2 Novembre 2022

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    Arriva RenTri, il nuovo sistema di tracciabilità dei rifiuti

    Salvare l’esperienza del Sistri, ma cambiando passo su ciò che non ha funzionato. È lo spirito del RenTri, il sistema di tracciabilità dei rifiuti, che sin dalla sua origine ha sconfessato alcuni pilastri del predecessore. In primis per l’approccio partecipativo alla sua definizione, a differenza del Sistri, che nel 2006 fu calato dall’alto, con gli […] LEGGI TUTTO

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    Negli Usa il riciclo della plastica fermo al 5%. “Coca-Cola e altre aziende non fanno abbastanza”

    Il grande flop della plastica riciclata. Nel 2021 negli Stati Uniti appena il 5% torna a vivere. Vale a dire che il 95% dei 51 milioni di tonnellate di bottiglie, buste, confezioni e imballaggi usati dagli americani è finito nelle discariche, senza distinzione alcuna, o peggio ancora negli oceani e nell’atmosfera. 

    L’allarme arriva dall’ultimo dossier di Greenpeace USA, che non si limita a stigmatizzare il comportamento poco diligente dei cittadini. Il problema, denuncia l’associazione ambientalista, è a monte. E anche se gli americani cambiassero tutt’a un tratto marcia, smettendo una pigrizia diventata quasi proverbiale, il problema resterebbe: negli Stati Uniti la stragrande maggioranza della plastica da imballaggio non soddisferebbe infatti i criteri che la Ellen MacArthur Foundation indica come requisiti base per il riciclo: requisiti esplicati nel Global Commitment, che prevede una serie di obiettivi ambiziosi, in tema di economia circolare per la plastica, da raggiungere entro il 2025.

    Ma la strada, a quanto pare, è in salita. E anche le materie plastiche considerate riciclabili, a cominciare dalle diffusissime bottiglie in PET o in polietilene ad alta densità, consentono una percentuale di riciclo inferiore al 30%, la soglia minima perché un prodotto, secondo la fondazione, venga definito realmente riciclabile. E insomma ce n’è abbastanza perché Greenpeace ponga l’accento su un problema considerato ancora sottostimato: “Per decenni aziende come Coca-Cola, PepsiCo, Nestlé e Unilever hanno promosso il riciclo della plastica come soluzione ai rifiuti di plastica. – spiega l’attivista Lisa Ramsden – Ma i dati sono chiari: in pratica, la maggior parte della plastica non è riciclabile.La vera soluzione? Passare a sistemi di riuso e ricarica. Invece di affidarsi al cosiddetto greenwashing e fuorviare il pubblico americano, l’industria dovrebbe sostenere l’ambizioso Trattato globale sulla plastica che potrebbe porre finalmente fine all’era della plastica”.

    Economia circolare

    Con il riciclo degli imballaggi in plastica 800mila tonnellate di CO2 in meno

    di Fiammetta Cupellaro

    22 Settembre 2022

    Di cosa si tratta? Di una sottoscrizione, ancora in fase di elaborazione, che faccia seguito alla storica risoluzione concordata a marzo dall’Assemblea delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unea) a Nairobi, quando 175 Paesi hanno approvato all’unanimità un documento che impegna gli Stati membri a elaborare entro il 2024 uno “strumento internazionale giuridicamente vincolante” per “porre fine all’inquinamento da plastica””. Il documento vincolerà i firmatari, regolando a livello globale le politiche relative a produzione, consumo e smaltimento di prodotti di plastica.

    Una misura finalmente drastica per porre fine alla crescita esponenziale dei rifiuti in plastica, destinati altrimenti a triplicare entro il 2060, come preconizzato dall’Ocse.”L’auspicio è il prossimo round di negoziazioni sul Trattato globale sulla plastica, che si terrà in Uruguay a fine mese, sia il primo importante appuntamento a livello globale che spinga per andare verso questa direzione”, dice Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna Inquinamento di Greenpeace Italia. “Quanto ai dati sugli Stati Uniti, certificano il fallimento del sistema di riciclo delle plastiche in uno dei Paesi in cui si registrano i tassi più elevati al mondo di produzione pro capite di rifiuti in plastica. – aggiunge – In Italia, dove per fortuna vige un sistema più efficiente di raccolta e recupero delle materie plastiche, i numeri non sono così allarmanti. Anche da noi, però, non si può stare troppo sereni. Stando ai dati più recenti diffusi da Corepla – il consorzio italiano che recupera e ricicla gli imballaggi in plastica che separiamo a casa – solamente circa la metà delle plastiche che differenziamo trova impiego in nuovi prodotti attraverso il sistema di riciclo”. Appena il 50%, insomma. Non c’è da vantarsene.

    Economia circolare

    Che fine fa la plastica che ricicliamo in Italia: i dati 2021

    di Giacomo Talignani

    16 Giugno 2022

    “Il fallimento di questo sistema su scala globale è una delle principali problematiche alla base dell’inquinamento da plastica nell’ambiente. – denuncia ancora Ungherese – Se andiamo ad analizzare i dati storici a partire dagli anni ’50, scopriamo che solo il 9% di tutta la plastica prodotta è stato riciclato. Sono numeri che certificano un fallimento”.E dunque la soluzione principale al problema, secondo Greenpeace, non è riciclare, checché ne dicano aziende e governi. “In realtà, come documentano numerosi studi e ricerche internazionali, occorre invece abbandonare in modo convinto la cultura del monouso in plastica per effettuare una vera transizione verso l’uso di imballaggi che siano durevoli e soprattutto riutilizzabili più e più volte”, chiosa il responsabile della campagna inquinamento di Greenpeace Italia. LEGGI TUTTO

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    Ritardi e promesse non mantenute: che cosa è rimasto della Cop26 di Glasgow

    Dal 6 al 18 novembre 2022 si terrà a Sharm el-Sheik, in Egitto, la ventisettesima edizione della Conferenza delle parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, più comunemente nota con il nome di “Cop”. Alla Cop27 parteciperanno quasi 200 Paesi da tutto il mondo per discutere degli impegni e delle misure da portare avanti a livello internazionale per contrastare il riscaldamento globale causato dalle attività umane. 

    Uno dei temi su cui si confronteranno i Paesi partecipanti riguarderà l’avanzamento degli impegni presi alla Cop26, tenutasi a Glasgow, in Scozia, tra il 31 ottobre e il 12 novembre 2021. Dai soldi promessi ai Paesi in via di sviluppo alla lotta contro la deforestazione, gran parte degli obiettivi fissati a Glasgow l’anno scorso dai leader mondiali non sono stati rispettati o sono in ritardo.

    L’indagine

    Nel mondo 4 persone su 10 vivono in condizioni di estrema vulnerabilità ai cambiamenti climatici

    30 Settembre 2022

    I soldi ai Paesi in via di sviluppo

    Nel 2019, alla Cop15 di Copenaghen, in Danimarca, i Paesi più sviluppati hanno sottoscritto il cosiddetto “Climate finance pledge”, un’iniziativa che li impegnava a fornire 100 miliardi di dollari all’anno, entro il 2020, ai Paesi in via di sviluppo per aiutarli a contrastare i cambiamenti climatici. La promessa è stata poi formalizzata nel 2010 alla Cop16 di Cancun, in Messico, e nel 2015 è stata estesa fino al 2025 alla Cop21 di Parigi, Francia. 

    Fino a oggi, l’impegno non è stato rispettato. Secondo i dati più aggiornati dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione internazionale (Oecd), che è stata incaricata dai Paesi partecipanti di tenere traccia dei progressi, nel 2020 sono stati investiti complessivamente 83,3 miliardi di dollari per il Climate finance pledge, circa 17 miliardi in meno rispetto all’obiettivo di 100 miliardi. Il risultato del 2020 è comunque più alto rispetto a quello di tutti gli anni successivi al 2013, quando erano stati investiti 52,4 miliardi di dollari, circa la metà di quanto promesso. Nelle conclusioni finali presentate lo scorso anno alla Cop26 di Glasgow, i leader firmatari avevano riconosciuto con “profondo rammarico” che l’obiettivo dei 100 miliardi non era ancora stato raggiunto, rinnovando l’impegno a investire ulteriori fondi entro il 2025. 

    Il tema è destinato a tornare al centro del dibattito anche in occasione della prossima Cop27. Nel corso della pre-Cop, una serie di incontri preparatori tenutisi a inizio ottobre a Kinshasa, in Repubblica democratica del Congo, i leader e i rappresentanti di alcuni Paesi in via di sviluppo hanno accusato i Paesi più ricchi di aver mancato ancora una volta l’obiettivo, chiamandoli a rispondere delle loro responsabilità. Secondo il quotidiano britannico The Guardian, il fallimento è stato definito “vergognoso” da alcuni ministri e rappresentanti di diversi Stati africani. Anche la vicesegretaria delle Nazioni Unite Amina Mohammed ha detto che quest’anno i Paesi più sviluppati dovranno “dimostrare chiaramente a che punto sono con la consegna dei 100 miliardi decisa più di dieci anni fa”. 

    Circa un anno fa, nel novembre 2021, l’inviato americano per il clima John Kerry aveva promesso che i fondi sarebbero stati consegnati entro il 2022. Come abbiamo visto, al momento i dati più aggiornati dell’Oecd arrivano fino al 2020, ma è improbabile che l’obiettivo dichiarato da Kerry sia stato centrato in anticipo. In ogni caso, la promessa sarà discussa nuovamente alla Cop27, 13 anni dopo il suo annuncio iniziale. 

    La promessa mancata della finanza

    Ad aprile 2021, pochi mesi prima della Cop26 di Glasgow, 160 gruppi tra banche, grandi investitori e manager del mercato finanziario hanno creato la Glasgow financial alliance for net zero (Gfanz), con l’obiettivo di azzerare entro il 2050 le proprie emissioni nette di CO2, sia quelle frutto delle proprie attività sia quelle causate, per esempio, dai finanziamenti all’industria dei combustibili fossili. In un successivo intervento alla Cop26, il co-presidente della Gfanz Mark Carney aveva precisato che, prima ancora dell’obiettivo emissioni nette zero, i membri dell’alleanza si sarebbero impegnati a dimezzare del 50% le proprie emissioni entro il 2030, documentando i propri risultati anno dopo anno. 

    Oggi i membri dell’alleanza, tra cui ci sono le italiane Intesa Sanpaolo e Unicredit, sono più di 500 e controllano, nel complesso, asset finanziari per 135 mila miliardi di dollari. Le società della Gfanz sono organizzate in sottogruppi e devono rispettare i criteri fissati dalla Race to zero, una campagna delle Nazioni unite lanciata a giugno 2020 che riunisce migliaia di città e imprese impegnate ad azzerare le proprie emissioni nette entro il 2050. Questi criteri prevedono l’abbattimento delle emissioni di CO2 entro il 2050, l’obbligo di documentare i propri progressi e un rigido controllo degli investimenti nel settore dei combustibili fossili.

    Meteo

    Più nuvole, meno escursione termica giornaliera a causa dei cambiamenti climatici

    di Valentina Guglielmo

    27 Ottobre 2022

    Sembra però che alcune società stiano rivalutando la promessa di tagliare le emissioni alla base della Gfanz. Come riportato a inizio ottobre da Bloomberg e dal Financial Times, a fronte della crescita che sta interessando i settori del gas e del petrolio alcuni membri dell’alleanza, tra cui il colosso statunitense Jp Morgan, potrebbero decidere di uscire dal gruppo, a causa dei criteri stringenti imposti dalle Nazioni Unite. 

    L’obiettivo degli 1,5°C

    Alla Cop26 è stata riproposta la necessità di mantenere l’aumento delle temperature globali al di sotto della soglia di 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali. L’impegno risale all’Accordo di Parigi del 2015 ed è considerato fondamentale per ridurre l’impatto e i rischi dei cambiamenti climatici. I 194 Paesi firmatari dell’Accordo, tra cui c’è anche l’Italia, si sono impegnati a pubblicare periodicamente i Contributi a livello nazionale (in inglese National determined contributions, Ndc), per spiegare come intendono raggiungere i traguardi fissati e tenere sotto controllo la crescita delle temperature. 

    Anche in questo caso, la promessa sembra per il momento fuori portata. Uno studio pubblicato a settembre 2022 dall’Organizzazione meteorologica mondiale (Wmo) ha calcolato che gli impegni presi dai Paesi per contenere l’aumento delle temperature entro gli 1,5°C dovrebbero essere almeno sette volte più ambiziosi rispetto a quelli sottoscritti finora. Secondo il Wmo, in base ai provvedimenti a oggi in vigore, entro il 2100 la temperatura media della Terra aumenterà di 2,8°C rispetto al periodo pre-industriale e di 2,1°C se tutti gli impegni aggiuntivi fossero raggiunti (uno scenario, come abbiamo visto, a oggi molto ottimistico). 

    Secondo un altro studio della Wmo, pubblicato a maggio 2022, esiste il 50% di possibilità che le temperature globali superino la soglia degli 1,5°C in almeno uno dei prossimi cinque anni. 

    I Paesi che hanno partecipato alla Cop26 si erano inoltre impegnati a rivedere e aggiornare i propri Ndc entro il 23 settembre 2022: solo 23 dei quasi 200 firmatari coinvolti hanno mantenuto la parola data. 

    Le promesse sul metano e la deforestazione

    La maggior parte dei Paesi sta accumulando ritardi anche su una serie di obiettivi più circoscritti, dalle conseguenze comunque piuttosto rilevanti. 

    A Glasgow, 122 Paesi partecipanti hanno per esempio sottoscritto il Global methane pledge, un accordo con cui si sono impegnati a ridurre le emissioni di metano del 30% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2020. La situazione attuale non è incoraggiante. Come riportato dall’Amministrazione nazionale per gli oceani e l’atmosfera (Noaa) degli Stati Uniti, nel 2021 i livelli globali di metano nell’atmosfera hanno sfiorato le 2 mila parti per miliardo, il 162% in più rispetto ai livelli pre-industriali e il 15% in più rispetto alla media del periodo 1984-2006. L’anno scorso il valore è cresciuto di 17 parti per miliardo rispetto al 2020, l’aumento più consistente dall’inizio delle rilevazioni, nel 1983.

    Fact Checking

    A che punto siamo con la promessa di mille miliardi di alberi del G20

    di Laura Loguercio (Pagella Politica)

    06 Settembre 2022

    A Glasgow, il 2030 è stato inoltre indicato come anno per la fine delle deforestazione. L’impegno è stato sottoscritto dai leader di quasi di 150 Paesi, tra cui Italia, Cina, Brasile, Russia e Stati Uniti, che complessivamente controllano oltre il 90% delle foreste attualmente presenti sulla Terra. Una parte rilevante dell’accordo intende fermare le pratiche che sostituiscono le foreste con allevamenti di bestiame o piantagioni di soia, cacao e olio di palma. Per raggiungere l’obiettivo, i Paesi coinvolti hanno promesso di stanziare 19 miliardi di dollari, tra fondi pubblici e privati, entro il 2025. Le notizie più recenti sono tutt’altro che incoraggianti. Nei primi sei mesi del 2022 il Brasile ha tagliato quasi 4 mila chilometri quadrati di foreste, un’area grande cinque volte la città di New York e un nuovo record dal 2016. LEGGI TUTTO

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    La stima di quanta plastica mangiano le balene: 10 milioni di pezzi al giorno

    Le balene che nuotano nella costa della California possono ingerire fino a 10 milioni di pezzi di microplastiche al giorno. Questa allarmante stima è stata elaborata dagli scienziati della Stanford University e della California State University, che hanno pubblicato un articolo sulla rivista Nature per rendere noti i risultati del proprio lavoro. Il team, guidato […] LEGGI TUTTO

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    “Con il fotovoltaico sul tetto non dipendo più dalla rete elettrica”

    Una decina di giorni fa ha annunciato con un tweet: “È una grande soddisfazione diventare autosufficiente e anche volendo indipendente dalla rete”. In un momento di crisi energetica e di bollette con rincari preoccupanti, quanto realizzato da Luca Lombroso sembra l’Eldorado. Il meteorologo ha infatti dotato il suo impianto fotovoltaico sul tetto condominiale di un sistema di accumulo e di un inverter ibrido: in pratica, produce l’energia elettrica di cui ha bisogno. Il tutto in maniera legale e realizzabile quasi da chiunque. Il quasi è necessario, perché Lombroso intanto non è un cittadino qualsiasi, ma un esperto di tematiche ambientali (ha appena pubblicato un nuovo libro, Attenti al meteo. Tornado, alluvioni, grandine e saette per Edizioni Artestampa). E poi dalla sua ha avuto alcune circostanze favorevoli. 

    Sono stati i rincari dell’energia a spronarla a migliorare ancora il suo impianto fotovoltaico?”No, è soprattutto una questione etica. Mi occupo da anni di queste tematiche, e per parte mia c’è la sensibilità e consapevolezza che la produzione di energia pulita va affrontata al di là del rincaro dei prezzi contingente e della convenienza delle rinnovabili”. 

    Ci spieghi passo per passo come ha assemblato il suo impianto autosufficiente. Dove ha messo il pannello fotovoltaico?”Sul tetto condominiale. Ho la fortuna di abitare in un piccolo condominio a Campo Galliano in provincia di Modena. Non è secondario che si tratti di un edificio che ospita pochi appartamenti, perché quando ho comunicato che volevo installare il pannello, gli altri inquilini erano un po’ scettici, ma non mi hanno ostacolato. Alcuni hanno chiesto: ‘ma se poi lo voglio fare io, c’è posto?’, oppure: ‘ma proprio sopra al mio appartamento?’. Ma alla fine ci siamo accordati, anche perché abbiamo verificato col geometra che ci sarebbe spazio per tutti”. LEGGI TUTTO

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    Lo sguardo finto degli animali che scoraggia i predatori: è l'effetto Monna Lisa

    Un paio di occhi in più, anche se falsi, nel regno animale possono fare la differenza tra la vita e la morte. Non è un caso infatti se, come strategia di sopravvivenza, in molte specie, sia di vertebrati che di invertebrati, si trovano macchie che sembrano degli occhi. Ne hanno, di falsi, prima di tutto moltissime farfalle e falene, comprese le loro larve, ma anche la lucertola degli arbusti, che li ha sul dorso, alcuni gatti selvatici, che li hanno dietro alle orecchie, il pavone, che li ha sulla coda, il piccolo gufo, che li ha sul retro della testa, una rana brasiliana, che li ha sulla parte posteriore, il pesce donzella e il pesce farfalla, che li hanno vicino alla coda, la razza ragno maculato, sul dorso. Persino uno scarafaggio (Alus oculatus). 

    Un gruppo di ricercatori del Max Planck Institute for Chemical Ecology e della Università di Newcastle ha realizzato uno studio per verificarne l’effettiva efficacia di questo “sguardo” in più. Non c’è dubbio che essere guardati intimidisce e rende più cauti i predatori. Questo effetto era in realtà a grandi linee già conosciuto, tanto che nel 2020 in  Botswana, nell’ambito di un progetto finanziato da un crowdfunding su Experiment.com, vennero disegnati degli occhi sulle cosce delle mucche per evitare che venissero attaccate dai leoni. Fu un successo. Venne anche provato che il colore non aveva particolare importanza: il disegno era nero, ma era efficace lo stesso.

    Il grande occhio inganna il leone

    di LAURA SCILLITANI

    21 Agosto 2020

    Non erano ora ancora chiari però i meccanismi in base ai quali questo stratagemma funzionava, o se si trattasse solo di un tentativo di distrarre temporaneamente il predatore, piuttosto che una strategia di successo per evitare di essere mangiati. Alcuni esperti sostenevano che servisse solo per non permettere il danneggiamento di parti vitali. Non si sapeva neppure se avesse in particolare importanza il modo in cui gli occhi erano disegnati. 

    Grazie ai loro studi, gli scienziati del Max Planck hanno dimostrato che sono i cerchi concentrici a tenere lontani i predatori, da qualsiasi direzione provengano. Ovviamente il deterrente è maggiore se lo sguardo punta diretto all’avversario, ma i cerchi permettono in ogni caso di mantenere il contatto visivo indipendentemente dalla prospettiva. Insomma, è una specie di “effetto Monna Lisa”, il quadro di Leonardo in cui la donna ritratta sembra osservare sempre chi la guarda. Per verificare la loro tesi, gli studiosi hanno allestito un esperimento comportamentale utilizzando dei polli addestrati per attaccare una falena artificiale.

    Biodiversità

    Animali, le strategie di accoppiamento che non ti aspetti

    di Valentina Guglielmo

    22 Ottobre 2022

    Le falene che i polli dovevano attaccare però erano di tre tipi diversi: le prime avevano dei cerchi spostati, in modo che la direzione dello sguardo andasse verso destra. Le seconde verso sinistra. Le terze invece avevano cerchi perfettamente concentrici che ricreavano l’effetto Monna Lisa. Sono stati poi realizzati dei percorsi, che permettevano ai polli di accedere alla preda solo da una o dall’altra direzione, oppure con un passaggio dritto verso di lei. 

    I polli si muovevano in modo più cauto quando arrivavano da destra e gli occhi guardavano nello stesso senso. E la stessa cosa valeva per la sinistra. Ma se gli veniva proposto viceversa di percorrere la strada sinistra verso gli occhi che erano rivolti dall’altra parte, non avevano esitazioni a scagliarsi sulla falena. Completamente diverso era il comportamento rispetto agli occhi perfettamente circolari. In questo caso, da qualsiasi parte provenissero, i polli esitavano.

    Biodiversità

    Più l’oceano si riscalda, più i predatori sono affamati

    di Sandro Iannaccone

    17 Giugno 2022

    I risultati confermano prima di tutto che effettivamente le macchie vengono percepite come occhi, non importa quanto veritieri siano, ma anche che essere osservati crea problemi ai predatori, soprattutto se la vista punta dritta all’interessato. Questo spiega perché l’evoluzione ha fatto si che molte specie provvedessero a dotarsi di uno strumento così utile. LEGGI TUTTO