4 Novembre 2022

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consigliato per te

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    “Dall'Industrial Design uno sguardo privilegiato sul futuro”

    Ci sono campi in cui avere una visione sul futuro è semplice, potremmo dire anche immediato. In altri casi invece è anche sorprendente: mai te lo immagineresti, ad esempio, in un settore, come quello dell’agricoltura e delle costruzioni dove le evoluzioni non sono sempre evidenti a prima vista. Eppure, basta guardare meglio. Lo fa da anni David Wilkie, Industrial Designer che progetta, insieme alla sua squadra, macchine agricole e per le costruzioni con uno stile e una tecnologia che nulla ha da invidiare all’automotive. E non a caso è proprio dall’automotive che Wilkie proviene, avendo lavorato prima per Citroen a Parigi e in seguito per Ford e Bertone a Torino, città che ora è diventata la sua casa.

     David Wilkie  LEGGI TUTTO

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    Non solo metropoli, la mobilità sostenibile passa per i piccoli centri

    LISBONA – Un nuovo modello di mobilità per chi nella mobilità è rimasto suo malgrado al passato. GreenMobility, compagnia danese presente in undici città nord-europee, sta sperimentando i suoi servizi legati allo sharing e ai veicoli elettrici in sei piccoli centri a Baden-Wurttemberg, nel sud della Germania. Sembra cosa da poco, ma non lo è affatto.

    “Tutte le soluzioni migliori legate all’abbattimento delle emissioni di gas serra del trasporto sono appannaggio delle metropoli”, racconta Anders Wall al Web Summit di Lisbona, dove lo abbiamo incontrato prima del suo intervento sul trasporto del futuro. Nato e cresciuto a Copenaghen, 45 anni, è a capo della parte finanziaria e sostenibilità di GreenMobility. “Ha un suo senso – prosegue – perché dove c’è concentrazione di persone si hanno più clienti potenziali. Ma così facendo ci si dimentica di tutto il resto, dove nessuno ha ancora trovato dei sistemi che possano offrire una alternativa all’uso dell’auto privata”.

    Tecnologia

    Al Web Summit di Lisbona le startup per combattere il cambiamento climatico

    dal nostro inviato Jaime D’Alessandro

    31 Ottobre 2022

    Vale anche per tante altre cose, dal commercio elettronico all’accesso alla banda larga. Ma nel caso della mobilità la frattura fra metropoli da una parte e dall’altra medi e piccoli centri, per non parlare della campagna è profonda. Basta guardare i dati dall’Osservatorio Nazionale sulla Sharing Mobility, nato da un’iniziativa del ministero della Transizione ecologica, Ministero delle Infrastrutture e della Mobilità sostenibile e della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile. Confermato anche il fenomeno di concentrazione: solo in quattro città italiane sono presenti tutti i quattro servizi di sharing, ovvero macchine, biciclette, scooter, monopattini. Si tratta di Milano, Roma, Torino e Firenze. Milano si conferma ancora una volta la città più avanti. La situazione cambia se si guarda alle sole piste ciclabili, ma che sono solo un pezzo della nuova mobilità e certo non possono essere usate per tragitti lunghi.

    “Per portare i servizi di sharing, basati per di più su veicoli elettrici, bisogna avere il sostegno dei Comuni per fare in modo che non sia un’operazione in perdita”, continua Wall. “Nel caso dei sei comuni del Baden-Wurttemberg sono loro a pagare un fisso, ma guadagnano in termini di emissioni, di una migliore qualità della vita dei cittadini. Perché alla fine è questo il vantaggio per le persone: se si riesce ad offrire un servizio puntuale e che costa meno sia dei taxi sia di un’auto privata, fra mantenimento e manutenzione, si ha un vantaggio economico sensibile”.

    Il decollo dell’e-mobility passa per la disponibilità di infrastrutture

    di Luigi dell’Olio

    03 Ottobre 2022

    Quando si parla di portare la connessione al Web in zone poco densamente popolate, dove il costo dell’infrastruttura non è ripagato dal numero di possibili abbonati, si fanno discorsi simili perché lo si giudica un servizio essenziale. Così come è accaduto per la sperimentazione del trasporto pubblico gratuito avviata a Genova, con il costo sostenuto dal Comune compensato dalla minore congestione nelle strade. L’architetto Rem Koolhaas a febbraio del 2020, con la mostra Countryside, The Future al Guggenheim di New York, ha sostenuto che proprio la campagna potrebbe essere la chiave di una profonda trasformazione sociale, molto più sostenibile rispetto alla realtà delle metropoli, a patto che sia raggiunta da tutti i servizi. Quel 98 per cento della superficie terrestre non occupato dalle città che fino a ieri è stato sostanzialmente ignorato a favore di una sempre maggiore concentrazione di risorse in pochi grandi centri. “L’inevitabilità dell’urbanizzazione totale va ripensata e la campagna deve essere riscoperta come luogo dove trasferirsi e dove restare vivi senza essere messa in contrapposizione con la città”, ha scritto Koolhaas nel catalogo della mostra. Un’area dove è possibile “un nuovo modo di pensare, coltivare, costruire edifici, allevare (…). Una base per rendere il mondo un posto migliore”.

    Le metropoli sono responsabili del 70 per cento delle emissioni di gas serra, secondo uno studio della International Energy Agency (Iea) del 2012, occupando appena il due per cento della superficie terrestre. A luglio di quest’anno la School of Environmental Science and Engineering della Sun Yat-sen University di Guangzhou, in Cina, riprendendo l’analisi di Iea, è arrivata a sostenere che le 25 metropoli più grandi sarebbero responsabili di oltre la metà delle emissioni globali. 

    Il rapporto

    In Italia ci sono sempre più auto, la mobilità sostenibile non decolla

    27 Ottobre 2022

    La situazione da noi è diversa rispetto ad altri Paesi europei. Dei 7,094 comuni italiani, 102 hanno più di 60mila abitanti. Solo Roma e Milano superano il milione, seguite da Napoli, Torino e Palermo. Nella fascia di centri urbani da 20 e 60mila residenti, vive il 22 per cento della popolazione. Se aggiungiamo le cittadine con 10 e 20 mila abitanti, dove vivono il 16 per cento degli italiani, e quelli che hanno fra 60 e i 100mila abitanti, arriviamo al 45 per cento della popolazione, contro il 12 che risiede nelle sei città con più di mezzo milione di abitanti. 

    Eviatar Tron, a capo di EcoMotion, comunità israeliana formata da oltre 600 startup impegnate sul fronte della mobilità, di recente ha avanzato alcune ipotesi per rendere la campagna non così distante dalle metropoli in fatto di trasporto. Per quello pubblico ad esempio si potrebbe puntare ad un servizio su richiesta per i luoghi periferici. Se non c’è abbastanza densità ma si vogliono comunque collegamenti capillari in tutto il Paese, secondo lui l’unica sarebbe essere certi che bus e treni viaggino pieni. Dunque, abbandonare parzialmente lo schema delle partenze ad orari fissi e organizzare, grazie ad app e digitale, un sistema di prenotazioni in tempo reale per raccogliere i passeggeri secondo le necessità. Per quanto possa sembrare un’idea difficile da mettere in pratica, l’ipotesi di Tron si basa però su un dato di fatto: quel che non è metropoli ha bisogno di modelli di business tutti da inventare. “Per passare a una mobilità pienamente sostenibile senza auto private inquinanti, abbiamo bisogno di diverse soluzioni combinate”, conclude Wall. “Opzioni differenti, facilmente accessibili, così che le persone non debbano rinunciare a nulla o quasi nulla”. Nella regione di Baden-Wurttemberg stanno sperimentando una di queste possibilità, fra le pochissime che si svolgono lontano dalle città più popolose. LEGGI TUTTO

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    Perché il programma PRIMA dell'Ue per l'agroalimentare e le risorse idriche sarà a Cop27

    I dirompenti effetti del cambiamento climatico e l’attuale situazione geopolitica internazionale stanno assegnando nuova centralità sociale ed economica alla regione del Mediterraneo. Nel nostro bacino, infatti, il riscaldamento risulta del 20% più rapido rispetto alla media globale e nel 2050 saranno 230 milioni le persone esposte agli effetti della scarsità idrica. Siccità, desertificazione, perdita di biodiversità si registrano ormai in tutta l’area producendo gravi ripercussioni sulle economie e le società euromediterranee, in termini di tensioni, disoccupazione, migrazioni, nonché sulla salute e sul benessere individuale e collettivo.

    La pandemia e la guerra in Ucraina hanno esacerbato una situazione già di per sé critica, impattando anche sul settore agroalimentare, colpito dalla mancanza di materie prime e fertilizzanti e dai forti aumenti dei relativi prezzi. Tale scenario sta riproponendo nei Paesi della costa meridionale pericolose questioni legate alla disponibilità dei prodotti alimentari che si sperava fossero ormai sparite, in conseguenza di una forte dipendenza dalle importazioni di grano, cereali e fertilizzanti, particolarmente elevata in Libano e Egitto. Tutto questo va ad acuire le difficoltà strutturali esistenti e quelle dovute al cambiamento climatico, producendo significativi rischi di instabilità sociale e politica non solo per i Paesi direttamente coinvolti ma per l’intera area euromediterranea.

    A fronte di tali sfide, occorrono risposte urgenti, importanti e basate su un approccio multilaterale, che metta insieme intelligenze, risorse, idee e soluzioni. La questioni sono così complesse, infatti, che nessun Paese ce la può fare da solo.

    Sul piano internazionale, molti attori (ONU, EU, Istituzioni Finanziarie Internazionali, G20, G7, FAO) hanno tematizzato tali problematiche, proposto concrete linee di azione e attuato ambiziosi interventi, come, ad esempio, la Dichiarazione di Matera del G7 2021 e il G20 Agricoltura 2021; istituzioni, organismi scientifici (IPCC) e Summit mondiali (UN Food System 2021) hanno posto attenzione e crescente impegno sulla centralità ed urgenza della sicurezza alimentare; l’Unione Europea e la FAO stanno intervenendo con misure urgenti, anche finanziarie, per dare sollievo alle popolazioni più colpite.

    In questo contesto, un rilievo sempre maggiore viene assegnato dagli esperti e dalle istituzioni all’innovazione tecnologica, organizzativa e sociale, ritenuta un fattore cruciale per introdurre pratiche agricole più efficienti e sostenibili, utilizzare al meglio le risorse idriche, identificare modi nuovi e più sicuri per supportare le produzioni, individuare specie più adatte al nuovo contesto, ridurre le perdite e gli sprechi di cibo, promuovere stili di vita più sostenibili.

    Proprio la consapevolezza che soltanto attraverso la collaborazione si possono raggiungere fruttuosi risultati nell’ambito della ricerca e dell’innovazione ha spinto 19 Paesi della regione e l’Unione europea a mettere insieme risorse, laboratori ed esperienze attuando il Programma denominato PRIMA, Partnership for Research and innovation in the Mediterranean Area. Con un budget di cinquecento milioni di euro in 7 anni, PRIMA finanzia progetti innovativi nel settore agrifood e nella gestione delle risorse idriche, contribuendo, allo stesso tempo, al dialogo multilaterale, in una logica di science diplomacy.

    Dopo quattro anni, PRIMA ha già finanziato 168 progetti, che vedono oltre 1.600 unità di ricerca composte da ricercatori di tutti i Paesi dell’area impegnati a risolvere le principali questioni in materia di food security e mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici.

    Proprio sui temi della transizione ecologica e dello sviluppo sostenibile nella regione, PRIMA sarà tra gli attori della COP27, che si terrà a Sharm El-Sheikh dal 6 al 18 novembre 2022, contribuendo al Padiglione del Mediterraneo. Per la prima volta, infatti, sarà presente alla COP uno spazio interamente dedicato alle sfide che l’area deve affrontare e alle soluzioni innovative in corso di attuazione, realizzato da Unione per il Mediterraneo (UpM), Fondazione PRIMA e UNEP-MAP insieme a importanti organizzazioni quali Ciheam e la rete di esperti mediterranei su clima e cambiamenti ambientali (Med ECC). In particolare, sono sei gli eventi organizzati direttamente dalla Fondazione PRIMA, realizzati in collaborazione con Unione per il Mediterraneo, Commissione Europea, FAO, World Farmers Organization e IFAD. Verranno affrontate tematiche in linea con i quattro obiettivi fissati da COP27 (mitigazione, adattamento, finanziamento, partenariati), spaziando dall’importanza delle partnership e della cooperazione per la sicurezza alimentare alle azioni concrete per rispondere alle sfide della crisi climatica; dal ruolo chiave delle imprese per la sostenibilità dei sistemi agroalimentari alle soluzioni per mitigare il climate change; dalla centralità della ricerca e innovazione alla necessità di un approccio integrato e strategie di adattamento per rispondere alle emergenze della regione.

    La COP27 sarà l’occasione per valorizzare esperienze e competenze maturate nella regione che possono contribuire ad affrontare le questioni dello Sviluppo Sostenibile e fungere da modello da replicare a livello globale. Il Mediterraneo costituisce, in fondo, un banco di prova per il mondo, dove partnership, cooperazione e ricerca sono le risposte essenziali a sfide globali che non conoscono confini.

    In tale prospettiva l’Italia sta svolgendo un ruolo di primo piano, grazie all’impegno diplomatico espresso in materia di nutrizione e sicurezza alimentare in molteplici summit internazionali e attraverso una serie di Dialoghi Ministeriali che avranno nel prossimo dicembre a Roma un ulteriore importante appuntamento. Siamo molto lieti che nell’ambito di tale preziosa operazione di food diplomacy, PRIMA è stata riconosciuta un attore chiave nel promuovere l’innovazione nel settore agroalimentare e la diplomazia scientifica. Nella consapevolezza che solo unendo le forze possiamo affrontare e raggiungere obiettivi comuni nella lotta all’insicurezza alimentare, migliorare le nostre capacità di adattamento al cambiamento climatico, proteggere gli ecosistemi e garantire un futuro prospero alle prossime generazioni.

    Angelo Riccaboni, Presidente Fondazione PRIMA – Barcellona, Presidente Santa Chiara Lab – Università di Siena LEGGI TUTTO

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    Un'azienda americana è pronta a vendere la prima bottiglia d'acqua biodegradabile

    Bottiglie per l’acqua che in cinque anni spariscono completamente nell’ambiente. La sfida di Cove, azienda statunitense che dal 2017 insegue il sogno di realizzare bottiglie per l’acqua completamente biodegradabili, per aiutare così la battaglia contro l’inquinamento da plastica, sembra finalmente vedere la luce in fondo al tunnel. Il ceo dell’impresa, Alex Totterman, ha annunciato che le bottiglie Cove sono infatti ormai pronte per essere lanciate sul mercato: nei prossimi mesi arriveranno in supermercati e negozi al costo di 2,99 dollari a recipiente.

    La ricerca

    Dove si producono più rifiuti di plastica per il packaging: la classifica

    di Simone Valesini

    13 Giugno 2022

    A vederli, questi cilindri sottili e robusti di colore bianco, dotati di tappo, sembrano comuni contenitori per liquidi: in realtà, raccontano dalla ditta di Los Angeles, sono il frutto di una lunghissima ricerca per riuscire a sostituire i classici imballaggi con altri che non inquinano il Pianeta. Si tratta infatti di bottiglie “completamente biodegradabili” sostiene il ceo, capaci in cinque anni di degradarsi nell’acqua o nel suolo. Il principio alla base di queste bottiglie è l’uso di PHA, poliidrossialcanoati, polimeri poliesteri termoplastici che vengono sintetizzati da vari generi di batteri attraverso la fermentazione di zuccheri o lipidi. Un sistema già usato per la produzione di diverse bioplastiche, ma che Cove ha perfezionato garantendone la biodegradabilità e la resistenza. 

    Tutorial

    Per conservare gli alimenti la pellicola di plastica in realtà non serve più

    di Serena Gasparoni

    05 Marzo 2022

    Il processo inizia dalle cucine di ristoranti o catene alimentari: lì grazie a una collaborazione con RWDC Industries, industria chimica, viene raccolto l’olio scartato e poi fermentato in PHA, successivamente vengono realizzati minuscoli pellet, granuli di bioplastica, e aggiunto quello che viene definito come un “ingrediente segreto”. Dopo un processo che include il passaggio per macchinari che tolgono l’umidità e modellano il materiale fino a ottenere le bottiglie, l’ultimo passo sono le scritte: etichette ed istruzioni vengono realizzate con un inchiostro a base di alghe, destinato alla biodegradazione. Se funzionerà, se davvero le bottiglie di Cove rispetteranno gli standard promessi, potrebbe essere una piccola rivoluzione nella lotta all’inquinamento da plastica, materiale estremamente difficile da riciclare. Restano però molti dubbi: da anni diverse multinazionali (compresa Coca-Cola) tentano di ideare contenitori prodotti da scarti vegetali, che siano biodegradabili o compostabili, ma finora risultati utili alla grande distribuzione non sono arrivati.  

    Inquinamento

    Negli Usa il riciclo della plastica fermo al 5%. “Coca-Cola e altre aziende non fanno abbastanza”

    di Pasquale Raicaldo

    02 Novembre 2022

    La stessa Cove sta tentando da anni il lancio di questi contenitori, ma fra pandemia, crisi energetica e difficile approvvigionamento di ingredienti e macchinari, ha sempre rimandato. Ora però si dice pronta a produrre 20 milioni di bottiglie all’anno, anche se sul cammino delle bottiglie amiche dell’ambiente potrebbero esserci ancora molti ostacoli: dalla legislazione californiana che classifica il PHA come plastica limitando i quantitativi di produzione, fino ai prezzi delle materie prime che oscillano. Infine, anche un dubbio relativo agli acquisti: davvero i consumatori acquisteranno bottiglie più care e biodegradabili anziché continuare con i classici contenitori riutilizzabili? LEGGI TUTTO

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    Niente carne il venerdì, come dice la Chiesa. Uno studio ha provato a calcolare il taglio di emissioni

    Il venerdì non si mangia carne. Una regola dal fondamento religioso vecchia un migliaio d’anni e che, almeno nelle case dei nostri nonni, veniva osservata settimanalmente. Oggi non più. All’appello che Papa Francesco ha fatto la scorsa estate chiedendo risposte radicali al cambiamento climatico che comprendano anche modifiche nello stile di vita, un gruppo di ricercatori dell’Università di Cambridge risponde così: se i cattolici ricominciassero a evitare la carne il venerdì, i vantaggi per il clima sarebbero tangibili.

    Un articolo in attesa di peer review, ha infatti calcolato il risparmio, in termini di emissioni, della riduzione del consumo di carne da parte di alcuni cattolici inglesi, stimando che dal 2011 sono state risparmiate oltre 55 mila tonnellate di carbonio all’anno.

    Il peso della carne

    Gli allevamenti per la produzione di carne, specialmente quelli intensivi, sono fra i principali emettitori di gas serra, in particolare metano. Nei Paesi ad alto reddito si consumano in media circa 100 kg di carne pro capite all’anno, ma alcuni paesi come gli Stati Uniti superano, anche di molto, questo valore. Gli allevamenti intensivi sono responsabili, da soli, del 14.5 per cento delle emissioni totali di gas serra, sfruttando circa il 20 per cento delle terre emerse per i pascoli e circa il 40 per cento dei terreni coltivati per i mangimi. È ormai opinione condivisa e accettata, nella comunità scientifica, che ridurre il consumo di carne possa essere una delle strategie più efficaci per mitigare le emissioni e contribuire in modo concreto alla gestione del cambiamento climatico.

    Emergenza idrica

    “Una bistecca spreca più acqua di una doccia”: la dieta vegana contro la siccità

    di Paola Rosa Adragna

    24 Giugno 2022

    L’esempio dell’Inghilterra

    Negli ultimi dieci anni circa un quarto dei cattolici credenti inglesi ha ridotto (o evitato) il consumo di carne un giorno la settimana. È successo in seguito a una dichiarazione dei vescovi cattolici di Inghilterra e Galles nel 2011, in cui si invitavano i credenti a tornare a osservare il digiuno del venerdì. Si parla di circa 875 mila pasti a base di carne in meno su base settimanale, poca roba se si considera che i cattolici sono appena il dieci per cento della popolazione inglese e che al provvedimento ha aderito solo il 28 per cento. Fra questi, il 41% ha dichiarato di aver smesso di mangiare carne il venerdì e il 55% ha detto di aver cercato di mangiare meno carne in quel giorno. Il peso di questa scelta, convertito in quantità di emissioni risparmiate, è però impressionante: sono circa 1070 tonnellate di carbonio a settimana, 55 mila tonnellate in meno in un anno, l’equivalente delle emissioni prodotte da 82 mila persone in un viaggio aereo di andata e ritorno da Londra a New York. Con uno sforzo minimo.

    Secondo i dati del National Diet and Nutrition Survey (Ndns), in Inghilterra e Galles si consumano in media 100 grammi di carne a testa al giorno, in linea con i valori medi dei Paesi ad alto reddito. Trasferendo il peso della scelta cattolica su tutta la popolazione in età lavorativa, per ottenere lo stesso risultato in termini di emissioni basterebbe che ognuno mangiasse appena due grammi di carne in meno alla settimana.

    La posizione della chiesa

    Recentemente, la chiesa cattolica non si è mostrata indifferente alla questione climatica. Nella sua enciclica Laudato si’, Papa Francesco aveva infatti sottolineato l’importanza di pensare a un cambiamento nello stile di vita, la dimensione morale delle nostre decisioni di consumo e il ruolo che la società può svolgere nel raggiungimento della sostenibilità. Più recentemente, in vista della Cop26 dello scorso anno, aveva chiesto risposte “radicali” ed “efficaci” al cambiamento climatico. L’esempio di quanto avvenuto in Inghilterra dice, numeri alla mano, che il potere che ha la stessa chiesa cattolica – e il miliardo di persone in tutto il mondo che la segue – per mitigare i cambiamenti climatici è davvero significativo. Gli autori dello studio sostengono che, se i vescovi cattolici dei soli Stati Uniti emettessero un “obbligo” a resistere alla carne il venerdì, i benefici ambientali sarebbero probabilmente venti volte maggiori rispetto al Regno Unito.

    Sostenibilità

    Il Papa è vegetariano? Ai giovani dice di mangiare meno carne

    di Paolo Rodari

    22 Luglio 2022

    “Io penso un divieto sia impossibile, innanzitutto perché causerebbe l’opposizione sia dei consumatori che dei produttori”, commenta Luca Panzone, ricercatore dell’Università di Newcastle e coautore dello studio. “Questo tipo di prescrizione lavora come una ‘nudge’, una spintarella: fa cambiare comportamento senza divieti, tasse, o legislazione – cioè senza punizioni o premi. Il fatto è che la gente tende a seguire i leader di cui ha fiducia, e in questo caso un comportamento che normalmente genererebbe opposizione in una persona diventa fattibile. In pratica il messaggio che proviene dal Papa può avere grande potere motivazionale nei credenti”.

    Alternative alla carne, il venerdì ma non solo

    In molti di recente hanno abbracciato un regime flexitariano, in cui si consuma meno carne in favore di alcune giornate completamente vegetariane o vegane, e – scrivono gli autori – il messaggio della chiesa ha probabilmente contribuito a questo trend. La chiesa cattolica propone il pesce come alternativa alla carne, il cui impatto ambientale è inferiore e consente di risparmiare anidride carbonica.

    Alimentazione

    “La carne vegetale può aiutare il Pianeta, ma non basta che sia buona”

    di Jaime D’Alessandro

    14 Ottobre 2022

    “In realtà si potrebbe andare anche oltre e dire di non mangiare nemmeno pesce, o suggerire una dieta vegana”, continua Panzone. “Però più restrittiva è la dieta, meno gente la seguirebbe, in particolare nel breve periodo. Certamente i consumatori che mangiano proteine vegetali anziché carne risparmiano molta più CO2 di quelli che scelgono il pesce. Dire in quanti cambierebbero davvero regime alimentare, poi, è difficile senza fare uno studio adeguato. Probabilmente una minoranza. Ma il punto è comunque importante: persone diverse hanno bisogno di stimoli diversi per motivarsi. Quelli che smettono di mangiare carne una volta alla settimana seguendo il messaggio del Papa contribuiscono meno al cambiamento climatico. Bisognerà poi trovare maniere diverse di motivare gli altri, perché il cambiamento climatico è un problema che riguarda tutti e tutti devono necessariamente contribuire. Per quelli non interessati al messaggio del Papa, magari il telegiornale, la pubblicità o l’opinione di amici e parenti funzionano meglio”. LEGGI TUTTO

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    Basteranno le tende glaciali per preservare le calotte polari?

    La fusione dei ghiacci delle calotte polari e l’associato innalzamento del livello dei mari è tra le conseguenze più preoccupanti del cambiamento climatico. Per affrontare il problema, alcune società di ingegneria stanno considerando quello che sarebbe il primo intervento di geoingegneria su larga scala per preservare il ghiaccio polare. La ditta norvegese Aker Solutions e il gruppo Arup hanno, infatti, inviato i loro rappresentanti a Reykjavik, in Islanda, per discutere come costruire una barriera per rallentare l’ingresso della calda acqua marina – che è tra i responsabili dell’aumento della fusione – alla base dei ghiacci groenlandesi.”L’idea è quella di prendere una serie di blocchi di cemento e depositarli sul fondo del mare per fornire un’ancora per una tenda galleggiante”, afferma John Moore, dell’Università della Lapponia in Finlandia e dell’Università di Pechino, in Cina. L’idea di Moore è che la ”tenda” riduca il flusso di acqua calda dall’Oceano Atlantico alla base del ghiacciaio Jakobshavn, in Groenlandia, che nel XX secolo ha contribuito a circa il 4% dell’innalzamento del livello del mare.La calotta glaciale della Groenlandia, la seconda più grande al mondo dopo quella che copre la maggior parte dell’Antartide, contiene circa 3 milioni di chilometri cubi di ghiaccio, l’equivalente di un innalzamento del livello del mare globale di circa 7 metri. Moore stima che il costo sia inferiore a 500 milioni di dollari per chilometro. In totale circa 2 miliardi di dollari, se si considera che la foce del fiordo di Ilulissat, dove termina il ghiacciaio, è larga circa 5 chilometri.”È un finanziamento sostanzioso”, ha detto Moore “Ma confrontatelo con i costi del contributo della Groenlandia all’innalzamento del livello del mare e i danni previsti. È dell’ordine dell’1%”. Hugh Hunt, ingegnere dell’Università di Cambridge, ritiene che le tende glaciali potrebbero rallentare, e forse anche invertire, il tasso di fusione dei ghiacciai artici e antartici. “Se le tende dovessero funzionare, allora potrebbero essere un approccio molto conveniente per proteggerci tutti dall’innalzamento del livello del mare”.Rimangono, tuttavia, molte incognite. Innanzitutto, sarà necessario costruire dei prototipi per testare come, ad esempio, gli iceberg riusciranno ad attraversare la cortina e quale sarà l’impatto sugli ecosistemi, specialmente su flora e fauna. Il tempo di costruzione, stimato da Moore stesso fino a 30 anni, potrebbe essere un altro problema, perché il progetto perderebbe la sua efficacia in caso di tempi lunghi. Inoltre, fattore importantissimo, la cortina non ha potere sulla fusione superficiale del ghiacciaio, che è significativa ed è in forte aumento. Infine, anche se il progetto dovesse funzionare su un’area di 5 chilometri, i costi per estenderlo ad altre zone ad alto rischio sarebbero proibitivi.Il cambiamento climatico – e le conseguenze del progetto, dovesse essere avviato – hanno un forte impatto sulle popolazioni locali, che hanno il diritto di essere parte attiva delle decisioni. Ilona Mettiäinen, collega di Moore all’Università della Lapponia, ha sondato l’opinione pubblica della cittadina di Ilulissat, che si trova alla foce del ghiacciaio e conta circa 4500 abitanti. Secondo la scienziata, “le opinioni sono state sia positive sia preoccupate per i possibili impatti sui mezzi di sussistenza associati al turismo e alla pesca”. Marianne Hagen, dalla Aver Solutions, sostiene che si tratta di un “progetto tecnicamente molto impegnativo, ma abbiamo già raggiunto l’impossibile e non vediamo un motivo per cui non dovremmo provare, non ultimo dal momento che il nostro scopo è risolvere le sfide energetiche globali per le generazioni future”. Forse, un motivo per non provarci affatto giace nella grande incognita di quali saranno gli sconvolgimenti a lungo termine sull’ecosistema, sulle popolazioni e sul resto del ghiacciaio. Anche se l’operazione dovesse riuscire, contribuirebbe in maniera temporanea ad un problema sistemico e cronico, specialmente quando si pensa che le emissioni di anidride carbonica degli ultimi 30 anni (cioè da quando gli scienziati e i governi hanno cominciato a discutere di tagliare le emissioni per salvare il Pianeta) sono equivalenti a quelle dei cento anni precedenti e sono andate aumentando di anno in anno.Il finanziamento per l’incontro in Islanda è arrivato dal miliardario svedese Frederik Paulsen. Moore dice che sta creando un comitato sulla Groenlandia e l’Antartide con l’obiettivo di incoraggiare maggiori investimenti da parte di Paulsen e da altri potenziali investitori. Soldi che potrebbero essere investiti in altri progetti, come, per esempio, nella riduzione dell’uso di combustibili fossili e nella cattura di gas serra nell’atmosfera. Visto che queste attività, seppur lontane dalle calotte polari, hanno il potere di rallentare l’innalzamento del livello dei mari e migliorare le condizioni di vita sul nostro Pianeta ovunque.La soluzione proposta da Moore e colleghi sarebbe un po’ come prendere un antinfiammatorio per curare una gamba rotta, ignorando i consigli dell’ortopedico e il vero problema alla base. Cambiare il nostro stile di vita e fare di più ogni giorno perché le cose cambino per ridurre l’impatto globale del cambiamento climatico deve essere una priorità che deve vedere noi tutti responsabili e vigili, senza nasconderci dietro pericolosi esercizi acrobatici legati alla geoingegneria che non sappiamo dove ci faranno atterrare. Abbiamo già fatto abbastanza danni. LEGGI TUTTO

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    Cop27: i temi al centro della conferenza delle Nazioni Unite sul clima in Egitto

    La finestra si sta chiudendo, alla Cop27 il compito di mantenerla aperta. Fra i tanti report diffusi in queste settimane a ridosso della Conferenza delle parti sul clima (dal 6 al 18 novembre a Sharm el-Sheikh in Egitto), quello diffuso dall’Unep e chiamato The Closing Window relativo alle emissioni è forse il più chiaro: siamo lontanissimi dagli accordi di Parigi, sarà quasi impossibile contenere le temperature entro i +1,5°C e senza una inversione di rotta con le politiche attuali a fine secolo ci sarà un aumento della temperatura di 2,8°C.

    La conferenza delle Nazioni Unite

    Clima, si riparte da Sharm el-Sheikh ma alla Cop27 l’accordo è in salita

    di Luca Fraioli

    03 Novembre 2022

    Uno scenario catastrofico stravolto, a sua volta, da un contesto geopolitico che include la crisi energetica, quella economica, alimentare e di perdita di biodiversità. Il tutto con due situazioni che tengono in scacco le future decisioni climatiche: l’invasione russa in Ucraina e le frizioni relative a Taiwan, con la Cina meno collaborativa di prima con altri Paesi. Nel frattempo gli Stati che meno emettono CO2 e sono più vulnerabili e colpiti dalla crisi climatica insistono per ricevere finanziamenti da 100 miliardi l’anno dai Paesi più sviluppati. Questi e altri temi, che proviamo a riassumere, saranno quelli centrali nel vertice Onu egiziano che sta per iniziare.

    PERDITE E DANNI

    La questione del “loss and damage” è considerata centrale nella Cop27 ospitata proprio dall’Africa, uno dei continenti più poveri e più colpiti dall’emergenza climatica. A fine Cop26 era iniziata una trattativa sul fatto che i Paesi più ricchi (e spesso più responsabili delle emissioni climalteranti) dovrebbero impegnarsi in aiuti economici concreti per la ricostruzione e il sostegno a paesi che affrontano catastrofi climatiche, dagli eventi meteo intensi alla siccità. Su questo passaggio spingono chiaramente centinaia di Paesi in via di sviluppo, ma resta complessa la questione dell’identificazione e quantificazione dei danni e dei collegamenti relativi alla crisi del clima. Sarà dunque interessante capire se verrà concordato uno strumento finanziario concreto come forma di risarcimento e aiuti per prepararsi a futuri eventi estremi, oppure – sulla via della proposta tedesca – una sorta di fondo internazionale che promuova “assicurazioni” da attivare in caso di catastrofe.

    DECARBONIZZAZIONE E GAS

    Come ha detto Alessandro Modiano, inviato speciale per il Clima dell’Italia e tecnico che avrà un ruolo chiave nelle negoziazioni, decisiva in questa Cop sarà la riconferma degli impegni presi a Glasgow. Quello che si sta configurando, soprattutto nei paesi del G20, è che alcuni Paesi a causa delle crisi energetiche e dei conflitti in corso possano rallentare nel cammino della decarbonizzazione e la lotta alle emissioni. Di conseguenza, sarà importante capire se ci saranno passi indietro o meno, anche relativi agli investimenti (anche esteri, nonostante l’impegno di non investire sul fossile da fine 2022) in termini per esempio di gas naturale, che la tassonomia Ue vede come attività di transizione “sostenibile”.Rafforzare l’addio al carbone, come deciso nella precedente conferenza, sarà un altro tema chiave: in che maniera avverrà? La decarbonizzazione includerà anche la riconversione di impianti a carbone in quelli a gas? Domande che forse troveranno risposte su due linee differenti: una è relativa al breve termine, per affrontare contemporaneamente la crisi energetica, l’altra sul lungo periodo, quello necessario per concentrarsi sempre di più sulle fonti rinnovabili. Infine, interessante sarà capire anche gli sforzi dei vari stati: sinora solo 25 hanno presentato ambiziosi piani climatici nazionali.

    ADATTAMENTO

    Nel capitolo sull’adattamento rientra la questione dei noti finanziamenti da 100 miliardi di dollari all’anno che dovranno essere predisposti dai paesi più ricchi a quelli più poveri e vulnerabili, una partita che dalla Cop27 richiede ulteriori conferme. Nel contesto dei finanziamenti si conosceranno anche meglio i dettagli del Fondo italiano per il clima che destina 840 milioni di euro all’anno per i prossimi cinque anni, di cui 40 a fondo perduto. Negli impegni di sostegno italiani verso altri Paesi, per esempio in chiave decarbonizzazione, ci sono piani in corso con Indonesia e Vietnam.Inoltre, sempre sulla questione adattamento, ci saranno focus anche sulle scelte per il futuro, quelle capaci di affrontare i rischi anche dal punto di vista sociale e della salute. Il singolo tema salute e carenze alimentari include per esempio gli effetti delle ondate di calore, la siccità, gli eventi meteo estremi e gli incendi, tutti impatti collegabili alla crisi climatica che andranno valutati ed affrontati tramite pianificazione alla resilienza.

    MITIGAZIONE

    In generale i quasi 200 Paesi che saranno rappresentati alla Cop27 e tutte le parti chiamate in causa dovranno dimostrare grande collaborazione per intraprendere “azioni audaci e immediate” nel tentativo di continuare la mitigazione e ridurre le emissioni per limitare il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2°C. Come sappiamo il mondo le temperature globali sono aumentate di 1,1°C e si stanno dirigendo verso 1,5°C, secondo gli scienziati dell’Ipcc (l’Intergovernmental Panel on Climate Change).

    L’indagine

    Nel mondo 4 persone su 10 vivono in condizioni di estrema vulnerabilità ai cambiamenti climatici

    30 Settembre 2022

    Si stima che se le temperature saliranno da 1,7 a 1,8°C al di sopra dei livelli del 1850 metà della popolazione mondiale potrebbe essere esposta a livelli di calore e umidità pericolosi per la vita. A rischio è anche la perdita di biodiversità. Per questo sarà necessario nel vertice egiziano perseguire gli sforzi per limitare l’aumento della temperatura. All’interno di questi sforzi verranno discussi i temi della transizione giusta, la sicurezza alimentare, finanza innovativa per il clima e lo sviluppo, il futuro dell’energia e la sicurezza idrica. Tematiche che dovranno trovare conferme e magari anche “un passo in più”, afferma Modiano, rispetto alla Cop26. Tra queste certezze ci dovrà essere, ad esempio, anche l’impegno cruciale a ridurre le emissioni globali di metano del 30% (rispetto alle emissioni del 2020) entro il 2030. LEGGI TUTTO