15 Settembre 2022

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    E-car: il caro-energia pesa, ma le prospettive restano rosee

    I costi crescenti di produzione non risparmiano le auto elettriche, anche se le prospettive di fondo del settore restano rosee.  L’aumento dei prezzi dell’elettrico, il rincaro e la scarsa disponibilità di materie prime, uniti alla cronica carenza di componenti e alla diffusa riduzione dei redditi in termini reali causa inflazione, stanno producendo un impatto notevole sulla produzione e sulla vendita di automobili green. Se la tendenza continua, gli investitori non avranno incentivi per costruire impianti di ricarica, rendendo le auto elettriche meno appetibili per difficoltà di utilizzo. E’ quanto trapela dagli esperti tedeschi del settore, le cui dichiarazioni, in questi giorni, rimbalzano sui mass media.

    Le parti si invertono

    Fino a poco tempo fa le auto elettriche risultavano convenienti, contro l’aumento del costo della benzina. Ora, col balzo in avanti dell’elettricità – in Germania un terzo in più dell’anno scorso – la differenza tra i prezzi si è ridotta. Gli automobilisti che effettuano la ricarica da casa o tramite contratto con gli operatori hanno visto schizzare i prezzi del 10% nel migliore dei casi. E non è tutto. Il legame tra costo della luce e costo del gas (risorsa sempre più scarsa da quando la Russia ha interrotto le forniture di gas alla Germania)  lascia prevedere ulteriori aumenti.

    Dall’inizio di settembre Allego, uno dei maggiori operatori di stazioni di ricarica, ha alzato le sue tariffe da 43 a 47 centesimi per kilowattora. La ricarica rapida a corrente continua è passata da 65 a 70 centesimi al kilowattora mentre quella cosiddetta ‘ultraveloce’, è salita da 68 a 75 centesimi, sempre al kilowattora. I supermercati che promuovono offerte, le catene di bricolage e i negozi di mobili, che fino a poco tempo fa offrivano ai clienti una tariffazione gratuita in cambio della spesa, adesso hanno introdotto le ricariche a pagamento.

    Il parere dei tecnici

    Secondo l’economista Stefan Bratzel, esperto del trasporto automobilistico, “l’esplosione dei prezzi dell’elettricità potrebbe finire per essere un grave pericolo per la transizione dei veicoli e dobbiamo stare molto attenti. Se le auto elettriche diventano più costose l’impennata della mobilità sostenibile rischia di crollare, perché quasi nessuno comprerà più un’auto”, ha affermato Bratzel, tra l’altro fondatore del Center for Automotive Management (Cam). Bratzel e altri sostenitori delle auto elettriche stanno ora chiedendo al governo tedesco di garantire che il prezzo dell’elettricità rimanga al di sotto del prezzo della benzina.

    Sussidi in bilico

    Dato il contesto, in Germania è crisi anche per le misure governative. Si paventa un limite dei sussidi statali per le auto elettriche a 4.500 euro a partire dal 2023, mentre chi vuole acquistare macchine ibride plug-in, il cui incentivo ammonta attualmente a 6.750 euro, non verrà più supportato. Il finanziamento complessivo disponibile in futuro si aggira sui 2,5 miliardi di euro, che basteranno sì e no a coprire i bonus per appena 400mila auto elettriche. Cioè per meno dell’1% dei veicoli circolanti ogni giorno sulle strade tedesche.

    In ambito Ue si vocifera di una riforma che vorrebbe dissociare il prezzo dell’elettricità da quello del gas, ma in Germania gli osservatori dell’industria nutrono forti dubbi: questo cambiamento non sarà rapido. Intanto però, ribadisce Bratzel, “la spinta al mercato deve funzionare, è assolutamente fondamentale”.

    I possibili rimedi 

    Per non far perdere terreno alla mobilità elettrica occorre al più presto un rimedio. Che potrebbe essere quello di aumentare, a stretto giro, la tassa sulle auto a benzina. Ma anche operare sui bonus all’elettrico. La Norvegia è stato uno dei primi Paesi europei ad adottare incentivi finanziari per l’acquisto di auto elettriche, impiantando nello stesso tempo una rete capillare di infrastrutture di ricarica. Lassù il 64,5% delle nuove auto immatricolate nel 2021 sono state veicoli elettrici. Il che la colloca in testa all’elenco compilato dall’associazione dei produttori di automobili europei. La Germania, con il 13,6%, si trova al sesto posto, il Regno Unito (11,6%), al nono.

    L’Italia ha decisamente rallentato sulle auto elettriche. Nel mese di agosto le vendite di auto con possibilità di ricarica (somma di Bev, elettriche pure, e Phev, veicoli ibridi plug-in) si sono attestate a 4.961 unità rispetto alle 6.476 vendute nell’agosto del 2021. Secondo Motus-E (associazione degli stakeholders della mobilità elettrica), il calo registrato è del 23,39%. Le luci in fondo al tunnel in questo caso sono due: la spinta legislativa e la crescente sensibilità da parte dei consumatori. La transizione green non si fermerà. LEGGI TUTTO

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    Fallo per il Pianeta: la campagna social per portare i giovani alle urne

    Tra incendi boschivi, siccità e il tragico episodio della Marmolada, le conseguenze del cambiamento climatico si sono fatte sempre più evidenti e hanno aumentato l’urgenza di prendere dei provvedimenti seri per una svolta green dell’Italia. A pochi giorni dalle elezioni politiche nazionali, il tema della transizione ecologica è sicuramente quello che sta più a cuore a giovani e giovanissimi italiani, molti dei quali potranno votare per la prima volta proprio quest’anno. Infatti, mentre a livello globale la percentuale di Millennials e GenZ che cerca di ridurre il proprio impatto ambientale è del 90%, nel caso degli intervistati italiani si arriva a percentuali anche più elevate, con il 95% dei Millennials e al 96% della GenZ, che afferma di “fare uno sforzo per proteggere l’ambiente”. Eppure, molti under 35 stanno pensando di astenersi dal voto, lasciandosi sfuggire l’opportunità di dirigere l’agenda politica verso un futuro più sostenibile.È proprio per questo motivo che nasce DoItForThePlanet. Per rendere di nuovo i giovani protagonisti del discorso pubblico, per spingerli a far valere le proprie idee e per far emergere le proprie preoccupazioni circa la crisi climatica e il destino energetico del nostro Paese. La campagna è apartitica e sprona a pretendere politiche coraggiose per raggiungere gli obiettivi di sostenibilità di cui il Pianeta ha disperatamente bisogno. In particolare, il nuovo Parlamento avrà il compito di gestire i soldi del PNRR, uno strumento essenziale per risanare, almeno in parte, la situazione socio-economica e ambientale italiana.L’appello si basa su 3 azioni fondamentali: informarsi, condividere il sapere e votare. Un appello semplice e quasi banale ma che nell’era dei politici che si ridicolizzano su Tik Tok non è scontato. E proprio tra Tik Tok e Instagram che nasce la campagna, dove un folto gruppo di influencer giovani e noti sulle piattaforme stanno rilanciando l’hashtag –  tra questi Silvia Moroni, Giorgia Pagliuca, Nicola Lamberti, Andrea Borello, Flavia Carlini, Sofia Pasotto, Andrea Grieco, Alan Cappellini e altri.Ma perché andare a votare è diventato urgente per questa generazione? Ci sono tre ragioni. Il primo motivo è il PNRR – quasi 200 miliardi di euro a debito verranno erogati dall’Europa – sono l’ultima occasione di fare una vera rivoluzione climatica. Dopo, alla Gen Z rimarrà solo un enorme debito da sanare e non avrò mai più risorse simili per cambiare la rotta del sistema Paese. Il secondo motivo di urgenza è che da ormai anni i giovani under 30 si mobilitano per chiedere giustizia climatica ed è servito a poco. La politica non ha ascoltato. E c’è solo un momento in cui i politici hanno bisogno dei cittadini e non il contrario: le elezioni. O si ottiene ora una svolta verde oppure non toccheremo palla per 5 anni. Il terzo motivo è che nei prossimi 5 anni i disastri climatici diventeranno sempre più frequenti e incontrollabili, e il danno all’ecosistema diventerà irrimediabile, con una spirale discendente che avrà dimensioni globali. O si agisce in questa legislatura o mai più.E chi è che può fare la differenza nel pretendere dai partiti in corsa politiche climatiche coraggiose? Gli under 35. Sono loro infatti che rischiano di vivere in un Paese senz’acqua, senza neve, travolto da fenomeni atmosferici devastanti, sono loro che dovranno ripianare un debito pubblico aggravato di altri 200miliardi di euro. Sono loro che potranno godere dei milioni di posti di lavoro verdi creati da una rivoluzione verde, sono loro che aumenteranno la qualità e le aspettative di vita se abiteranno in un Paese in grado di trovare un’armonia tra economia e natura. Insomma, sono loro che hanno tutto da perdere e tutti i motivi per lottare.Siamo convinti che lo faranno, perché in fondo la crisi climatica è una crisi umanitaria, generazionale, che solca le diseguaglianze tra chi ha vissuto all’insegna degli sprechi ed è arrivato alla fine dei suoi anni, e noi che il mondo lo ereditiamo rotto, bruciato e da riparare.Il momento di agire è arrivato, facciamolo per il Pianeta e per noi che lo abitiamo.*Pietro e Glenda sono attivist* di #doitfortheplanet LEGGI TUTTO

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    Da Venezia l'appello per un'industria della moda sostenibile

    L’industria italiana della moda si dà appuntamento a Venezia, il prossimo 27-28 ottobre, in occasione di “Venice Sustainable Fashion Forum 2022”, il primo summit internazionale dedicato a un futuro sostenibile del settore, per lanciare un appello condiviso tra gli attori principali di filiera che renda possibile questa necessaria transizione ecologica.L’evento si terrà presso la Fondazione Giorgio Cini (Isola di San Giorgio): una due giorni per comprendere presente e futuro di un comparto chiave dell’economia italiana, attraverso un articolato programma di dibattiti, analisi di trend, dati, comportamenti di mercato e best practices. Promotori dell’iniziativa sono Confindustria Venezia Area Metropolitana di Venezia e Rovigo e The European House – Ambrosetti, con il patrocinio di Assocalzaturifici, che firmano in particolare la prima giornata, dal titolo “Just Fashion Transition”, Camera Nazionale della Moda Italiana e Sistema Moda Italia (SMI), che cureranno quella del 28 ottobre, dal titolo “The Values of Fashion”. Obiettivo principale del Forum, a cui interverranno istituzioni, brand, professionisti di filiera, rappresentanti del mondo dell’industria e dell’impresa, ong, è accelerare un percorso di transizione sostenibile in un settore che soffre di carenza di dati e di strumenti di misurazione standardizzati.Secondo le rilevazioni effettuate da The European House-Ambrosetti le stime sulle emissioni di carbonio del settore moda registrano uno scostamento fino al 310% tra le diverse fonti interpellate; similmente, le stime sui prelievi annuali di acqua dolce da parte delle imprese evidenziano variazioni fino al 172% l’una dall’altra e fino al 429% rispetto ai dati sull’utilizzo di acqua per la produzione di jeans. A fronte però di questo scenario di incongruenza delle rilevazioni, su cui poi leader politici e aziendali sono chiamati quotidianamente a prendere decisioni fondamentali, emerge l’obbligo per circa mille aziende europee dei settori fashion e lusso di rendere pubbliche annualmente le loro performance quantitative di sostenibilità dal 2023 o, al più tardi, dal 2024, secondo gli standard introdotti dalle nuove direttive europee.L’Italia, in particolare, è prima in Europa per numero di imprese interessate da questa scadenza, quasi 300, seguita dalla Francia con più di 130 e dalla Germania con 110, mentre tutti gli altri Paesi dell’area Ue presentano una media di circa 25 aziende interessate. Numeri che certificano come la transizione ecologica sia una questione strategica per l’industria nazionale della moda, che, con un fatturato di circa 100 miliardi, oltre 500.000 addetti e più di 60.000 aziende, ha il dovere e l’onere di essere al centro del dibattito globale del settore e indicare una strada per la riduzione degli impatti ambientali, sociali ed economici generati da questa industria.L’Europa, d’altra parte, si è posta l’ambizioso obiettivo di diventare il primo continente neutrale per emissioni di carbonio entro il 2050 e ha redatto una tabella di marcia di misure con obiettivi intermedi per il 2030. Il pacchetto “Fit for 55”, approvato dall’Ue nel luglio 2021, ad esempio, prevede una riduzione del 55% delle emissioni di gas serra rispetto ai livelli del 1990 entro il 2030, un aumento al 40% della quota di energie rinnovabili nel mix energetico e un obiettivo di efficienza energetica del 36%1. Nell’ambito del Green Deal, che comprende investimenti per mille miliardi di euro nei prossimi 10 anni per la transizione ecologica, a marzo 2020 la Comunità Europea ha adottato un Piano d’azione per l’economia circolare. Il piano si concentra sui settori ad alta intensità di risorse, tra cui la filiera della moda, e punta sul concetto di circolarità come base per raggiungere l’obiettivo Ue di neutralità climatica entro il 2050. 

    Parima giornata – 27 ottobre

    “Venice Sustainable Fashion Forum 2022” si articolerà in due giorni: la giornata del 27 ottobre dal titolo “Just Fashion Transition” analizzerà gli impatti ambientali e sociali del sistema moda, dando voce agli attori che esercitano pressioni sul sistema e ai rappresentanti della filiera, fornendo per la prima volta i risultati di un assessment di sostenibilità condotta sulle aziende delle filiere della moda italiana. La giornata si concluderà con la presentazione di raccomandazioni e proposte da presentare alle istituzioni italiane e internazionali volte a favorire una transizione giusta.

    Seconda giornata – 28 ottobre

    La giornata del 28 ottobre dal titolo “The Values of Fashion” svilupperà le tematiche più attuali relative alla sostenibilità del fashion ed alle responsabilità degli attori della filiera.  Le aziende moda e quelle della filiera si confronteranno per tracciare lo stato dell’arte del settore sui temi della sostenibilità, definire le nuove sfide e tracciare la strada per implementare. Le aziende testimonieranno come stanno trasformando le attività della catena del valore attraverso l’implementazione di buone pratiche verso una industria concretamente sostenibile e discuteranno le criticità affrontate e superate e i benefici ottenuti. LEGGI TUTTO

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    Cittadinanzattiva: nelle scuole italiane 45 crolli in un anno

    ROMA – L’associazione Cittadinanzattiva ha allestito un osservatorio sul patrimonio immobiliare scolastico da quando, vent’anni fa, una scuola crollò a San Giuliano in Puglia soffocando ventisei bambini. E vent’anni dopo l’osservatorio registra 45 crolli, tra settembre 2021 e agosto 2022, dieci in più dell’anno scorso. Sono stati senza gravi conseguenze, per fortuna. Sono avvenuti lontani dagli orari di lezione, di notte, nel weekend. Nel 2019, anno da primato per i distacchi in classe, i crolli registrati dalla stampa furono 47: il problema, si vede, resta irrisolto.

    Più della metà degli istituti scolastici italiani resta senza certificazioni di agibilità statica (58 per cento) e di prevenzione incendi (55 per cento). Vent’anni dopo, il 40 per cento non ha ancora avuto collaudo statico. È un messaggio così usurato, quello delle scuole malconce, che si rischia di non ascoltarlo. 

    Scuole a rischio: distacchi e crolli ogni tre giorni dall’inizio dell’anno

    di ILARIA VENTURI

    02 Aprile 2019

    D’altronde, il patrimonio edilizio scolastico è vecchio: più del 40 per cento dei plessi è stato costruito prima del 1976. Gli istituti secondari di secondo grado mostrano, più degli altri, le crepe dovute all’età, i ritardi degli interventi conservativi e una lunga interruzione nell’assegnazione dei fondi alle Province, enti proprietari degli immobili depauperati di risorse finanziarie, tecniche, professionali. Nel Lazio il certificato di prevenzione lo ha solo una scuola su dieci, in Calabria e Sardegna due su dieci.

    Rischio terremoto

    Sono undici le regioni che hanno comuni in zona 1, quella a elevato rischio sismico. Tutte, a eccezione della Sardegna, hanno municipi e scuole in zona 2 (rischio medio-elevato). Sono 4,3 milioni i bambini e i ragazzi che risiedono in queste due aree. Eppure gli edifici migliorati e adeguati sismicamente sono soltanto il 2 per cento. Le prove di evacuazione, obbligatorie almeno due volte l’anno, nel 2020-2021 sono state effettuate in poco più della metà delle scuole (56%).

    Superiori sovraffollate

    Nell’anno scolastico 2021-2022 gli studenti iscritti agli istituti secondari di secondo grado sono stati 2.661.856, pari al 36 per cento del totale degli studenti. Gli edifici delle superiori sono 7.143, il 18 per cento del totale. Per un terzo neppure si conosce il periodo di costruzione. Sono, ancora, 9.974 le classi delle superiori con più di 26 studenti all’interno, l’8 per cento. I licei scientifici hanno il maggior numero di classi con non meno di 27 studenti, il 13 per cento del totale.

    Gli investimenti del Pnrr

    Si legge nel rapporto di Cittadinanzattiva: “A partire dal 2015 i governi hanno investito in maniera importante sull’edilizia scolastica del nostro Paese. Ora, grazie al Piano nazionale di ripresa e resilienza, arrivano altri 12,6 miliardi di euro per l’ammodernamento e la messa in sicurezza di molti istituti, la costruzione di nuove scuole (ancora poche), di ambienti digitali, di mense, di palestre e di servizi 0-6″. A eccezione dei nidi, le richieste degli Enti locali sono state di gran lunga superiori alle disponibilità offerte dal Pnrr. Rispetto ai 216 le richieste per costruire nuovi edifici scolastici sono state 543; 444 le palestre ammesse a finanziamento su 2.859 richieste; 1.000 le mense su 1.088 domande. 

    Adriana Bizzarri, coordinatrice nazionale scuola di Cittadinanzattiva, dice: “Chiediamo un impegno importante alle forze politiche affinché diano continuità agli stanziamenti per l’edilizia scolastica, oltre il Pnrr. Bisogna garantire la manutenzione ordinaria e straordinaria delle scuole e investire sulla salute a partire dalla ventilazione nelle aule”.

    Basta con le classi seggi elettorali

    Tra le dieci priorità indicate da Cittadinanzattiva a proposito di scuola, la prima chiede di sostenere economicamente i comuni affinché spostino i seggi elettorali in sedi alternative rispetto alle scuole e si sperimenti il voto elettronico, come previsto dal Decreto legge 41/2022. Per le ormai vicine elezioni del 25 settembre, si propone ai dirigenti scolastici di non interrompere le attività didattiche ma di proseguirle all’esterno. LEGGI TUTTO

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    Le 100 proposte di Legambiente per la transizione ecologica che serve all'Italia

    Che transizione ecologica serve all’Italia e che in direzione dovrà andare la prossima legislatura? Legambiente, in vista delle elezioni del 25 settembre, presenta ai partiti in corsa la sua agenda per la prossima legislatura. Un documento che raccoglie 100 proposte, suddivise in 20 ambiti tematici, con riforme e interventi sulla transizione ecologica e che hanno al centro: lotta alla crisi climatica, dimenticata in questa campagna elettorale, innovazione tecnologica, lavoro e inclusione sociale. Temi e contenuti fondamentali per il futuro del Paese.Se la transizione ecologica italiana andrà in questa direzione potrà contribuire davvero a tutelare l’ambiente, creare nuova occupazione, realizzare nuovi impianti di economia verde e aiutare famiglie e imprese a ridurre il caro bollette. Sul fronte occupazionale l’Italia, secondo l’ultimo Rapporto Green Italy di Fondazione Symbola e Unioncamere, vantava a fine 2020 oltre 3,1 milioni di occupati in green job. La spinta che può arrivare dalle rinnovabili, in coerenza con il pacchetto europeo REPowerEU, secondo l’associazione confindustriale Elettricità Futura garantirebbe 470.000 nuovi posti di lavoro entro il 2030, in aggiunta ai 120.000 di oggi. Secondo Fondazione Enel e The European House-Ambrosetti in Italia il percorso verso emissioni nette pari a zero entro il 2050 creerà 2,6 milioni di nuovi posti di lavoro.Accanto alle 100 proposte, Legambiente indica anche 3 fari da seguire:

    l’Europa che ha una leadership importante a livello internazionale nella lotta alla crisi climatica;
    la riconversione ecologica del tessuto produttivo, che può garantire milioni di nuovi posti di lavoro, l’apertura di nuovi impianti produttivi o la riconversione di quelli già esistenti;
    la giusta transizione ecologica, un obiettivo da perseguire in primis penalizzando economicamente le aziende più inquinanti, a partire da quelle che hanno fatto extraprofitti clamorosi nel settore delle fossili; favorendo le riconversioni delle competenze professionali e dei cicli produttivi a maggior impatto ambientale, utilizzando anche le risorse europee del Just Transition Fund; contrastando gli interessi ecomafiosi che stanno già puntando ad acquisire appalti e risorse dedicati alla riconversione ecologica dell’economia; combattendo la povertà energetica e facilitando l’accesso a servizi e più innovative ai meno abbienti.

    “I prossimi cinque anni saranno fondamentali per tutelare ambiente, famiglie e imprese. Non si commettano gli errori del governo Draghi sulla transizione ecologica che serve al Paese”, ha commentato il presidente Stefano Ciafani. I cittadini possono sottoscrivere l’appello ai prossimi governo e Parlamento per chiedere di intervenire subito contro la crisi climatica ed energetica, con misure concrete, immediate e durature per la transizione ecologica dell’Italia.

    Ecco le 100 proposte

    I. Lotta alla crisi climatica, politiche di mitigazione e adattamento

    1. Eliminare i sussidi alle fonti fossili.2. Aggiornare il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) al piano europeo REPowerEU.3. Fissare un tetto ai profitti delle aziende che estraggono e trasportano gas fossile o petrolio.4. Ridurre le dispersioni dirette di gas metano fino alla loro eliminazione.5. Approvare il Piano nazionale sull’adattamento climatico, in standby dal 2018.6. Ripensare le politiche territoriali, a partire dalle aree urbane, mettendo in campo le azioni per ridurre il rischio idrogeologico e quello sanitario da ondate di calore.

    II. Impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili

    7. Velocizzare l’iter di autorizzazione degli impianti a fonti rinnovabili, potenziando la Commissione VIA/VAS del MITE e gli uffici competenti delle Regioni.8. Approvare entro fine 2022 il decreto attuativo sulle semplificazioni sugli impianti a fonti rinnovabili previsto dalla legge delega sulla concorrenza.9. Aggiornare le linee guida per l’autorizzazione degli impianti alimentati da fonti rinnovabili, rimaste ferme al DM del MISE del 10 settembre 2010.10. Approvare i decreti attuativi della legge di recepimento della direttiva RED II, a partire da quello sulle Comunità energetiche rinnovabili.11. Promuovere la produzione di biometano da FORSU, scarti agricoli, refluizootecnici e fanghi di depurazione approvando i decreti attuativi mancanti.12. Attivare il dibattito pubblico sugli impianti a fonti rinnovabili al di sopra dei 10 MW di potenza installata.

    III. Paesaggio

    13. Completare l’approvazione dei Piani Paesaggistici regionali co-pianificati.

    IV. Nucleare e deposito nazionale dei rifiuti radioattivi

    14. Localizzare con trasparenza e coinvolgimento territoriale e realizzare il deposito per i rifiuti radioattivi a media e bassa attività.

    V. Economia circolare

    15. Facilitare la realizzazione di una rete impiantistica innovativa su tutto il territorio nazionale.16. Semplificare l’iter tortuoso di approvazione dei decreti End of waste.17. Penalizzare economicamente lo smaltimento dei rifiuti in discarica in modo più efficace,18. Applicare l’obbligo di tariffazione puntuale su tutto il territorio nazionale.19. Estendere l’obbligo di utilizzare i Criteri ambientali minimi (Green Public Procurement) agli affidamenti di qualsiasi importo e tipologia di opere, beni e servizi da parte della Pubblica Amministrazione e delle società miste pubblico/private e avviare un programma di formazione e controllo.

    VI. Rigenerazione urbana, efficientamento energetico degli edifici e ricostruzione post terremoto

    20. Approvare la legge contro il consumo di suolo.21. Semplificare gli interventi di rigenerazione urbana.22. Riordinare tutti i bonus edilizi in norme tecniche per l’efficientamento energetico e la messa a norma antisismica degli edifici.23. Approvare il “Codice della ricostruzione” per essere più efficaci e celeri nell’affrontare le diverse e continue calamità naturali a cui è soggetto il nostro Paese.

    VII. Mobilità sostenibile

    24. Fermare i bonus per l’acquisto delle auto a combustione interna e privilegiare gli interventi a sostegno della riconversione industriale verso la mobilità elettrica e gli investimenti nelle infrastrutture di mobilità sostenibile a zero emissioni.25. Promuovere il bonus mobilità sostenibile contro il caro energia e il caro auto.26. Investire nuove risorse nel Trasporto Rapido di Massa.27. Promuovere i piani integrati di mobilità nelle città e nei territori (PUMS) come piani locali di transizione.28. Dare ulteriore impulso alla costruzione della rete di colonnine di ricarica elettrica pubblica.29. Sostenere gli investimenti nella riconversione industriale, nell’economia circolare delle batterie e nella produzione di microprocessori.30. Varare un nuovo piano trasporti e logistica delle merci.31. Varare una revisione fiscale generale dei trasporti.

    VIII. Trasporto ferroviario e pendolare

    32. Far assumere al MIMS un ruolo di spinta e coordinamento della mobilità sostenibile nelle aree urbane.33. Garantire in tutte le aree del Paese standard minimi di qualità sul trasporto ferroviario regionale.34. Aumentare le risorse del Fondo nazionale trasporti recuperando i tagli effettuati.35. Aumentare l’offerta di servizio con più treni, in particolare nelle aree urbane nelle ore di punta.36. Rinnovare il contratto per i treni Intercity.37. Continuare il rinnovo e potenziamento del parco circolante di treni.

    IX. Ponte sullo Stretto di Messina

    38. Abbandonare il progetto e rilanciare gli investimenti in collegamenti veloci e frequenti tra la Sicilia, la Calabria e il resto della Penisola.39. Portare le Frecce nei collegamenti tra Palermo, Catania e Roma.40. Potenziare il trasporto via nave lungo lo Stretto.41. Rafforzare i collegamenti in treno da Reggio Calabria a Taranto e Bari.

    X. Agroecologia

    42. Rendere pienamente operativa la legge sull’agricoltura biologica.43. Velocizzare l’autorizzazione dei progetti di impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili (digestori anaerobici per produrre biometano dagli scarti agricoli o dai reflui zootecnici, impianti fotovoltaici sui tetti e agrivoltaici sui terreni agricoli).44. Approvare il nuovo Piano di Azione Nazionale sull’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari.45. Approvare la legge contro gli illeciti agroalimentari e le agromafie.46. Non andare in deroga alle misure ambientali previste dal Piano StrategicoNazionale per la PAC.

    XI. Aree protette, biodiversità, foreste e pesca

    47. Garantire risorse adeguate per la tutela della biodiversità contro i cambiamenti climatici.48. Rafforzare le norme per la tutela del capitale naturale.49. Promuovere i Parchi a emissioni zero come laboratori privilegiati della transizione ecologica.50. Riconoscere i servizi ecosistemici a beneficio delle comunità locali.51. Tutelare il Mediterraneo e promuovere la pesca sostenibile.52. Favorire la gestione sostenibile delle foreste.

    XII. Inquinamento atmosferico

    53. Riqualificare lo spazio pubblico urbano rendendolo a misura d’uomo.54. Promuovere una drastica riqualificazione energetica degli edifici verso emissioni zero.55. Garantire un efficace monitoraggio delle pratiche agricole per ridurre drasticamente le emissioni di ammoniaca.56. Intensificare i controlli sulle fonti puntuali e diffuse delle aree industriali.

    XIII. Gestione della risorsa idrica

    57. Raggiungere gli obiettivi stabiliti dalla Direttiva quadro sulle acque (2000/60) da raggiungere nel 2015 e prorogati al 2027.58. Pianificare gli usi dell’acqua59. Ricostituire una regia unica .della risorsa idrica, a partire delle Autorità di bacino distrettuale.60. Innovare il sistema agroalimentare italiano con finanziamenti fortemente orientati a favorire il minor consumo di acqua.61. Avviare una diffusa azione di ripristino ambientale, con particolar attenzione alla rinaturazione fluviale in coerenza con gli impegni della Strategia Europea per la Biodiversità.62. Ridurre le perdite degli acquedotti, dando priorità alla rete di distribuzione cittadina.63. Completare la rete fognaria e realizzare interventi volti alla separazione delle acque reflue civili da quelle industriali e di prima pioggia.64. Riqualificare gli impianti di depurazione esistenti, spesso inefficienti, sottodimensionati e in difficoltà, e costruire gli impianti nuovi.65. Mettere al bando nella produzione e nella commercializzazione quelle sostanze inquinanti, persistenti e bioaccumulabili che stanno generando problemi di tipo ambientale e sanitario in alcune parti del Paese come i PFAS.

    XIV. Bonifiche dei siti inquinati

    66. Velocizzare l’iter autorizzativo e facilitare l’uso delle tecnologie in situ.67. Istituire un fondo nazionale per la bonifica dei siti orfani.68. Garantire l’autosufficienza di ogni Regione e Provincia autonoma rispetto allo smaltimento dei rifiuti contenenti amianto.

    XV. Riconversione industriale

    69. Promuovere una giusta transizione in quei territori al centro di vertenze ambientali e occupazionali molto pesanti o dove sono attive ancora oggi le centrali a carbone da chiudere entro il 2025.70. Promuovere l’innovazione ambientale di processo nei cicli produttivi attraverso incentivi del MISE finalizzati al rispetto del principio europeo DNSH (Do No Significant Harm, “non arrecare un danno significativo”).

    XVI. Lotta all’illegalità e rafforzamento dei controlli

    71. Approvare nuove norme in materia di lotta alla gestione illecita dei rifiuti, alle illegalità lungo le filiere agroalimentari, e per la tutela della fauna e della flora protette.72. Finanziare un Programma nazionale di formazione in materia di contrasto ai fenomeni d’illegalità ambientale e contro il patrimonio culturale, rivolto a magistratura, forze dell’ordine, capitanerie di porto, personale delle Arpa, polizia municipale.73. Approvare un emendamento di modifica dell’art.10 bis della legge 120/2020 sulla demolizione di opere abusive per ricondurre a un’interpretazione autentica della disposizione che affida ai prefetti la responsabilità degli abbattimenti in caso d’inerzia dei Comuni.74. Chiudere con la stagione dei condoni edilizi, obbligando i Comuni a evadere definitivamente le richieste di sanatoria presentate con i tre condoni del 1985, 1994, 2003.75. Approvare i decreti di attuazione della legge 132/2016 che ha istituito il Sistema nazionale a rete per la protezione dell’ambiente (SNPA).76. Rimuovere la clausola di invarianza dei costi per la spesa pubblica prevista nella Legge 132/2016 sul SNPA.77. Introdurre con una modifica normativa il finanziamento per le attività atte a garantire su tutto il territorio nazionale le prestazioni minime essenziali delle Arpa (Lepta).78. Garantire l’accesso gratuito alla giustizia per le associazioni iscritte nel Registro unico nazionale del Terzo settore.

    XVII. Turismo

    79. Dare seguito alla legge delega approvata dal Parlamento per avviare percorsi di trasparenza nell’affidamento delle concessioni balneari a partire dal 2024, inserendo criteri di premialità ambientale.80. Avviare un percorso di rigenerazione del litorale costiero che ponga fine alla stagione delle proroghe delle concessioni balneari, combatta privilegi ed erosione costiera con stabilimenti più accessibili e sostenibili.81. Avviare un piano per un litorale libero dalla plastica.82. Individuare nei cammini e nei percorsi cicloturistici i primi assi di una nuova strategia turistica che abbia al centro un’idea originale e innovativa di turismo attivo e sostenibile.83. Concentrare le azioni più significative su territori in grado di coniugare al meglio queste proposte e integrarle con le loro prospettive di sviluppo (parchi, aree marine protette, borghi, territori di montagna ed entroterra).84. Sviluppare prodotti legati a turismo attivo, benessere e turismo slow.85. Affrontare i problemi sociali e urbanistici generati dalle grandi piattaforme per gli affitti brevi, soprattutto nelle città d’arte.

    XVIII.Piccoli Comuni

    86. Dare attuazione alla legge 158/2017.87. Completare il quadro normativo sulle Comunità energetiche rinnovabili.88. Supportare le strutture tecniche e semplificare gli iter burocratici.89. Superare il digital divide.90. Riabitare i borghi.91. Puntare per le aree interne su reti territoriali.

    XIX. Istruzione, educazione e formazione

    92. Promuovere un nuovo modello di governance dell’educazione capace di contrastare le varie forme di povertà educativa.93. Favorire la messa in sicurezza e l’efficientamento energetico di tutte le scuole entro il 2030.94. Attivare competenze chiave e di cittadinanza per l’apprendimento permanente.95. Ricostruire processi di valorizzazione della professionalità docente.

    XX. Pace

    96. Attivare politiche di disarmo soprattutto nucleare.97. Sostenere una politica multilaterale nell’ambito delle nazioni Unite.98. Condividere una necessaria riforma istituzionale per un’Europa più collegiale e partecipata.99. Ripensare alle politiche di migrazione ragionando sulla proposta culturale di un paese multietnico nell’ambito delle politiche europee di accoglienza basate su una garanzia di diritti per tutti.100. Investire nel nostro sistema nazionale di cooperazione, raggiungendo l’obiettivo di devolvere lo 0,7% della ricchezza nazionale in aiuto pubblico per lo sviluppo. LEGGI TUTTO

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    Un terzo delle specie di alberi è a rischio estinzione. Con effetti catastrofici

    Nel giardino botanico di Curepipe, isole Mauritius, svetta alto un esemplare di Hyophorbe amaricaulis, una palma che raggiunge circa 12 metri. Ed è un essere vivente unico nel suo genere, letteralmente: si tratta infatti dell’ultimo rappresentante della sua specie, tanto da guadagnarsi il triste soprannome di “palma più solitaria al mondo”. Alla solitudine di H. amaricaulis, purtroppo, potrebbero presto aggiungersene altre: lo ha appena svelato un’équipe di ricercatori del progetto State of the World’s Trees – 45 scienziati da 20 nazioni diverse – che, in un articolo pubblicato sulla rivista Plants, People, Planet, ha confermato che un terzo delle specie di alberi oggi note, pari a circa 17mila specie uniche, sia a serio rischio estinzione; e che la perdita di queste specie comporterebbe gravi conseguenze su economie, stili di vita e alimentazione locali. 

    “Lo scorso anno”, ha raccontato al Guardian Malin Rivers, primo autore del lavoro ed esperto di conservazione delle specie al Botanic Gardens Conservation International (Bgci), “abbiamo pubblicato un grande rapporto sullo stato degli alberi nel mondo, in cui mostravamo che 17.500 specie di alberi, circa un terzo delle 60mila conosciute, fossero a rischio estinzione. Oggi vogliamo evidenziare perché la notizia è così importante: se non facciamo qualcosa subito per invertire questa tendenza, l’impatto sugli esseri umani in termini di stile di vita ed economia sarà molto significativo. Dal punto di vista ecologico, l’impatto sarà catastrofico”.

    Biodiversità

    Clima, non tutte le foreste corrono lo stesso rischio: una mappa globale

    di

    Simone Valesini

    01 Settembre 2022

    Secondo le stime degli autori del lavoro, le foreste mondiali contribuiscono per circa un biliardo e mezzo di euro all’economia globale. Il bene più importante, sempre dal punto di vista economico, è ovviamente il legname, ma anche la frutta dà un contributo non indifferente: più della metà di tutta la frutta disponibile per il consumo globale, infatti, proviene dagli alberi. E ancora: a livello globale oltre un miliardo e mezzo di persone vive entro cinque chilometri da una foresta, e dalla foresta dipende il loro lavoro e dunque la loro sopravvivenza; nelle nazioni in via di sviluppo, lo sfruttamento delle foreste contribuisce fino a un quarto del reddito delle famiglie.

    Fact Checking

    A che punto siamo con la promessa di mille miliardi di alberi del G20

    di

    Laura Loguercio (Pagella Politica)

    06 Settembre 2022

    “Alcune persone vivono nelle foreste”, continua ancora Rivers, “e le sfruttano per sussistenza, alimentazione, rifugio e perfino per le medicine. Per molte più persone le foreste rappresentano una fonte di reddito: tutta questa gente sarà colpita molto significativamente dall’estinzione degli alberi. Inoltre, molti di questi alberi hanno un significato spirituale o culturale: se queste specie si estingueranno, ne andrà perduta anche l’eredità culturale, come per gli alberi del sangue di drago dello Yemen o i baobab del Madagascar”. 

    Ancora più grave – “catastrofico”, per l’appunto – l’impatto su ecosistemi e biodiversità: almeno metà di tutti gli animali e le piante che popolano il pianeta fa affidamento sugli alberi per la propria sopravvivenza. Le foreste, nel complesso, ospitano il 75% delle specie di uccelli, il 68% delle specie di mammiferi e 10 milioni di specie di vertebrati: e tutte queste specie sono già diminuite del 53% dal 1970, in seguito all’aumento della deforestazione. E infine, last but not least, gli effetti sul clima: al momento, le foreste “stoccano” circa la metà di tutta l’anidride carbonica del pianeta, e la loro riduzione comporta un aumento netto delle emissioni: “La novità che emerge dal nostro lavoro”, conclude Rivers, “è che non è solo la quantità degli alberi a essere importante, ma anche la loro diversità: le foreste, infatti, possono stoccare molta più anidride carbonica rispetto alle monocolture. E lo stesso vale per molte altre funzioni biologiche, come gli habitat degli animali, la stabilizzazione del suolo, la resilienza a parassiti, malattie, condizioni meteorologiche avverse e incendi”. L’umanità è avvisata. LEGGI TUTTO