8 Novembre 2022

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    All'Aquila la finale del premio per le startup del clima

    Ora Green&Blue è anche un premio. Sarà assegnato il prossimo 2 dicembre alla startup che proporrà la migliore soluzione per affrontare l’emergenza climatica. Il riconoscimento verrà consegnato nell’ambito della due giorni che farà dell’Aquila la capitale italiana dell’innovazione. È stata presentata oggi, infatti, la finalissima del Premio Nazionale per l’Innovazione (Pni) che sarà ospitata nel capoluogo abruzzese l’1 e il 2 dicembre: 67 startup, delle 300 che hanno partecipato alle selezioni delle StartCup regionali, si sfideranno e si sottoporranno al giudizio di esperti e pubblico generalista, per arrivare prima a una shortlist di 16 candidati, poi all’individuazione del vincitore assoluto e di quattro vincitori “di settore”, a cui andrà un premio di 25mila euro ciascuno.

    Il progetto

    Nelle università in cerca di startup che lottano contro il cambiamento climatico

    di Arcangelo Rociola

    11 Maggio 2022

    Il Pni, arrivato alla ventesima edizione, ha l’obiettivo di selezionare i migliori progetti di impresa hi-tech, nati dalla ricerca di 53 atenei e incubatori universitari distribuiti in 16 regioni d’Italia. Una rete e un premio promossi da PniCube, Associazione italiana degli incubatori universitari.

    La finale dell’edizione 2022 si terrà nel capoluogo abruzzese grazie alla collaborazione dell’Università degli Studi dell’Aquila e del Gran Sasso Science Institute, istituzioni che, dopo il terremoto del 2009, si sono impegnate per fare dell’Aquila ricostruita una moderna città della conoscenza.

    Tra i partner dell’iniziativa, quest’anno c’è anche il Gruppo Gedi, editore, tra le altre testate, di Repubblica e La Stampa. Dalla collaborazione è nato il Premio Green&Blue, uno dei quattro di settore, rivolto a progetti potenzialmente capaci di avere un impatto sull’emergenza riscaldamento globale. “Sceglieremo la migliore startup la cui soluzione si propone di contrastare il cambiamento climatico”, spiega direttore di Green&Blue Riccardo Luna. “È una tendenza che osserviamo in tutto il mondo, ma anche nelle selezioni regionali del Pni 2022 sono emerse tantissime proposte che vanno in questa direzione”.

    Terminata la kermesse, non calerà però il sipario sull’innovazione a L’Aquila. Il sindaco Pierluigi Biondi, ricordando le tante realtà accademiche e industriali che si stanno consolidando sul territorio, dall’Università al Gssi, dai Laboratori nazionali del Gran Sasso alla neonata Fondazione Gran Sasso Tech, ha confessato il suo sogno nel cassetto: far nascere nel capoluogo abruzzese una Accademia dell’innovazione. LEGGI TUTTO

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    Cop27, le linee guida dell'Onu contro il greenwashing

    Basta ambientalismo di facciata e strategie di green marketing. Anche imprese, aziende e istituzioni devono adottare misure chiare ed efficaci per ridurre le emissioni. Le previsioni sul cambiamento climatico lasciano poco tempo per agire, e tutti devono contribuire. Se ne parla oggi alla Cop27, dove un gruppo di esperti di alto livello delle Nazioni Unite ha presentato una serie di raccomandazioni pratiche per investitori e contribuenti privati come aziende, compagnie finanziarie, città e regioni. L’obiettivo è porre fine alle pratiche di greenwashing, in favore di misure vere che aiutino sulla strada verso il net zero.

    Le raccomandazioni Onu

    Il rapporto è il risultato del lavoro congiunto di 17 esperti nominati dal Segretario generale delle Nazioni Unite, e contiene raccomandazioni pratiche per garantire e migliorare l’integrità, la trasparenza e la responsabilità al net zero, fissando standard e criteri chiari.Il punto fondamentale è che qualunque azienda o ente privato non possa venire considerato Net zero se continua a investire in combustibili fossili o contribuisce in qualche modo alla deforestazione o altre attività distruttive per l’ambiente. Per lo stesso motivo, ci si aspetta che le azioni intraprese siano effettive (come la riduzione delle emissioni lungo la catena produttiva) e non si limitino ad acquistare crediti di carbonio. L’acquisto di certificati che compensano le emissioni, invece di ridurle, deve essere conservato per gli ultimi anni di net zero e, se utilizzato, deve essere attendibile e proveniente da una fonte affidabile e verificabile. 

    Aziende, imprese e regioni devono quindi presentare dei piani per il clima che possano essere considerati efficaci, garantendo risultati abbastanza rapidi in termini di rilascio di gas serra in modo da soddisfare i requisiti dell’accordo di Parigi. In particolare, per limitare il riscaldamento della Terra a 1,5 gradi, gli obiettivi fissati devono essere raggiunti sul breve termine, entro (e prima) il 2030. Le aziende devono anche presentare rapporti annuali dettagliati sui progressi compiuti, che possano essere controllati e verificati in modo indipendente da esterni. Le aziende e le regioni che utilizzano molta terra devono garantire, entro il 2025, di interrompere qualsiasi pratica di deforestazione. L’impegno, infine, non deve limitarsi alla propria rete privata ma deve essere globale: occorre stabilire e prevedere, all’interno dei piani aziendali e regionali, un flusso di denaro verso i Paesi in via di sviluppo.

    Situazione climatica e obiettivi sulle emissioni

    La gravità della situazione attuale è sotto gli occhi di tutti: crisi energetica, eventi meteorologici estremi collegati al cambiamento climatico, e problemi di approvvigionamento energetico causati dal conflitto in corso. L’impegno verso fonti alternative e per la riduzione dell’impatto ambientale è sempre più urgente.

    Per quanto riguarda le emissioni, un recente rapporto sul clima pubblicato dalle Nazioni Unite mostra che la curva si sta piegando, ma non abbastanza rapidamente da limitare l’aumento della temperatura a 1,5°C, come stabilito dall’accordo di Parigi. Di questo passo, non riusciremo a ridurre le emissioni del 45% entro il 2030, perché il picco deve ancora arrivare. Ci si attende invece un aumento che sfiora l’11%. Bisogna invertire la tendenza il prima possibile, e per farlo serve l’aiuto di tutti. La strada da percorrere è chiara: bisogna raggiungere il picco delle emissioni globali in soli tre anni, entro il 2025, e dimezzarle nei prossimi otto anni, entro il 2030. Sono necessarie soluzioni efficaci, tangibili e immediate, e la sola azione dei governi non basta. La questione va attaccata su più fronti. Bisogna, innanzitutto, dirottare gli investimenti di imprese e istituzioni dai combustibili fossili all’energia pulita. Ma bisogna anche fornire indicazioni chiare e mettendo un freno a tutte le pratiche di indugio e pulizia dell’immagine attraverso il greenwashing.

    Il problema del greenwashing

    Sono dieci le raccomandazioni contenute nel rapporto pubblicato oggi, e mirano da un lato ad accompagnare tutti gli enti non statali che vogliano volontariamente cambiare il loro approccio e il loro impatto ambientale, dall’altro a evitare che persistano azioni guidate dall’ignoranza e pratiche di greenwashing. 

    “Il greenwash è sfuggito al controllo”, denuncia Amanda Starbuck, membro del gruppo di lavoro HLEG delle Nazioni Unite e direttore del programma per gli investitori Sunrise Project. “Le aziende e le istituzioni finanziarie che si impegnano per le zero-emissioni non possono più dichiararsi ignoranti o evitare di assumersi le proprie responsabilità con il greenwash: net-zero significa riduzione immediata delle emissioni climatiche e certamente nessuna crescita dei combustibili fossili. Oggi ci uniamo a scienziati, economisti e a un coro globale che chiede questa ambizione alle istituzioni finanziarie, alle aziende, alle città e alle regioni”. 

    Molte aziende si sono già impegnate per la causa, con la promessa di partecipare attivamente alla strada verso le zero-emissioni. Finora però, denunciano gli esperti, i risultati sono stati insufficienti. Per questo nel rapporto si chiede a tutti gli attori non statali di impegnarsi a ridurre immediatamente le emissioni con obiettivi a breve, medio e lungo termine basati su dati scientifici. La prima cosa da fare, quindi, è limitare le iniziative volontarie in favore di azioni regolamentate ad alto livello, utili anche a evitare il ricorso a soluzioni disoneste o pratiche di greenwashing. LEGGI TUTTO

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    Cop27, mani dipinte per aggirare i divieti: i Fridays chiedono l'immediato stop ai combustibili fossili

    SHARM EL-SHEIKH. Si sono fatti furbi i giovani del clima, nel tentativo di aggirare i divieti egiziani: sulle mani hanno scritto “NO GAS” o “NO MORE FOSSIL FUEL” prima di alzarle in aria contemporaneamente alla Cop27. Per la prima volta alla Conferenza delle parti sul clima in corso in Egitto questa mattina si è vista una forma di protesta, guidata da ragazze e ragazzi di Fridays For Future. Con l’assenza di Greta Thunberg a Sharm El-Sheikh, che ha recentemente annunciato anche la sua volontà di passare il megafono ad altri, la protesta è stata guidata dalle attiviste tedesche Helena Marschall, Luisa Neubauer, dall’ugandese Vanessa Nakate ed altri studenti del sud del mondo, dalla Colombia sino al Sudafrica. 

    Gli ambientalisti

    Diritti negati e sfiducia nei big alla Cop27: perché Greta Thunberg e altri attivisti non andranno in Egitto

    di Giacomo Talignani

    03 Novembre 2022

    All’interno di uno dei padiglioni della Cop i giovani, alla presenza della stampa, hanno raccontato tutte le loro preoccupazioni per un mondo “che continua a insistere con le estrazioni di fonti fossili, la cosa più dannosa che si può fare a livello delle emissioni”. Luisa Neubauer, una dei volti noti del movimento globale, ha puntato il dito in particolare contro il governo tedesco spiegando che la Germania intende fare nuovi investimenti nel fossile in Africa. Oggi gli stessi giovani di Fridays dovrebbero avere poi un faccia a faccia con il cancelliere tedesco Olaf Scholz per chiedere un passo indietro sui combustibili fossili e uno avanti sulle rinnovabili. Il punto, ricordano i ragazzi, è che nonostante la perdita di biodiversità e gli effetti del riscaldamento globale siano ormai sotto gli occhi di tutti, i governi delle grandi potenze economiche continuano con le estrazioni e le trivelle, peggiorando le condizioni di un Pianeta che a detta degli scienziati è ormai fuori dalla possibilità di evitare i famosi +1,5 gradi.

    I protagonisti

    Chi è Mia Mottley, la premier di Barbados che chiede giustizia climatica per il Sud del mondo

    di Giacomo Talignani

    08 Novembre 2022

    “Basta con i combustibili fossili, basta con questi accordi in Africa, basta con l’oil and gas” ribadisce Vanessa Nakate. A lei fa eco anche l’attivista Helena Marschall che a Green&Blue spiega che “anche le nuove trivellazioni annunciate dal governo italiano non sono giustificabili. Più studi dimostrano che si può andare avanti senza puntare su gas o petrolio, dobbiamo solo investire molto di più sulle energie pulite. Possiamo comprendere l’uso di una minimissima parte di fossile, già esistente, per affrontare la crisi, ma la strada deve essere fin da subito quella di uno stop a nuove estrazioni”. 

    Cop27 in Egitto, Sunak scrive alla famiglia del dissidente Alaa: “La sua liberazione una priorità per Londra”

    dal nostro corrispondente Antonello Guerrera

    06 Novembre 2022

    Allo stesso tempo i Fridays For Future hanno raccontato tutta la stranezza di questa Cop egiziana dove il governo ha vietato manifestazioni, cartelli, scritte o forme di dissenso. C’è solo una zona adibita a potenziali cortei, fuori dalle strutture della Conferenza e vicino a una Green zone destinata al pubblico e poco frequentata. “È uno scherzo” racconta Helena, “davvero uno scherzo. Non c’è la possibilità di esprimerci. Ma ci facciamo sentire comunque”. Manifestazioni di protesta sono comunque annunciate – in un contesto di estrema difficoltà legato alle restrizioni – per il 10 novembre a Sharm El-Sheikh. LEGGI TUTTO

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    Scuola, dai tutor ai coordinatori, la protesta degli insegnanti: “Per queste attività siamo pagati una miseria”

    Il personale della scuola resta in attesa del rinnovo del contratto. Il neoministro dell’Istruzione e del merito, Giuseppe Valditara, ha recentemente dichiarato di volere racimolare una somma aggiuntiva per rendere più decorosa una tornata contrattuale che si preannuncia in perdita: a fronte di un rinnovo che dovrebbe ritoccare le retribuzioni del 3,86%, l’inflazione reale è oltre il 10%. Con i due miliardi accantonati nel triennio precedente, nelle tasche dei docenti dovrebbero entrare 60 euro medi netti al mese in più per il rinnovo 2019/2021, già ampiamente scaduto. Ma, per fare camminare la macchina della scuola, che altrimenti si fermerebbe sotto il peso di mille attività e mansioni da svolgere, gli insegnanti continueranno a svolgere ore e ore di lavoro senza una retribuzione neppure dignitosa. E per queste attività non ci sono aumenti in vista. Perché senza coordinatori, tutor, referenti e altre figure non previste dal contratto di lavoro, le scuole si fermerebbero: il dirigente scolastico e le figure del suo staff non potrebbero coprire tutti gli incarichi. E occorre qualcuno che si immoli per il bene della scuola, per gli alunni e per senso del dovere. Con compensi risibili.

    I coordinatori di classe

    In tutte le scuole del Belpaese, ogni classe nomina un coordinatore: un docente che tiene i rapporti con le famiglie e che si fa carico di altre incombenze perché, nel corso dell’anno scolastico, alunni, famiglie e colleghi si rivolgono a lui per i problemi che sorgono. Nelle scuole medie e superiori ci sono anche i coordinatori dei dipartimenti delle diverse discipline: Italiano, Matematica, Inglese, Scienze motorie, per fare un esempio. Dove si discutono le questioni inerenti la singola materia. Patrizia Borrelli, insegna all’istituto comprensivo Domenico Purificato di Roma. “Nella mia scuola, per il coordinamento di classe è previsto un compenso di 10 ore per la primaria e 15 ore per la secondaria di primo grado. Si tratta di un lavoraccio che nel periodo del lockdown si è trasformato in un lavoro enorme: tracciamento degli alunni, i monitoraggi, verbali, rapporto con i genitori”. Le 10/15 ore all’anno vengono retribuite dal Fondo d’istituto a 17,5 euro: 175 euro per i coordinatori di classe della primaria e 262,5 per quelli della scuola media. Che netti si riducono a 120 euro e 184 euro all’anno: 10 o 15 euro al mese. La Borrelli spiega anche quanto sia difficile oggi coinvolgere i colleghi. “Da un paio d’anni – aggiunge – per esigenze varie, c’è una scarsa propensione ad assumere incarichi per non togliere tempo all’insegnamento. Mentre altri si caricano in maniera eccessiva”.

    Le figure che realizzano il Piano dell’offerta formativa

    Poi ci sono le cosiddette Funzioni strumentali, figure che servono a realizzare le indicazioni del Piano triennale dell’offerta formativa. Ogni scuola decide le aree d’intervento, che dipendono dalle priorità individuate nel Piano, e i docenti. Per un lavoro che può impegnare per decine di ore in un anno, il ministero prevede cifre forfettarie: 500/600 euro lordi. Monica Grilli è docente all’istituto comprensivo Sibilla Aleramo, nella periferia nord di Torino. “Sono Funzione strumentale per la continuità e la formazione delle classi. Ogni anno svolgo colloqui con tutti i genitori delle future prime. Lo scorso anno ho quantificato il mio impegno in termini di ore: per un totale di 200 ore ho ricevuto circa 500 euro lordi. Qualcosa come un euro e mezzo netti per ogni ora di lavoro extra”. Perché un docente, potendosi rifiutare, assume questi incarichi? “Perché lo faccio? Per la scuola, la formazione delle classi è fondamentale. Se non faccio quel tipo di lavoro perdiamo alunni e posti. A fronte di un rinnovo del contratto al 3,86% – incalza – e con un’inflazione inflazione al 10% avremo di fatto un taglio del 4/5% sul salario: significa accettare un contratto in perdita”.     

    Tutoraggi, commissioni e referenze

    Nell’anno scolastico 2018/2019, sotto il ministero Bussetti, viene lanciato il progetto Studenti atleti di alto livello: un progetto che prevede, tra le altre, condizioni agevolate per le verifiche degli studenti impegnati in competizioni sportive nazionali. Per ogni studente è necessario nominare un tutor che lo segua e che tenga i contatti con la federazione sportiva e l’allenatore. Per gli studenti atleti viene redatto un Progetto formativo personalizzato. Ma non solo. L’elenco dei tutoraggi è lungo. I docenti neo immessi in ruolo, nel corso dell’anno di prova, vengono affiancati da un tutor. E ancora. Nelle classi terze, quarte e quinte della scuola superiore, occorre nominare ogni anno un tutor di classe per le attività di Pcto (l’ex alternanza scuola-lavoro). E per gli studenti che frequentano un anno all’estero in mobilità internazionale è previsto un tutor e un tutor è anche necessario per i tirocinanti di Scienze della formazione primaria che arrivano dalle università. “Molteplici attività non vengono remunerate – ammette Luigi Di Maio, docente di Economia aziendale all’istituto superiore Pantaleo di Torre del Greco – tra questi il tutor Pcto. Per diversi anni ho fatto parte della commissione elettorale, ma non credo ci sia un compenso. E spesso – conclude – svolgiamo lavoro che spetta alle segreteria: le schede da mandare alle famiglie relative alle carenze da recuperare le stampiamo noi per esempio”. Le scuole, inoltre, promuovono una serie di educazioni: Ambientale, Interculturale, Educazione emotiva. E per ogni educazione occorre un referente. Nel corso dei due anni e mezzo di pandemia, in più, è stato necessario nominare un referente Covid con un carico di lavoro e responsabilità non indifferenti. Discorso a parte è quello dell’Educazione civica, introdotta dallo stesso Bussetti, ma a costo zero, come quasi tutte le novità citate in precedenza. E per il quale occorre un coordinatore di classe ad hoc. Per rendere meno umiliante lo svolgimento delle attività in questione si attinge al Fondo d’istituto che nel corso degli anni si è ridotto. Oggi, si parla di circa 390 milioni, quasi 49mila euro ad istituto. Con questo piccolo tesoretto occorre pagare, si fa per dire, anche i componenti delle commissioni che fanno funzionare la scuola: elettorale, orario, per l’inclusione, per la lotta alla dispersione, per la redazione del Ptof. E tanto altro. Per tutti, qualche ora di compenso a 17,50 euro. E a volte neppure quella. 

    I tuttofare

     “Quest’anno – racconta Monia Gorgioli, docente presso l’istituto comprensivo Torgiano-Bettona, di Perugia – ricopro i seguenti ruoli: Funzione strumentale per l’Intercultura e la Formazione, componente della commissione Ptof, componente del Niv (Nucleo interno di valutazione), componente della commissione Didattica, coordinatore di plesso, tutor docenti neo immessi in ruolo, tutor tirocinanti di Scienze della formazione primaria. Ovviamente sono sottopagata e stressatissima. Con ritmi insostenibili”. L’attività d’insegnamento è sempre più complessa, come testimoniano i tanti fatti di cronaca a carico degli insegnanti. “Si registra inoltre – continua la docente – la fuga dei colleghi da qualsiasi incarico con ricaduta su chi resta”. Ecco perché. “Le segreterie scolastiche hanno avuto sulle spalle molte funzioni che un tempo erano in capo agli Uffici periferici del ministero (pensionamenti e ricostruzioni di carriera), in capo all’Inps e addirittura all’Asl. Questo comporta – spiega – una delega di molte funzioni ai docenti: organizzazione, uscite di vario tipo, calcoli importi attività di vario tipo, sostituzione docenti assenti, addirittura supporto nel calcolo delle ripartizioni spettanti col fondo d’istituto. E ancora: progetti di tutti i tipi, reti di scuole, Erasmus. Tutto gratis – conclude – o con pagamenti forfettari che non coprono nemmeno un decimo del lavoro svolto”. E tanto stress da indurre spesso al burnout. LEGGI TUTTO

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    Venticinque anni di Ecomondo, la fiera del riciclo che cambia il mondo

    La prima edizione, dal 16 al 19 ottobre 1997, si chiamava “Ricicla”, si teneva alla Fiera di Rimini (che l’aveva ideata) e la animavano 70 aziende. Domani, ancora a Rimini ma in uno spazio espositivo di 98mila m2, Ecomondo festeggia i 25 anni e sono i numeri della passata stagione a dire perché il nome è cambiato: l’anno scorso le aziende presenti sono state 1402, con 69.600 presenze, di cui il 7% dall’estero e 500 ore di eventi. 

    A raccontare gli esordi è Alessandra Astolfi, oggi Global Exhibition Director Green and Technology Division di IEG: “Tutto è nato grazie al presidente di Italian Exhibition Group, il visionario Lorenzo Cagnoni, al sostegno di Edo Ronchi, attuale presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile e all’epoca ministro dell’Ambiente, di Claudio Galli, oggi dirigente del Gruppo Hera, all’epoca in Amia, e del professor Luciano Morselli, past president del Comitato tecnico scientifico della manifestazione – dice Astolfi, che era nel gruppo dei primi organizzatori – Ci guardavano un po’ come degli utopisti, ambientalisti un po’ esaltati, osteggiati dalle lobby per le quali l’idea del riciclo era solo uno slogan”. 

    La fiera ha però si è ingrandita velocemente. “I piccoli imprenditori ci hanno capito subito – continua Astolfi – e poiché la nostra parola chiave era ‘inclusionè siamo riusciti a coinvolgere anche mondi che sembravano lontani da noi, a mettere in comunicazione attori del settore che non si parlavano”. L’idea di successo però è stata soprattutto ampliare il concetto di “fiera”: “Ora lo fanno tutti, ma 25 anni fa in manifestazioni di questo tipo c’era soltanto chi vendeva e chi comprava. Da subito abbiamo invece voluto dare spazio ai contenuti, fare formazione e informazione, portare studenti di ogni età alla manifestazione per creare una coscienza ambientalista. Per me la cosa più bella – conclude Astolfi – è incontrare adesso i titolari di aziende che sono cresciute con noi, che parteciparono a quella prima edizione con fatturati modesti e pochi dipendenti e adesso sono sul campo internazionale e vantano fatturati ingenti”.

    La fiera del riciclo

    Già in occasione della festa per il ventennale, proprio Ronchi ricordò che “in quel periodo creare un Expo delle imprese dedicate al riciclo dei rifiuti sembrava avventato”. Basti pensare che ben il 90% dei rifiuti prodotti in Italia finiva in discarica. La produzione italiana ammontava a 100 milioni di tonnellate. Appena il 4% veniva riciclato. Il 6% finiva nei termocombustori. Oggi il tasso di riciclo è salito al 73% dell’immesso al consumo, con un incremento di 3 punti percentuali rispetto all’anno precedente. L’Italia ha registrato nel 2020 tassi di riciclo da record europeo: carta (87%), vetro (79%), plastica (49%;), legno (62%), alluminio (69%), acciaio (80%) come evidenzia il Rapporto “L’Italia del riciclo” del 2021, promosso dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile e FISE Unicircular con i dati e le tendenze relativi al riciclo dei rifiuti. 

    Oggi Ecomondo rappresenta il punto di riferimento e di incontro dell’economia circolare, proprio come era nelle intenzioni di Lorenzo Cagnoni. L’attuale polo fieristico è tra i più sostenibili d’Europa, costruito con materiali come legno, vetro, metallo, acqua, secondo le regole della bioedilizia, dove tutte le luci interne ed esterne sono a Led e dove si incentiva anche la mobilità sostenibile, grazie alle colonnine per la ricarica delle auto elettriche posizionate nei parcheggi. La manifestazione ha portato anche la città a fare delle scelte sostenibili, un esempio è il potenziamento della linea ferroviaria che porta proprio al polo fieristico e che serve ormai circa il 20% dei visitatori. LEGGI TUTTO

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    Clima, sfida tra Sud e Nord del mondo. Guterres: “Senza accordo è un suicidio”

    SHARM EL-SHEIKH – I poveri chiedono giustizia, i ricchi promettono ma solo a parole. E in mezzo c’è il Pianeta, l’umanità, quella che senza un “patto per il clima rischia il sucidio collettivo”, ha detto il segretario generale dell’Onu António Guterres. Nel secondo giorno di Cop27 in Egitto, dedicato agli interventi dei capi di Stato, il mondo si divide: da una parte il grido di dolore del presidente del Pakistan devastato dalle alluvioni che chiede aiuti finanziari per “perdite e danni”, la frase “rischio di estinzione dell’umanità” del presidente colombiano o quel “viviamo in un incubo” del leader del Kenya, dall’altra ci sono i governi europei più ricchi che a parole, ma non ancora a fatti, tendono la mano al Sud del Pianeta.

    Chiarissima, e feroce, è la premier delle Barbados Mia Mottley che lancia un attacco alle nazioni abbienti colpevoli di quelle emissioni a “spese dei poveri”, ma anche di “un miliardo di rifugiati entro la metà del secolo” se non si affronterà la crisi. Al centro del messaggio di molti dei leader c’è sempre la decarbonizzazione e la finanza climatica: gli Stati più colpiti da alluvioni e eventi meteo estremi, da fame e siccità, chiedono di non pagare loro il conto, ma di essere risarciti e sostenuti, anche tecnologicamente.

    Una domanda a cui la premier Giorgia Meloni sembra dare risposta affermativa. Dopo quasi tre ore di attesa rispetto all’orario programmato la presidente del consiglio ha tenuto un discorso con nessuna parola dedicata a gas e trivellazioni che ha sbloccato con il nuovo governo, ma invece ha raccontato i dettagli di una visione a distanza: quella dell’Italia che procede dritta “sulla strada della decarbonizzazione e di una transizione giusta” e che non lasci indietro nessuno, specialmente i Paesi più colpiti.

    Riconoscendo il “momento decisivoalla lotta al cambiamento climatico ” e chiedendo di porre le persone al centro, grazie a una “trasformazione che combini sostenibilità ambientale economica e sociale”, Meloni spiega che sarà dunque necessario “diversificare la strategia energetica in collaborazione con altri Paesi”, accelerando sulle rinnovabili e dando vita a una cooperazione internazionale che a suo dire oggi “non sta avvenendo, ma noi faremo la nostra parte”. Quale, la riassume elencando quanto ereditato finora dal governo Draghi e dall’Europa: l’impegno di ridurre del 55% le emissioni entro il 2030, l’obiettivo emissioni zero entro il 2050, l’avvio del Fondo italiano per il clima da 840 milioni all’anno per cinque anni. Spiega anche l’importanza di attuare il pacchetto europeo RepowerEU per accelerare lo sviluppo delle energie pulite, così come un impegno sull’Africa e sulla sicurezza energetica.

    Un discorso applaudito e giudicato da un lato come “positivo a patto che ad esempio non leghi l’Italia e l’Africa a una nuova dipendenza dal gas”, dice Luca Bergamaschi, direttore esecutivo di ECCO, (think tank italiano per il clima) e dall’altro come una contraddizione, sostiene Greenpeace, dato che “non può dirsi impegnata nella lotta alla crisi climatica se poi uno dei suoi primi provvedimenti è aumentare le trivellazioni per estrarre più gas fossile”.

    Cop27

    Greta Thunberg: “Pronta a passare il megafono ad altri”

    di Giacomo Talignani

    07 Novembre 2022

    La strada per evitare contraddizioni, del resto, la traccia Guterres quando chiede sia la necessità di decarbonizzare, sia di dar vita a “un patto storico di solidarietà climatica tra Stati ricchi e stati emergenti. Un patto in cui tutti i Paesi più ricchi e le istituzioni finanziarie internazionali forniscano assistenza per aiutare le economie emergenti ad accelerare la loro transizione all’energia rinnovabile”.Tempo dunque, come ha detto l’ex vicepresidente degli Stati Uniti Al Gore, oggi fervente ambientalista, di “togliere il piede dal gas” e smetterla di usare la nostra atmosfera come una “fogna”, spiega citando come gli eventi estremi hanno trasformato persino il nostro fiume Po. Un obiettivo, promette il premier francese Emmanuel Macron, che dovrà accadere a tutti costi, anche al netto del comportamento della Russia. Tutte parole importanti, da grandi generali, ora chiamati alla prova dei fatti. LEGGI TUTTO

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    “Siamo una Banca Etica e scioperiamo per il clima”

    Il sociologo Luigi Ceccarini l’ha definita “un ossimoro”. Mario Draghi, l’unica barzelletta in vita sua l’ha raccontata in una conferenza stampa qualche mese fa ed era quella del cuore del vecchio banchiere ancora adatto ai trapianti perché “mai usato”. Eppure, malgrado tutti questi pregiudizi, la Banca Etica è una realtà, “che produce profitti e intanto contribuisce al bene comune, per quanto possa sembrare sorprendente”, afferma il cofondatore Ugo Biggeri che ne è tuttora consigliere d’amministrazione, dopo esserne stato per diversi anni il presidente. Durante l’ultimo sciopero globale per il clima, Banca Etica ha deciso di chiudere i battenti e sostenere la protesta dei Fridays For Future. Perché i diritti – e la finanza non di meno – hanno a anche fare con l’ambiente, spiega Biggeri dalla sede centrale di Padova. 

    Quali sono le caratteristiche di Banca Etica, e soprattutto cosa fate per essere all’altezza di un nome così impegnativo?”La nostra sfida quotidiana è di praticare la sostenibilità nella sua accezione più genuina e più ampia: ambientale, sociale, anche perché no finanziaria e di governance. La nostra banca è nata nel 1999 con l’obiettivo di finanziare la cooperazione sociale, la tutela dell’ambiente e la società civile, e di appoggiare il mondo non profit e l’economia solidale. C’era una forte componente cattolica alla base, ma anche una spinta dal mondo laico, dell’associazionismo, di tutto il terzo settore”. 

    In pratica come realizzate questi principi?”Beh, intanto ci scegliamo con la massima attenzione i nostri clienti, sia quelli che vengono ad aprire un conto sia soprattutto quelli ai quali prestiamo soldi: niente società che producono armi, per esempio, né che smaccatamente inquinano l’aria e l’ambiente, oppure la cui governance a partire dagli assetti proprietari non è trasparente. Cerchiamo in ogni caso di mettere la persona al centro delle nostre attenzioni, non il business fine a se stesso”. 

    Una ricerca di Demos (e non è l’unica) testimonia che la gente non ha fiducia nelle banche. Magari qualche episodio del passato ha dato ragione a questo pregiudizio. Cosa fate per riscattare l’immagine del settore del credito?”Cerchiamo, ripeto, un rapporto diretto con i clienti, ma soprattutto di restare sempre fedeli ai nostri principi ispiratori. Ogni singolo progetto viene valutato con il massimo scrupolo: ora per esempio ne abbiamo scartati diversi che prevedevano lo sviluppo di agricoltura non sostenibile, con problemi che andavano dall’uso di pesticidi agli Ogm”. 

    State sviluppando una sempre maggiore attenzione all’ambiente?”Sì, certo. Del resto, gli stessi fondi del Pnrr, per il cui utilizzo è essenziale una compartecipazione fra pubblici e privati, sono in larghissima misura destinati alla transizione ambientale. Ma finanziamo anche moltissime piccole e piccolissime iniziative che altrimenti non avrebbero accesso al credito. È un po’ la scuola del microcredito di Muhammad Yunus, il fondatore della Grameen Bank che ha vinto il Nobel per la Pace nel 2006: come lui, anche noi riscontriamo a sorpresa un tasso di sofferenze inferiore alla media. Vuol dire che chi ha ricevuto un microfinanziamento è di solito puntuale nella restituzione, e questo per noi avviene in modo geograficamente uniforme, dalla Sicilia alla Lombardia”. 

    Sempre con un occhio particolarmente attento all’ambiente?”Beh, certo è cruciale, in tempi di massima attenzione al riscaldamento globale, valutare l’impatto in termini di emissioni di carbonio di ogni iniziativa industriale che ci viene sottoposta, piccola o grande che sia. Le valutazioni in questione vengono fatte, progetto per progetto, da un folto stuolo di volontari che lavora con noi”. 

    Come è cominciata quest’avventura?”Eravamo (Banca Etica è nata come società cooperativa per azioni, ndr) forse non quattro amici al bar, ma pochi di più: io ero, si figuri, un fisico e ingegnere, però attratto da sempre dalle tematiche della solidarietà, tanto che ero attivista di Mani Tese. Poi c’erano Fabio Salviato e Marco Piccolo, che lavoravano a una cooperativa finanziaria che già faceva microcredito per il commercio equo, la Ctm Mag. Ancora: Mario Cavani che lavorava in una banca popolare di Modena ed era presidente di una Ong, Fabio Silva che a sua volta lavorava nella Banca Popolare di Milano ed era un sindacalista della Cisl, Luigi Bobba che era presidente delle Acli, Nuccio Iovine dell’Arci, Massimo Campedelli del gruppo Abele, Maurizio Donadelli di una altra cooperativa finanziaria simile a Ctm Mag. E sicuramente ne avrò dimenticato qualcuno. Tutti insieme decidemmo la creazione di un’istituzione finanziaria diversa dalle altre, con le connotazioni morali e ambientali in testa”. 

    C’era però anche da gestire una banca e non tutti, a giudicare dal suo elenco, erano esperti. Come avete fatto?”Ci siamo dati da fare per recuperare il gap. Io per esempio mi sono iscritto a un corso rapido di gestione aziendale della Bocconi. Per noi era un sogno, per fortuna realizzato: come ha scritto Ilvo Diamanti nella prefazione di un libro sulla nostra iniziativa, che ha scritto Fabio Salviato (uno del gruppo), la scommessa era di far entrare l’etica, l’ambientalismo ma non solo, nel circuito sociale, economico e finanziario, per contaminarlo e inquinarlo – beneficamente, s’intende – dall’interno. E dimostrare che tutto è possibile quando si è mossi da ideali forti”. 

    Ora al gruppo si è unita Etica Sgr, una società di gestione del risparmio volta ad aumentare ulteriormente la consistenza patrimoniale e nel frattempo ampliare la clientela, di cui lei è presidente. La stessa filosofia?”Naturalmente sì, anzi ancora più attentamente perseguita perché si tratta di raccogliere e gestire fondi consistenti, anche quotati sui vari mercati. Da sempre siamo convinti che selezionare gli emittenti (imprese e Stati) dal punto di vista ambientale e di governance offra un valore aggiunto anche sul piano dei rendimenti nel medio-lungo periodo. Centrale nel nostro modello di gestione è il processo di selezione degli emittenti, svolto internamente da un team di analisti Esg: effettuiamo un doppio screening, inizialmente con l’applicazione di criteri negativi di esclusione per scartare gli emittenti coinvolti in attività o settori controversi, e in seguito applicando i parametri positivi di selezione con un approccio best in class”. 

    Come avviene l’interazione banca-Sgr?”In molti modi. Ad esempio, aderendo ai fondi di Etica Sgr si può scegliere di devolvere parte del capitale sottoscritto a favore di un fondo che fa da garanzia a progetti di microfinanza in Italia e sostiene iniziative di crowdfunding per attività che impattano positivamente sulla società. Tutto questo ci sembra che dia un contributo non solo ai beneficiari ma anche all’immagine stessa del sistema bancario-creditizio, e la fiducia è proprio quello di cui in questi tempi difficili c’è maggior bisogno”. LEGGI TUTTO