e di salvare l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Lo stimolo agli obiettivi è un passo minimo e necessario per alleviare le crisi alimentari ed energetiche e prevenire ulteriori sofferenze e difficoltà”.

    L’intervista

    “Se questa crisi del clima continuerà non avremo le risorse per aiutare tutti”

    di Giacomo Talignani

    10 Novembre 2022

    Importante anche il nuovo richiamo alle responsabilità dei paesi più ricchi: “I Paesi del G20, in quanto economie più potenti del mondo, con una maggioranza nei consigli di amministrazione delle banche multilaterali di sviluppo, possono e devono farlo. I miei interventi a questo vertice si concentreranno sulle crisi alimentare ed energetica e sulla trasformazione digitale delle nostre economie e società. Per quanto riguarda il cibo, il mio messaggio è che abbiamo bisogno di un’azione urgente per prevenire la carestia e la fame in un numero crescente di luoghi nel mondo”
    As the world’s population reaches 8 billion, our human family is growing more divided.Unless we bridge the yawning chasm between the global haves & have-nots, we are setting ourselves up for more tensions & mistrust, more crisis & conflict.https://t.co/Vs1LfnsaTR— António Guterres (@antonioguterres) November 11, 2022

    “Oggi, mentre diamo il benvenuto all’ottomiliardesimo membro della nostra crescente famiglia umana, dobbiamo pensare al futuro. – ha concluso Guterres – Entro il 2050, la popolazione mondiale si avvicinerà ai dieci miliardi. L’azione – o l’inazione – del G20 determinerà se ogni membro della nostra famiglia umana avrà la possibilità di vivere in modo sostenibile e pacifico, su un pianeta sano”.  LEGGI TUTTO

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    Clima, nessun Paese sta rispettando i target per 1,5 gradi e l'Italia sta messa peggio degli altri

    SHARM EL-SHEIKH. Quali Paesi stanno rispettando i loro impegni climatici? Nessuno, tantomeno l’Italia, che si ferma a un mediocre 29esimo posto nella speciale classifica sulle performance climatiche dei governi. Il podio anche quest’anno è rimasto desolatamente deserto: nessuno tra gli Stati presi in considerazione ha infatti raggiunto gli obiettivi necessari a fronteggiare il riscaldamento globale e a contenere l’aumento della temperatura media entro la soglia critica di 1,5°C a fine secolo. Brillano però Danimarca e Svezia, rispettivamente al quarto e al quinto posto, e sorprendono non poco Cile, Marocco e India, che occupano dalla sesta all’ottava posizione. 

    Lo scenario è quello disegnato questa mattina, nella sala Luxor di Cop27 a Sharm El Sheikh, dalla presentazione del Climate Change Performance Index 2023, rapporto redatto da Germanwatch, l’organizzazione non governativa con sede a Bonn che dal 1991 monitora le politiche pubbliche sull’ambiente, in collaborazione con Climate Action Network, NewClimate Institute e con Legambiente per l’Italia. L’analisi prende in considerazione 59 nazioni, più l’Unione europea nel suo complesso, rappresentanti il 90% delle emissioni climalteranti del Pianeta. Le performance hanno come parametro di riferimento gli obiettivi dell’Accordo di Parigi e gli impegni assunti al 2030 e vengono misurate attraverso il un indice basato per il 40% sul trend delle emissioni, per il 20% sullo sviluppo di rinnovabili ed efficienza energetica e per il restante 20% sulla politica climatica.

    Cop27

    Continua a salire il livello di emissioni, per invertire la rotta bisogna tornare ai tempi del lockdown

    di Giacomo Talignani

    11 Novembre 2022

    Questo spiega lo stallo dell’Italia, che rispetto all’edizione dello scorso anno del rapporto scala una solo posizione (dalla 30esima alla 29esima, appunto) e non si schioda dal centro-classifica. A pesare, si legge nel rapporto, “sono principalmente il rallentamento nello sviluppo delle rinnovabili e una politica climatica ancora inadeguata a fronteggiare l’emergenza”. 

    “Serve una drastica inversione di rotta”, conferma Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente. “Si deve aggiornare al più presto il Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec), per garantire una riduzione delle nostre emissioni climalteranti, in linea con l’obiettivo di 1.5°C, di almeno il 65% entro il 2030”. In effetti, il Pniec nella sua versione attuale consente un taglio delle emissioni di appena il 37% rispetto al 1990 entro il 2030. “Ma va anche confermato il phase-out del carbone entro il 2025”, continua Ciafani, “senza ricorrere a nuove centrali a gas. L’Italia può centrare l’obiettivo climatico del 65%, soprattutto grazie al contributo delle rinnovabili, ma deve velocizzare sia gli interminabili iter di autorizzazione dei grandi impianti industriali alimentati dalle fonti pulite sia quelli delle comunità energetiche, causati soprattutto dai conflitti tra ministero dell’Ambiente e della Cultura e dalle inadempienze delle Regioni”. 

    Tra i Paesi del G20, che si ritroveranno a Bali da domani per parlare anche di clima, solo India (ottavo posto), Regno Unito (undicesimo) e Germania (sedicesimo) si posizionano nella parte alta della classifica, mentre l’Unione Europea sale di tre gradini rispetto allo scorso anno, raggiungendo il 19° posto grazie a nove Paesi posizionati nella parte alta della classifica, frenata però dalle pessime performance di Ungheria e Polonia che continuano a essere fanalino di coda.

    Ambiente

    La mappa degli inquinatori che indica le emissioni azienda per azienda

    di Luca Fraioli

    09 Novembre 2022

    La Cina, maggiore responsabile delle emissioni globali, scivola al 51esimo posto perdendo ben 13 posizioni rispetto allo scorso anno: nonostante il grande sviluppo delle rinnovabili, le emissioni cinesi continuano a crescere per il forte ricorso al carbone e la scarsa efficienza energetica del sistema produttivo. Un gradino più in basso, al 52° posto, si piazzano gli Stati Uniti, secondo emettitore globale che però guadagna tre posizioni rispetto allo scorso anno: un risultato attribuibile alla nuova politica climatica ed energetica dell’Amministrazione Biden.

    Il summit

    Cop27: i temi al centro della conferenza delle Nazioni Unite sul clima in Egitto

    di Giacomo Talignani

    04 Novembre 2022

    Agli ultimi tre posti della classifica, tre Paesi esportatori e utilizzatori di combustibili fossili: Iran, Arabia Saudita e Kazakistan. LEGGI TUTTO

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    “Training for Circularity”: 10 borse di studio nei settori dei Raee e del green marketing

    Formare giovani professionisti nel campo dell’economia circolare e della sostenibilità. È con questo obiettivo che Erion Weee, Consorzio del Sistema Erion dedicato alla gestione dei rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (Raee), il Cdca – Centro di documentazione sui conflitti ambientali, e il Dipartimento sostenibilità dei sistemi produttivi e territoriali di Enea lanciano il progetto “Training for Circularity – Borse di Studio (Weee edition)”: 10 borse di studio per laureati pensate per promuovere nuove professionalità nel settore dei Raee e del green marketing. Il programma di formazione della durata di 12 mesi – fa sapere Enea in una nota – interessa 5 differenti profili di studio e lavoro, sul tema della circolarità nella filiera delle apparecchiature elettriche ed elettroniche – dall’eco-design al trattamento dei Raee, così da garantire il recupero efficiente di risorse – e nel settore comunicazione, marketing e fundraising per la sostenibilità e la circolarità. Gli assegnatari delle borse di studio, selezionati sulla base di titoli ed esami conseguiti, saranno accolti e formati da Enea, presso il Centro Ricerche Casaccia di Roma, e Cdca e seguiti in tutto il percorso da esperti del settore delle due realtà ospitanti e del Consorzio Erion Weee.

    “La transizione da un modello economico lineare a uno circolare – afferma Giorgio Arienti, dg di Erion Weee – è anche, forse soprattutto, un fatto culturale: richiede un cambiamento di approccio globale, dalle logiche di approvvigionamento delle materie prime, alla progettazione dei nuovi prodotti, alla loro modalità di acquisto, utilizzo, riparazione, riutilizzo, fino alla gestione dei rifiuti che ne derivano. Affinché questo cambiamento culturale avvenga servono informazione e formazione”. Il progetto “Training for Circularity – Borse di Studio (Weee edition)” fa parte del programma di comunicazione “DireFareRaee”, approvato nei mesi scorsi dal Cda di Erion Weee, che prevede numerose iniziative di sensibilizzazione nel biennio 2022-2023.

    Il progetto è co-coordinato e gestito dal Cdca, centro studi indipendente editore della testata giornalistica EconomiaCircolare.com. “La sfida informativa e quella formativa devono andare di pari passo – commenta Laura Greco, responsabile formazione Cdca/EconomiaCircolare.com – per questo sin dal lancio del progetto editoriale abbiamo lavorato per affiancare al lavoro di redazione un competence center che potesse offrire servizi di formazione e consulenza sui temi della circolarità. Un luogo non fisico, che abbiamo chiamato Training for Circularity, in cui acquisire e rafforzare competenze ed expertise, fondamentali per stimolare un cambiamento duraturo dei sistemi di produzione e di consumo. Questo il senso dell’operazione, di cui le borse di studio sono fiore all’occhiello e prima iniziativa di formazione on the job, con l’obiettivo di creare percorsi specializzanti di alta formazione”.

    Co-promotore e partner tecnico-scientifico dell’iniziativa è il Dipartimento sostenibilità dei sistemi produttivi e territoriali di Enea, che accoglierà e formerà 8 dei borsisti selezionati presso il Centro ricerche Casaccia di Roma. “La chiusura dei cicli nelle filiere produttive – sottolinea Claudia Brunori, responsabile della divisione Uso efficiente delle risorse e chiusura dei cicli – richiede nuove professionalità con una conoscenza specifica di tecnologie e metodologie innovative per un uso più efficiente delle risorse ma anche conoscenze trasversali sul modello economico circolare e capacità di visione trasversale sull’intera catena di valore. Con questo progetto si intende formare tali professionalità, partendo dalla filiera dei Raee, che saranno addestrate in stretta connessione con le aziende di settore, per rispondere a specifiche esigenze del mondo produttivo”.

    L’erogazione delle borse di studio è destinata a giovani laureati di diversi campi disciplinari (Ingegneria chimica, gestionale e dei materiali, Architettura, Scienze ambientali, Chimica, Fisica, Economia, Sostenibilità, Marketing, Scienze della comunicazione, Comunicazione aziendale e Design). La raccolta delle candidature prende il via il 14 novembre e terminerà alle 23.59 del 14 dicembre. LEGGI TUTTO

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    Quanto inquinano gli acceleratori di particelle? Lo studio del Cern

    Si chiama Fcc, acronimo di Future Circular Collider, e, se e quando verrà effettivamente realizzato, sarà il più grande acceleratore di particelle al mondo. Più grande perfino di Lhc, lo strumento con il quale gli scienziati del Cern di Ginevra sono riusciti a individuare il bosone di Higgs dieci anni fa, che con i suoi 27 chilometri di circonferenza piccolo non è. Ma nella progettazione del nuovo acceleratore non contano solo le dimensioni: fisici e ingegneri cominciano infatti a tener conto anche dell’impatto ambientale derivante dalla costruzione e dal funzionamento di macchine così grandi e complicate. Quasi un dovere, nel momento in cui i grandi della Terra sono riuniti in Egitto, alla Cop27, per confrontarsi sulle sfide climatiche ed energetiche del pianeta.

    Uno studio appena pubblicato sulla rivista The European Physics Journal Plus, a firma proprio degli esperti del Cern, ha valutato il consumo energetico e l’impatto ambientale di diversi tipi di acceleratori di particelle, mostrando che l’attuale progetto di Fcc è effettivamente il più “sostenibile”, dal momento che dovrebbe consumare solo un sesto dell’energia rispetto ad altri progetti. Un risparmio niente male, insomma. 

    Gli acceleratori come Lhc e Fcc sono considerati “fabbriche di Higgs”, proprio in virtù del fatto che vi si riescono a produrre bosoni di Higgs con i quali si cerca di studiare e caratterizzare la nuova fisica. Le fabbriche di Higgs alternative a Fcc considerate nello studio appena pubblicato sono il Circular Electron Positron Collider (Cepc) cinese, lo International Linear Collider (Ilc) giapponese, il Compact Linear Collider (Clic) del Cern e il Cool Copper Collider (C3) statunitense (Ilc, Clic e C3 sono acceleratori lineari, a differenza di Lhc, Fcc e Cepc che sono circolari): gli scienziati ne hanno valutato l’impatto ambientale considerando quanta energia consumerebbero, in media, per ogni bosone di Higgs prodotto. “Questa scelta ha senso”, ha commentato a Nature Patrick Janot, fisico del Cern, “perché la possibilità di fare nuove scoperte è direttamente collegata al numero di bosoni di Higgs prodotti”. In generale, gli acceleratori circolari tendono ad avere un consumo di energia annuale simile a quello degli acceleratori lineari, ma generano bosoni di Higgs più velocemente, quindi in teoria possono “produrre” più scienza in meno tempo.

    Ed ecco i numeri: secondo l’analisi, Fcc consumerebbe circa 3 megawattora di elettricità per ogni bosone di Higgs prodotto, seguito subito dopo da Cepc con 4,1 megawattora. Gli acceleratori lineari hanno performance leggermente peggiori, e la classifica è chiusa da C3 con i suoi 18 megawattora per bosone. Bisogna però tener conto del fatto che ci sono anche altri costi ambientali non inclusi nell’analisi, tra cui le emissioni derivanti dalla costruzione delle nuove strutture e dalla dismissione di quelle precedenti e da quelle derivanti dai rivelatori. LEGGI TUTTO

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    Come è nato il manifesto delle comunità energetiche italiane

    Una laurea in energia meccanica nella struttura in cui ora insegna, specializzazioni sulla termodinamica, incarichi prestigiosi in ambito nazionale e internazionale e la convinzione granitica che la crescita socio-economica può arrivare soltanto da un’innovazione capace di essere trasversale a più ambiti del sapere. Romano Borchiellini, 64 anni, quest’anno al Politecnico di Torino ha insegnato anche “Transizione energetica e società”, un corso che dice molto delle sfide che in questo momento lo appassionano di più. È con l’Energy center lab, il centro interdipartimentale di cui è coordinatore per il Politecnico, che il gruppo guidato da Borchiellini è protagonista di progetti pionieristici come le comunità energetiche di Magliano Alpi e i condomini autoconsumatori a Pinerolo e altri 20 comuni piemontesi. Motore di questi trasferimenti del sapere universitario in aziende e iniziative comunitarie è la capacità dell’Energy Center di fare da catalizzatore.

    Professor Borchiellini, come è nata l’idea dell’Energy Center?”È stato un percorso lungo e complesso, frutto di riflessione tra diversi docenti all’interno del Politecnico. Abbiamo la fortuna di un forte radicamento dell’università nel territorio, per cui ci è stato possibile trovare le risorse economiche all’esterno per realizzare la sede del Centro. Il luogo che ospita le attività del laboratorio multidisciplinare è un edificio realizzato con il contributo di Regione Piemonte, Comune di Torino e l’intervento di fondazioni bancarie, che a Torino hanno una storia e un ruolo importanti nello sviluppo del territorio, come la fondazione Compagnia di San Paolo e la fondazione Cassa di Risparmio di Torino”.

    La storia

    A Bologna la più grande comunità energetica d’Italia: dal centro commerciale alla parrocchia

    dalla nostra inviata Fiammetta Cupellaro, foto di Mattia Zoppellaro

    21 Ottobre 2022

    Quali sono le domande alle quali il Centro vuol dare una risposta?”Quando abbiamo avviato le attività nel 2017 ci siamo posti soprattutto alcuni quesiti. Come si possono approvvigionare le nostre comunità di energia sempre più rinnovabile e sicura? Quali sono le tecnologie e infrastrutture energetiche chiave da sviluppare o rafforzare? E quali sono le caratteristiche della città del futuro per essere sempre più sostenibile? Partivamo, come detto, da docenti del Politecnico interessati a sviluppare questi temi e che ritenevano interessante il dialogo istituzionale. Ma quel che dico sempre è che l’Energy Center non è, o non è solamente, un centro di ricerca: sottolineo con forza che è un edificio dove si incontrano fisicamente ricercatori, aziende e pubblica amministrazione. Sapevamo che per rispondere alle nostre domande avevamo bisogno che ci fosse contaminazione tra questi ambienti, tanto che oltre il 70% dell’edificio che ospita il laboratorio è occupato da imprese, non dai docenti perché le persone strutturate nel Politecnico hanno già un ufficio. C’era bisogno di uno spazio lavorativo, dove le aziende potessero sviluppare le loro attività dialogando continuamente con le competenze trasversali fornite dal centro”.

    Come avviene questo lavoro fianco a fianco con le aziende?”Intanto c’è da dire che la ricerca sulla transizione energetica e ecologica si dirama parallelamente su molti filoni. Per esempio, uno degli ambiti in cui siamo più impegnati è quello dello studio dei sistemi di accumulo dell’energia quali le batterie, un settore importante che richiede una visione trasversale, che accorpa le varie ricerche di varie discipline. Quanto alla collaborazione con le aziende è emblematica quella con Edison: in un laboratorio condiviso, sviluppiamo nuove tecnologie per la transizione energetica. Tutte le università hanno attività di ricerca congiunte con soggetti privati, noi ci distinguiamo perché nell’Energy center condividiamo con le aziende lo spazio dedicato, con attrezzature di laboratorio “pesanti”. Così, mentre portiamo avanti gli studi per riprodurre il comportamento di una colonnina di ricarica elettrica collegata alla rete cittadina (simulando esattamente consumi, flussi e impatto sulla rete a seconda del numero di colonnine) facciamo anche esperimenti legislativi. Poiché lo spazio è comune, abbiamo dovuto pensare a una modalità di gestione della sicurezza unica per privato e pubblico. Sia chiaro, per queste cose non si vince il Nobel, ma sono cruciali per affrontare le difficoltà del trasferimento tecnologico”.

    Il dossier

    “Le comunità energetiche bloccate da burocrazia e mancanza di decreti attuativi”

    21 Ottobre 2022

    Tra le iniziative che hanno avuto una grande ricaduta sul territorio c’è stato il “Manifesto delle comunità energetiche”. Come è nata l’idea?”Abbiamo mostrato sensibilità rispetto al tema un po’ in anticipo rispetto ad altre realtà, proprio perché abbiamo una visione più integrata, che non parte dalla singola tecnologia. Per un ricercatore le Cer di per sé non sono particolarmente interessanti, diverso invece è coglierne il potenziale all’interno della transizione ecologica, appunto in prospettiva trasversale. L’idea di redigere il “Manifesto” è nata dopo un incontro tra docenti universitari, amministratori locali e aziende. Avevamo discusso delle ricadute sul territorio, le sfide tecnologiche e legislative e abbiamo voluto che tali riflessioni non restassero lettera morta, per creare consapevolezza e supportare attivamente il processo di transizione verso una società carbon-free, dove l’energia rinnovabile è alla base di un nuovo paradigma del vivere. Il Manifesto definisce appunto che il processo di transizione energetica deve essere declinato in diversi linguaggi (tecnico, scientifico, normativo, finanziario, divulgativo), in modo da raggiungere con efficacia la molteplicità degli interlocutori”.

    Il coinvolgimento dei privati è uno dei vostri punti forti, quali sono le vostre linee guida sotto questo aspetto?”La nostra attività deve tenere conto dell’interesse pubblico, ma senza bloccare il privato. Un esempio viene proprio dalle Cer: avremmo potuto essere soltanto dei valutatori che fornivano un parere oppure, e questa è la via fino a oggi scelta, essere il terzo attore in un progetto in cui cerchiamo di consigliare pubblico e privato. La nostra visione trasversale credo sia fondamentale, perché uno dei temi che si porranno sulle CER sarà proprio di stabilire quale è la loro dimensione ottimale perché non ci sia soltanto il singolo cittadino che beneficia di un risparmio in bolletta, ma quali possono essere le ripercussioni a livello locale e perfino per il sistema nazionale. L’ultimo aspetto è prematuro, ma noi dobbiamo pensarci, con la nostra capacità di sguardo complessivo”.

    L’inchiesta

    L’Europa si illumina di energia autoprodotta

    di Jaime D’Alessandro

    25 Ottobre 2022

    Da questo vostro approccio trasversale nasce l’ultimo progetto di successo, finanziato dai fondi Pnrr.”Il Politecnico di Torino attraverso l’Energy Center ha vinto un bando del ministero dell’Università dedicato alla creazione o ristrutturazione di infrastrutture tecnologiche di innovazione, in cui il 51% per cento sia posseduto da privati. Noi saremo l’ente attuatore di una rete di aziende e università in modo diffuso sul territorio, con l’idea di mettere insieme i laboratori e la capacità per lavorare in contemporanea e sviluppare il digital twin del sistema energetico italiano. Questa infrastruttura tecnologica ambisce a dare un contributo indispensabile alla transizione ecologica per la prototipazione dei prodotti e per le scelte di politica energetica”. LEGGI TUTTO