5 Novembre 2022

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    La mia sfida al riscaldamento globale

    Se ci penso, il posto più ecologico e meno ecologico in cui ho vissuto è la Russia. Quando ci sono stato per la prima volta, la Russia era ancora una delle repubbliche che componevano l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Era il marzo del ’91.Nella Mosca del 1991 il cartello che ho visto più spesso, attaccato ai telefoni pubblici, ai distributori di bevande, era Ne rabotaet, “Non funziona”, non funzionava quasi niente, e il problema ecologico, allora, in Unione Sovietica, non era di moda.

    All’epoca fumavo, e i russi con i quali abitavo non volevano che si fumasse in casa, allora a fumare andavo sul pianerottolo. Che non era un posto molto bello, c’era una cosa che si chiamava musoroprovòd. Condotto di scarico dell’immondizia, significa, che era un condotto che si faceva tutti e diciassette i piani del palazzo dove abitavo e mandava un odore suo particolare che era un odore che non c’era un gran buon odore, nel pianerottolo dov’ero io, all’inizio degli anni Novanta, in un condominio della periferia di Mosca, dove fumavo delle sigarette bulgare che non erano delle gran sigarette, devo dire, e una sera, ero lì, sul pianerottolo, con intorno l’odore del condotto di scarico dell’immondizia, un’immondizia sovietica, un odore tutto suo particolare, e avevo nella testa delle domande del tipo: “Ma perché sto fumando delle sigarette bulgare? Ma non facevo prima a portarmele dall’Italia?”, e si era aperta la porta dell’ascensore e era uscito dall’ascensore un signore con il suo cappotto grigiofumo, il suo cappello di pelo grigiofumo, la sua borsa di fintapelle grigiofumo, i suoi resti di neve grigiofumo sulle spalle, era aprile, nevicava, erano le sei di sera, e questo burocrate sovietico di mezz’età tornava dall’ufficio, probabilmente, e aveva un fascino pari a niente, uno dei pochissimi russi con un carisma nullo che avevo incontrato fino a quel giorno, era tipo il mio dodicesimo giorno in Russia, e lui era uscito dall’ascensore, era arrivato alla porta del suo appartamento, l’aveva aperta con la sua chiave e, da dentro, era venuta la voce di un bambino che diceva Pàpa! Che significa Babbo. E aveva un modo così bello, così amorevole, era così contento, che fosse tornato suo babbo, che io mi ricordo che lì, il momento forse meno interessante, più basso del mio primo viaggio in Russia, era stato trasformato, da una parola, nel momento in cui, per la prima volta nella mia vita, avevo pensato che forse poteva valere la pena di fare un bambino. Che poi sarebbe stata una bambina. La prima volta, nella mia vita insignificante, che ho desiderato avere un figlio, che poi sarebbe stata una figlia, è stato per via di un significante russo: Pàpa. E questo aneddoto con l’ecologia non c’entra tantissimo ma mi piace così tanto che appena posso lo racconto.

    C’entra invece il fatto che i rifiuti che passavano per il Musoroprovòd andavano a finire in un cassone di metallo e poi li bruciavano. Lì, sotto il condominio. Tecniche di smaltimento sovietiche. I sovietici, in molte cose erano all’avanguardia, son stati i primi a andare nello spazio, nel trattamento dei rifiuti erano rimasti un po’ indietro. Però, nello stesso periodo, c’era anche un processo contrario. Anni dopo, nel 2008, sono stato, a Milano, alla prima personale italiana dell’artista russo Vladimir Archipov, intitolata Design del popolo, come il libro che Archipov aveva pubblicato col sottotitolo 220 invenzioni della Russia post – sovietica. Nel 1994 Archipov aveva visto un attaccapanni fatto con un vecchio spazzolino da denti al quale erano state tolte le setole e che era stato piegato su una fonte di calore. Riconoscendo nell’attaccapanni lo spazzolino da denti, Archipov ha avuto “una specie di illuminazione”, e gli erano tornati in mente tanti altri oggetti simili che aveva visto a casa di parenti, amici o conoscenti. Ha pensato che sarebbe stato interessante raccoglierli e farne una specie di collezione, e ha cominciato a chiederli in giro. Dopo “furono gli oggetti a cercarmi, e le persone che erano rimaste affascinate dalla mia idea iniziarono a chiamarmi, e continuano a farlo, per dirmi quando e dove avevano visto qualcosa di simile”.Quasi sempre i proprietari degli oggetti, cedendoli, raccontano come e perché li hanno costruiti, e il libro è fatto così, una fotografia dell’oggetto, la sbobinatura della testimonianza e, delle volte, una piccola fotografia in bianco e nero dell’ex proprietario.

    Qualche volta, invece, la fotografia dell’intervistato non c’è, come nel caso di Vladimir Antipov, che è il responsabile della costruzione dell’oggetto chiamato “Badile da netturbino”. C’è la foto di questo badile la cui benna è fatta con un cartello stradale dov’è disegnato un omino stilizzato che scava, e Vladimir Antipov, che il badile l’ha costruito, racconta: “Nel 1998 facevo il netturbino sul Kutusovskij Prospekt. Quell’anno c’è stato il famoso uragano di Mosca. Non avevo mai visto così tanti alberi sradicati e tetti scoperchiati. È stato incredibile, proprio incredibile, caricavamo i camion, segavamo gli alberi e sgombravano gli ostacoli. Io stavo caricando dell’immondizia nel camion quando ho trovato questo cartello stradale. Stavo per buttarlo, ma poi ho sentito che era davvero leggero. Ehi, ho pensato, sarebbe fantastico per spalare la neve, d’inverno. Ci davano dei badili del cazzo, inutili, quindi ho deciso di fabbricarmene uno per conto mio. Ho segato due angoli, li ho spezzati e ho piegato il terzo. L’ho forato, ho inchiodato un angolo su se stesso per rinforzarlo e ci ho infilato il manico. Ed ecco fatto il badile” (la traduzione è di Ada Arduini e Gioia Guerzoni).

    Nel libro ci sono altri 219 oggetti: uno zerbino fatto con tappi delle bottiglie di birra, un rullino per dipingere fatto con i resti di un bigodino, un tappo per la vasca da bagno fatto con un tacco di stivale e una forchetta, uno sturalavandini fatto con un pallone bucato e la gamba di uno sgabello, di quelle che si avvitano, una serie di antenne televisive fatte con forchette, ruote di bicicletta, laminato in vetroresina, lampade da tavolo, filo di rame, ferri da stiro, cestini per verdura, pezzi di cavo elettrico “trovati da qualche parte nel nostro allevamento di maiali”. Gli oggetti di Archipov vengono prevalentemente da un momento, la fine della perestrojka, e da un posto, l’Unione Sovietica, in cui non si trovava niente, e allora non si buttava via niente, tutto era diventato prezioso, fino a delle conseguenze anche estreme, come il caso di Alexei Titov, nella cui famiglia c’era un collie, Gerda, che era molto brava, e non aveva mai fatto male a nessuno, ma alla quale a un certo punto misero la museruola perché il padre di Titov “non riusciva a buttare via i vecchi stivali di mia madre, che dopo dieci anni si erano rotti. Mio padre se li è rigirati tra le mani e ha detto: Un cuoio così buono! È un peccato buttarlo via”. A vedere gli oggetti di Archipov vien da pensare che serve tutto, è utile tutto, è tutto importante, anche gli avanzi delle nostre povere vite che a vederle da dentro si è quasi sicuri che non valgano niente. LEGGI TUTTO

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    L’export agroalimentare verso il record storico

    “Italia, una (pen)isola felice”. Si intitola così un report di Sace dedicato all’agroalimentare italiano e non ci potrebbe essere sintesi migliore per descrivere lo stato di salute di un settore che ha saputo resistere anche nelle fasi più complesse dell’economia globale, facendo leva sulla qualità.

    I Paesi al vertice

    L’export globale, segnala lo studio Sace, vale 1.550 miliardi di euro e per il 70% è generato da 20 geografie. Gli Stati Uniti sono al vertice con 148 miliardi (9,6% del totale), seguiti da Paesi Bassi, Brasile, Germania e Francia.

    L’Italia si piazza al nono posto nella classifica dell’export, grazie soprattutto alla spinta delle vendite estere di prodotti lavorati (vini e spirit su tutti), a fronte di un import composto in larga misura da prodotti agricoli o comunque in fasi iniziali di lavorazione. Il risultato è un saldo commerciale positivo per 4,6 miliardi di euro.

    Le caratteristiche della filiera

    Le aziende italiane del settore sono nella stragrande maggioranza dei casi di piccole o piccolissime dimensioni, ma ciò nonostante mostrano una forte propensione a vendere anche oltreconfine. Nel 2021 l’export ha raggiunto la cifra record di 52 miliardi di euro, con la categoria alimentari e bevande che ha fatto meglio dei prodotti agricoli (rispettivamente +11,6% e +8,8% nel confronto con il 2020).

    I principali mercati di destinazione si sono confermati Germania e Stati Uniti, ma segnali importanti sono arrivati anche da mercati a elevato potenziale di crescita come Cina e Corea del Sud.

    La chiave della sostenibilità

    Il trend di crescita sarà confermato anche nell’anno in corso, anche se i nuvoloni – soprattutto guerra in Ucraina e inflazione elevata persistente – lasciano immaginare un ritmo di ulteriore crescita ben più contenuto.

    Nei primi sette mesi del 2022 le vendite all’estero di prodotti del food & wine made in Italy hanno raggiunto un fatturato di 34,5 miliardi di euro con un incremento del 18% sui primi sette mesi del 2021.

    L’Italia è tra i Paesi più avanzati sul fronte della tracciabilità e della sostenibilità e questo rende il nostro sistema agroalimentare particolarmente competitivo in uno scenario che vede i consumatori sempre più attenti a queste tematiche. Anche perché la legislazione – in primis quella comunitaria – spinge sempre più verso la trasparenza dal lato dell’offerta.

    Un possibile ostacolo potrebbe venire dalla limitata adozione di soluzioni tecnologiche tra le Pmi. Infatti, macchinari agricoli connessi e blockchain già oggi rivestono un ruolo cruciale in campo agricolo e il loro peso è destinato a crescere ulteriormente negli anni a venire. LEGGI TUTTO

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    Moda, rating e certificazioni non garantiscono più contro il greenwashing

    Il confine tra casi di greenwashing e prodotti veramente eco friendly può essere difficile da individuare. Non è sempre facile per il consumatore comprendere se gli aspetti del prodotto messi in luce dalla pubblicità siano solo per far sembrare verde ciò che verde non è. L’Unione Europea negli ultimi tempi ha ribaltato la strategia per contrastare il fenomeno del greenwashing  che non deve essere più inteso solo come un’operazione di marketing, ma va considerato come pratica per diffondere informazioni ambientali ingannevoli importanti per la salute. I dati parlando chiaro. Secondo uno studio condotto dalla Commissione europea, esaminando i prodotti scelti dai consumatori è emerso che su il 39% di quelli dichiarati sull’etichetta “sostenibili”, ben il 59% non erano supportati da riscontri, ma solo da dichiarazioni “vaghe, fuorvianti o infondate”. 

    Il cambiamento viene dalle istituzioni

    Il tema è considerato così urgente che la Commissione ha presentato un pacchetto di norme sulla Circular Economy per aggiornare le direttive riguardanti proprio i diritti dei consumatori e le pratiche commerciali sleali. Tra gli obiettivi del Green Deal? Garantire la possibilità di fare scelte sostenibili. Due i fronti: il primo è stabilire una volta per tutte il diritto dei consumatori di sapere per quanto tempo un prodotto è progettato per durare e come, nel caso sia possibile, possa essere riparato; il secondo riguarda il rafforzamento della protezione contro le affermazioni ambientali inaffidabili o false, vietando il greenwashing e le pratiche che ingannano i consumatori. 

    L’impatto delle norme sulla filiera del fashion

    Uno dei settori maggiormente coinvolti alle nuove norme è il settore tessile, considerato tra i più inquinanti e meno sostenibil, parte di un circolo vizioso tra impatti ambenatli generati e subiti. L’industria della moda e la filiera della produzione tessile ad esempio, sarebbero responsabili di circa il 20% dell’inquinamento delle acque. Alcuni processi come la tintura, la finitura e il lavaggio di capi sintetici rilasciano ogni anno 0,5 milioni di tonnellate di microfibre nei mari. E per quanto riguarda il riciclo, solo l’1% del totale delle fibre utilizzate nell’abbigliamento viene riciclato e trasformato in nuovi abiti. L’87% finisce in discarica o viene incenerito, mentre il 13% viene riciclato in usi di valore inferiore. 

    Dalla finanza etica alla finanza sostenibile

    Si legge nello studio “Just Fashion Transition” condotto da The European House – Ambrosetti: “Il Green Deal dell’Unione europea e la Strategy for Sustainable Textiles promettono un’accelerazione sulla sostenibilità del settore fashion attraverso 25 linee di azione da implementare entro il 2027 e assicurarsi che entro il 2030 i prodotti venduti entro l’Unione europea siano duraturi, riciclabili, non pericolosi e a basso impatto sulla sostenibilità”. Solo per fare un esempio, le aziende non potranno più distruggere i prodotti invenduti. Non solo. “La finanza sta diventando una leva strategica per spingere il sistema delle imprese verso la transizione sostenibile in tutta Europa – spiega Carlo Cici, coordinatore dello studio – è infatti prevista una rendicontazione obbligatoria delle perfomance non finanziare per almeno mille aziende della moda europee che dovranno pubblicare anche le percentuali di ricavi allineati alla Tassonomia sulla finanza sostenibile. Inoltre, le dichiarazioni ambientali sul prodotto dovranno utilizzare un sistema di misurazione dell’impronta ambientale standard”.

    Certificati e rating non assicurano trasparenza  

    Perché è necessario che la sostenibilità delle aziende venga misurata con un unico strumento? “Perché nonostante la diffusione e proliferazione gli attuali ESG (Environmental, Social e Governance) disponibili sul mercato  per misurare e controllare le perfomance di sostenibilità non stanno portando il cambiamento tanto atteso”, spiega ancora Carlo Cici. Motivo? “Adottando ognuno criteri e metodi diversi, anche i risultati tra i più autorevoli e diffusi rating a livello globale assegnano alla stessa azienda valutazioni diverse sul tema della sostenibilità”. 

    400 certificati diversi

    Oggi sul mercato esistono più di 400 certificati di sostenibilità applicabile al settore del fashion. L’82% riguardano solo i prodotti (le caratteriste e i materiali) mentre appena il 18% i processi operativi. Non è un aspetto secondario, visto che le certificazioni sono importanti per la riciclabilità dei prodotti in quanto indicano la composizione del capo di abbigliamento: un’informazione cruciale per il riciclo delle fibre.

    Imprese della moda più concentrate su temi ambientali che sociali 

    Se metà degli strumenti di certificazione integra sia criteri ambientali che sociali, le certificazioni dedicate alle questioni sociali sono appena il 6%. Il 56% e il 45% delle aziende riferisce infatti le prestazioni in merito ai dipendenti e alla loro salute e sicurezza. Il 22% e il 13% stabiliscono impegni sugli aspetti legati al personale, mentre questi valori scendono al 19% e all’11% per la salute e la sicurezza.  

    Delle 100 più grandi aziende europee del settore della moda che ricadranno nel campo della Corporate Sustainability Reporting, 64 hanno già un approccio strutturato alla gestione della sostenibilità e sono le più grandi. Oltre il 95% rendiconta le perfomance e ha fissato obiettivi sul cambiamento climatico l’uso di materie prime e gestione dei rifiuti. La maggior parte degli sforzi delle aziende riguarda comunque il cambiamento climatico: il 60% ha fissato obiettivo quantitativi sulle emissioni di CO2, il 32% rendiconta le perfomance e le altre non trattano l’argomento. I modelli di business dunque stanno cambiando, ma per favorire la transizione serve una tabella di marcia precisa verso il 2030. “E soprattutto – dice ancora Carlo Cici – promuovere alleanze a monte a a valle della filiera della moda, creando comunità di professionisti. Nel più breve tempo possibile”.      LEGGI TUTTO

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    In Iran si finisce in carcere per salvare una specie dall'estinzione

    Nell’Iran di oggi puoi finire in prigione anche perché lotti per salvare una specie dall’estinzione. È il 24 gennaio del 2018 quando otto ricercatori, tra cui due donne, appartenenti alla Persian Wildlife Heritage Foundation, un’organizzazione non governativa basata a Teheran e specializzata nella conservazione dei grandi carnivori, vengono arrestati dalla polizia iraniana con l’accusa di minacciare la sicurezza nazionale svolgendo attività di spionaggio. I ricercatori stavano raccogliendo dati sul campo per un progetto di salvaguardia del ghepardo persiano Acinonyx jubatus venaticus, una sottospecie a rischio critico di estinzione, ridotta a non più di 50 esemplari, tutti in territorio iraniano. La presenza dei ghepardi veniva registrata mediante l’utilizzo di fototrappole, attrezzature ormai di uso comune in tutto il mondo, anche per il loro costo contenuto che le rende utilizzabili anche in progetti a budget ridotto. Per i Guardiani della Rivoluzione, invece, erano strumenti appositamente collocati in siti strategici al fine di spiare le attività militari iraniane per conto di stati stranieri come Stati Uniti e Israele. Un’accusa senza fondamento per chiunque conosca e abbia usato queste fotocamere, incapaci di restituire un’immagine accettabile per soggetti posti a più di qualche decina di metri di distanza. 

    Passano meno di due settimane dall’arresto e Kavous Seyed Emami, professore di sociologia e direttore della ONG, viene trovato morto nella prigione di Evin a Teheran. “Suicidio” dice il referto delle autorità; ma alla famiglia viene negato il diritto a un’autopsia indipendente che confermi la versione ufficiale. Nel novembre del 2019 arriva per gli altri la condanna della Corte Rivoluzionaria di Teheran (confermata in appello a febbraio 2020): 10 anni a Morad Tahbaz e Niloufar Bayani, rispettavamente fondatore e program manager della ONG; 8 anni a Houman Jowkar e Taher Ghadirian, 6 anni a Sepideh Kashani, Amirhossein Khaleghi Hamidi e Sam Radjabi; 4 anni ad Abdolreza Kouhpayeh (arrestato un mese dopo gli altri). I primi quattro, inizialmente accusati letteralmente di “seminare la corruzione sulla terra”, rischiavano la pena di morte. 

    Fonti internazionali, non confermate dalle autorità iraniane, riportano che nel corso degli interrogatori è stato ripetutamente messo in evidenza il legame tra la Persian Wildlife Heritage Foundation e Thomas Kaplan, miliardario fondatore di Panthera, la più grande tra le organizzazioni dedite alla conservazione dei felini, basata a New York. Kaplan è tra i finanziatori della United Against Nuclear Iran, un gruppo di pressione che sostiene sanzioni severe e un cambio di regime in Iran. Non a caso nel 2017 la Persian Wildlife Heritage Foundation aveva espresso in una lettera a Panthera grande preoccupazione per le possibili conseguenze derivanti dalla collaborazione, seppur occasionale, con un’organizzazione schierata così apertamente contro l’Iran.

    Il ghepardo è in pericolo. Gli scienziati: ”Ne restano solo 7100 esemplari”

    di CLAUDIO CUCCIATTI

    27 Dicembre 2016

    In alcune drammatiche lettere inviate al capo della magistratura Sadegh Larijani e rese in parte disponibili in inglese dal Center for Human Rights in Iran, Niloufar Bayani, 32 anni, racconta il trattamento disumano a cui è stata sottoposta nel carcere di Evin. Nelle lettere sono descritte le torture fisiche e psicologiche, le molestie sessuali subite dalla ricercatrice, che ha passato anche otto mesi in isolamento. “Interrogatori che duravano dalle 9 alle 12 ore giorno e notte. […] Ogni volta che cercavo aiuto dalle autorità, le pressioni, le minacce e gli atti di tortura aumentavano”. “Ero sempre più terrorizzata dal fatto che se non avessi scritto quello che [il mio interrogatore] voleva, mi avrebbe violentemente aggredita sessualmente. […] Mentre io perdevo completamente la forza di resistere alle loro pressioni, gli agenti mi dettavano cose che poi venivano usate contro di me” scrive Bayani nelle sue lettere. 

    Fin dalle prime settimane dopo l’arresto è partito il tam-tam mediatico per chiedere l’immediato rilascio dei ricercatori imprigionati. Gli amici e colleghi hanno creato un sito per diffondere informazioni senza filtri di regime e raccogliere gli appelli, primo fra tutti quello firmato da oltre 1.100 tra ambientalisti e biologi della conservazione iraniani e indirizzato al capo della magistratura di Teheran. Nel novembre 2018 oltre 340 scienziati da tutto il mondo, tra cui la grande primatologa Jane Goodall, hanno chiesto il rilascio, seguiti da analoghi appelli tra cui quelli dell’IUCN, l’Unione Internazionale per la conservazione della natura, della Zoological Society of London e, fuori dalla comunità scientifica, dell’ONU e del Parlamento europeo. 

    Il 5 giugno scorso, in occasione della Giornata mondiale dell’ambiente, Jane Goodall si è fatta portavoce di un nuovo appello alla clemenza per i ricercatori imprigionati e ha richiamato l’urgenza di riprendere gli sforzi per salvare i grandi felini iraniani dall’estinzione, interrotti dopo l’arresto nel 2018. Nella stessa data un gruppo di nove ex compagne di carcere di Sepideh Kashani e Niloufar Bayani ha pubblicato una lettera aperta di sostegno alla loro causa: “da loro abbiamo imparato e potuto apprezzare più profondamente la sensibilità per la natura e l’ambiente del nostro pianeta e come esso sia la vera ricchezza di ogni suo cittadino.” Tra loro anche Kylie Moore-Gilbert, un’antropologa anglo-australiana, arrestata all’aeroporto di Teheran mentre rientrava a Melbourne dopo un convegno e imprigionata per due anni con l’accusa di spionaggio. La Moore-Gilbert, rilasciata solo a seguito di uno scambio di prigionieri, ha recentemente raccontato in un libro intitolato The Uncaged Sky le violenze fisiche, psicologiche e sessuali alle quali vengono sottoposte le detenute nel carcere di Evin.

    Ghepardi a rischio estinzione, sotto accusa gli ultra-ricchi

    28 Agosto 2019

    Fra poche settimane saranno passati cinque anni dall’arresto e sei ricercatori sono ancora rinchiusi in prigione (Abdolreza Koupayeh è stato rilasciato nel marzo del 2020). Quella che era cominciata come una storia di speranza e orgoglio, un paese in grave crisi economica che tuttavia trova le forze per tentare di salvare una specie a rischio di estinzione, è diventata una vergogna inaccettabile. Invece di essere portati ad esempio come promotori di un’immagine positiva dell’Iran, i ricercatori della Persian Wildlife Heritage Foundation sono stati stritolati da un’inaccettabile invasione della politica nella conservazione della biodiversità. La comunità scientifica internazionale deve tenere accesa la luce su questa vicenda e alzare la voce, parlando anche per coloro a cui la parola è stata tolta il 24 gennaio del 2018. 

    *Andrea Monaco è uno zoologo ricercatore dell’Ispra LEGGI TUTTO

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    La bioplastica si getta nell'umido? Il punto su regole e smaltimento ancora poco chiari

    Se ho appena finito di mangiare la mia insalata in busta, oppure ho consumato un prodotto che era contenuto in un sacchetto, o ancora un cracker o un altro cibo confenzionato, dove butto l’incarto se sopra c’è scritto che è fatto in bioplastica? Nell’Italia che dovrebbe spingere per un ciclo virtuoso di economia circolare dei rifiuti, per migliorare la raccolta differenziata e aiutare l’ambiente, la risposta non è né semplice né scontata. Con l’aiuto di alcuni esperti, proviamo a fare chiarezza.

    Dove smaltisco le bioplastiche?

    Quando si parla di “bioplastiche”, nonostante la parola possa ingannare, in primo luogo non bisogna pensare che quel rifiuto andrà conferito nella raccolta della plastica. Solitamente si tratta di contenitori o oggetti fatti in materiali polimerici, che dovrebbero avere la caratteristica di essere compostabili e/o biodegradabili, materiali che potrebbero avere origine sia vegetale, animale o da fonti rinnovabili, sia da fonti fossili come il petrolio. A livello di polimeri e di composizione non sono solitamente utili nel processo di riciclo della plastica e dovrebbero dunque seguire un altro percorso. Quale?

    Bioplastiche compostabili, il riciclo raggiunge il 61% dell’Italia e ha già superato gli obiettivi di legge per il 2025

    01 Giugno 2022

    ‌”Il discorso è complesso ma in linea di massima dobbiamo osservare ciò che c’è indicato sulla confezione e fidarci dei produttori” spiega Anna Sagnella ricercatrice del laboratorio Mister Smart Innovation collegato al Tecnopolo Cnr di Bologna, che ha svolto studi su l’eco packaging. Se il nostro scarto di bioplastica “contiene la dicitura compostabile possiamo pensare di conferirlo nel compost, l’umido per intenderci. Si presume che andrà in un impianto di compostaggio, ma dipende da quale di impianto tipo a seconda dei Comuni. Se invece ha solo la dicitura biodegradabile, che significa che da quanto comprovato dal produttore dovrebbe biodegradarsi in un determinato tempo, questo non significa che dovrebbe andare nell’umido: di conseguenza andrà conferito nell’indifferenziato”.

    Dunque i fattori chiave per comprendere il corretto smaltimento di un prodotto in bioplastica dovrebbero essere se è compostabile (nell’organico) o meno (nell’indifferenziata) mentre la questione biodegradabilità per certi aspetti risulta relativa. “Gli shopper che vengono indicati come biodegradabili si degradano in un tempo variabile solitamente entro 90 giorni, alcuni Comuni però hanno impianti di compostaggio anaerobico e il che significa che solitamente smaltiscono materiale con tempi di 20 giorni. Di conseguenza, se buttiamo un prodotto biodegradabile nel compost non è detto che venga smaltito correttamente. Così come potrebbe valere anche per alcune bioplastiche descritte come “eco” o amiche dell’ambiente ma che così non sono. Se si vuole tentare di conoscere la via più corretta per smaltire un rifiuto su cui si hanno dubbi, bisognerebbe informarsi su che tipo di impianto di smaltimento ha il proprio Comune, il quale a sua volta dovrebbe fornire indicazioni ai cittadini” aggiunge Silvia Ricci, responsabile Rifiuti e Economia Circolare dell’Associazione Comuni Virtuosi.

    Una questione divisiva

    Di recente la questione chiave della biodegradabilità è stata oggetto anche di visioni discordanti ad esempio tra Cnr, Assobioplastiche e Consorzio nazionale per il riciclo organico degli imballaggi in plastica biodegradabile e compostabile (Biorepack). Uno studio del Centro nazionale di ricerche afferma infatti che “materiali biopolimerici sottoposti a un processo di degradazione, rispettivamente in mare e sabbia, hanno mostrato tempi di degradazione comparabili a quelli di materiali non bio”, in sostanza – su un determinato periodo di tempo – le bioplastiche si degradano lentamente nell’ambiente, anziché in tempi celeri. Studio che Assobioplastiche ha criticato parlando della necessità invece di “un più ampio e approfondito esame dal punto di vista tecnico” anziché “gettare ombra sull’intero settore delle bioplastiche”.

    Tra le tesi di Biorepack c’è invece quella che le bioplastiche compostabili e biodegradabili vadano smaltite nell’organico dato che sono “perfettamente compatibili con il trattamento della frazione organica e nessun ostacolo all’attività di impianti di compostaggio e digestori anaerobici”. Il problema semmai, dice il consorzio, sono le frazioni di materiale non compostabile che vengono gettate nell’umido. “C’è ancora troppa disinformazione e impreparazione sul perché è importante effettuare una corretta raccolta differenziata dei rifiuti organici e perché insieme a loro vanno conferiti anche gli imballaggi in bioplastica compostabile, come sacchetti, stoviglie e cialde per le bevande certificate EN13432. E questa scarsa informazione alimenta pericolose fake news” ha affermato Marco Versari, presidente di Biorepack.

    Inquinamento

    La ricerca della cannuccia perfetta è l’emblema della lotta alla plastica

    di Cristina Nadotti

    01 Agosto 2022

    ‌Sul tema è intervenuta anche Greenpeace, al Forum internazionale dell’economia dei rifiuti promosso dal consorzio Polieco. Secondo Giuseppe Ungherese, responsabile Campagna inquinamento dell’associazione, “la maggior parte dei rifiuti organici in Italia finisce in impianti che non sono in grado di trattare efficacemente i materiali usa e getta in plastica compostabile. La plastica ‘green’ certificata come compostabile secondo la EN13432 e conferita nell’umido, invece che degradarsi e divenire compost finisce nella maggior parte dei casi in inceneritori o in discarica. Dati alla mano in Italia il 63% della frazione organica è inviata in impianti (anaerobici) che difficilmente riescono a degradare la plastica compostabile. E il restante? Confluisce in siti di compostaggio dove non è detto che resti il tempo necessario a degradarsi, rappresentando un problema più che un’opportunità”.

    Lo studio inglese: 60% della plastica compostabile non si decompone

    A sostenere tutte le complessità legate alle poche informazioni certe sulla plastica compostabile è anche uno studio di ricercatori dell’University College of London, appena pubblicato sulla rivista Frontiers in Sustainability. Gli esperti, dopo un lungo esperimento chiamato “The Big Compost Experiment” effettuato per due anni nel Regno Unito, affermano che il 60% della plastica considerata “compostabile” a casa non si decompone completamente, rischiando di finire nel nostro suolo.

    Lo studio spiega che i cittadini restano ancora confusi (per esempio su etichette o mancanza di indicazioni univoche) su come smaltire questo materiale, i ricercatori evidenziano la necessità di rivedere e riprogettare la gestione dei rifiuti di plastica che viene definita come “sostenibile”. I risultati dell’esperimento, che ha indagato sia sulle abitudini dei cittadini sia sul compost casalingo, dimostrano che “gli imballaggi compostabili non si decompongono in modo efficace nella gamma delle condizioni di compostaggio domestico del Regno Unito, creando inquinamento da plastica”.

    Problema di etichette e regolamenti in arrivo

    In questo contesto in cui restano posizioni contrastanti, un punto di incontro comune che forse potrà aiutare i cittadini nello smaltimento più opportuno potrebbe essere presto quello di etichette chiare sui prodotti. Il 30 novembre la Commissione europea dovrà presentare la proposta per un “regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio”, di cui di recente Materia Rinnovabile ha pubblicato una anticipazione della bozza. Tra i passaggi di questa bozza c’è il tema di valutare la plastica compostabile solo se c’è un chiaro beneficio per l’ambiente o la salute umana e, secondo il possibile futuro regolamento, “la contaminazione incrociata dei rifiuti di imballaggi in plastica convenzionali e compostabili porta a una minore qualità delle materie prime secondarie risultanti e dovrebbe essere evitata alla fonte. Sebbene si preveda un aumento dell’uso di materiali plastici compostabili, i consumatori sono sempre più confusi circa il corretto percorso di smaltimento degli imballaggi in plastica compostabili. È quindi necessario stabilire regole chiare sugli imballaggi compostabili, che impongano l’uso di tali materiali, in particolare della plastica, solo quando il loro utilizzo comporta un chiaro beneficio per l’ambiente o la salute umana. Questo vale in particolare per i casi in cui l’uso di tali materiali aiuta a raccogliere o smaltire i rifiuti organici” si legge.

    Ricerca

    Dai funghi il polistirolo naturale per un imballaggio ecologico

    di Dario D’Elia

    18 Agosto 2022

    ‌Tra le indicazioni fornite ci sono la necessità che ad esempio le etichette adesive attaccate a frutta e verdura e i sacchetti in bioplastica sottili e leggeri dovranno essere compostabili in impianti industriali di compostaggio (entro due anni dall’entrata in vigore), mentre per gli shopper dipenderà dagli Stati membri solo “se sono disponibili schemi di raccolta dei rifiuti e infrastrutture di trattamento dei rifiuti appropriati, per garantire che tali imballaggi entrino nel flusso di gestione dei rifiuti organici”. In generale, la bozza sottolinea il fatto che la plastica compostabile non potrà essere utilizzata per altri scopi e invoca l’uso di etichette più chiare e precise per aiutare i cittadini per un sicuro smaltimento dei loro prodotti, dalle bioplastiche sino ad altri materiali biodegradabili. LEGGI TUTTO

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    Piantare alberi nelle vigne migliora uva e vino

    Non è tutto oro quel che luccica nei vigneti che l’autunno accende di giallo, perché la monocoltura mostra qualche limite anche nell’industria vitivinicola. Finché ci sono stati i contadini, tra le viti c’erano pure gli alberi, preziosi punti d’ombra, ma nell’ultimo trentennio abbiamo ritenuto che quelle chiome che scandivano il paesaggio fossero un inutile spreco di spazio. Oggi, grazie ad alcune esperienze italiane, l’agricoltura attenta inizia a riammettere le piante d’alto fusto tra i filari per le loro molteplici funzioni. Se ne è discusso per la prima volta all’ultima Conferenza mondiale di arboricoltura di Malmö, in Svezia, organizzata da ISA, International Society of Arboriculture, associazione che riunisce 25 mila studiosi e operatori del verde. Al summit, Stefano Lorenzi, arboricoltore certificato ETW e Luca Mamprin, dottore forestale, supportati dall’Associazione Arboricoltori, hanno illustrato la relazione “I benefici degli alberi nei territori vitivinicoli”.

    L’esperimento

    Come sarà il vino nel 2050 con un clima di 2-3 gradi in più? Il re del Bordeaux mette alla prova l’uva

    di Antonio Calitri

    28 Maggio 2022

    L’agroforestazione

    Tecnicamente, si parla di agroforestazione, cioé dell’integrazione di alberi e arbusti nelle colture. Quali i vantaggi? “Si contrastano gli effetti del clima sempre più estremo e l’impatto degli animali selvatici e si incrementa la biodiversità, con giovamenti per l’ambiente e per la qualità dei vini”, spiega Lorenzi, membro di Climbcare e collaboratore di importati cantine. “Alberi e siepi miste fanno da frangivento e attenuano la forte irradiazione solare, i picchi di calore e le gelate tardive. Un boschetto, per esempio, genera fresco in estate e trattiene aria mite in inverno, regolando il microclima del circondario; le sue foglie restituiscono humus al suolo mentre le radici attivano meccanismi microbiologici fondamentali, aumentando la fertilità del terreno e la sua capacità di assorbire acqua, evitando il ruscellamento”.Molte le prerogative di un ambiente diversificato. “Gli alberi che nutrono impollinatori e uccelli li allontanano dall’uva e riportano in vigna un equilibrio naturale che aiuta a contrastare i parassiti e fa abbassare l’incidenza delle malattie della vite e il numero di trattamenti. Per esempio, sui cespugli spinosi trova rifugio l’averla, un passeriforme che caccia cavallette e piccoli roditori e spaventa gli storni. Inoltre, uno studio del Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dell’Università di Torino ha dimostrato che nelle vigne circondate da alberi si trovano fino a 27 lieviti della fermentazione, ceppi utili trasportati dalle vespe e dai calabroni che vanno a mangiare qualche acino”.

    L’Alberata aversana: un pezzo di storia del vino che bollicine e invecchiamento possono salvare

    di Barbara Cangiano

    08 Febbraio 2022

    Il bosco vicino alla vigna

    Le alberature sono progettate in base alle caratteristiche del sito, con diverse soluzioni. “In un’azienda piemontese abbiamo piantato un bosco al margine della vigna per migliorare il microclima e lo abbiamo reso accessibile ai cinghiali, che preferiscono grufolare lì piuttosto che avvicinarsi all’uva; con uno stagno e qualche vite ‘a perdere’ nel bosco, inoltre, evitiamo che i volatili cerchino l’acqua beccando i grappoli da vino. In un’altra realtà abbiamo messo a dimora albicocchi e prunus antichi a ogni capo filare.In Romagna abbiamo piantato meli e patate intorno alla vigna per ‘deviare’ gli istrici sui tuberi. In un caso, addirittura, abbiamo ripreso l’antica tecnica della vite maritata, facendo arrampicare i tralci  sull’acero campestre; quest’albero ospita gli acari che predano i parassiti della vite e crea un po’ d’ombra, fondamentale per proteggere i grappoli nelle ultime estati. Anche leccio e roverella sono preziosi per la biodiversità, ma dove il terreno è umido si piantano i pioppi, e non devono mai mancare i cespugli autoctoni”. Tali piante rendono il paesaggio più ricco e vario, generando un maggiore indotto turistico. LEGGI TUTTO