8 Settembre 2022

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    Gli scienziati del clima chiedono un incontro ai politici per contrastare insieme la crisi climatica

    La crisi climatica in Italia rischia di minare dalle fondamenta qualsiasi idea di sviluppo futuro del nostro Paese. La situazione è stata chiaramente descritta nella lettera alla politica italiana elaborata all’interno della Società Italiana per le Scienze del Clima, in cui si è chiesto di individuare questo tema come prioritario nei programmi elettorali. Questa realtà oggettiva è stata posta all’attenzione anche dei cittadini, che hanno aderito in gran numero (ad oggi, oltre 220mila) alla richiesta degli scienziati del clima, firmando la relativa petizione.
    La situazione è drammatica, ma non si agisce a sufficienza, spesso presi da altre priorità emergenziali nelle nostre vite personali e nelle nostre società: la precarietà, la pandemia, la guerra, la scarsità di gas. Talvolta c’è anche il timore che agire per la crisi climatica e ambientale distolga risorse da altri progetti fondamentali, personali e politici (al punto da cercare talora sollievo ospitando, in noi stessi e nel discorso pubblico, tesi che negano la crisi climatica, purtroppo infondate). 

    Agire fondandosi sul dato scientifico diventa allora cruciale: si possono evitare azioni costose ma che non sono particolarmente efficaci, concentrandosi su quelle necessarie; soprattutto, si può evitare l’aggravarsi della crisi climatica, che, con il moltiplicarsi delle emergenze, ci costringerebbe sempre più a destinare le nostre risorse, private e pubbliche, alla mera gestione emergenziale della crisi. 

    È proprio riconoscendo la diversità dei nostri progetti, personali e politici, che come scienziati del clima e dell’ambiente raccolti nel comitato “La Scienza al Voto” lanciamo il progetto “Scegliamo Il Futuro”: scegliamo il diverso futuro che ognuno di noi auspica, ma scegliamo anche di garantirci la possibilità di avere tout court il futuro, inteso come un periodo da poter plasmare e non da dover inseguire. Dobbiamo agire tutti insieme per fare quel che è necessario per contrastare la crisi climatica e ambientale! 

    Ci rivolgiamo dunque ai cittadini, alle imprese e alla politica, proponendo sul sito scegliamoilfuturo.org una serie di comportamenti scientificamente fondati (individuali, collettivi, per le imprese e per le istituzioni) e invitando a diffondere la campagna tra le persone vicine e lontane, anche come visioni del mondo, perché quel che ci unisce è molto di più di quel che ci divide: vogliamo tutti avere la libertà di scegliere democraticamente il nostro futuro, e lottando contro la crisi climatica tuteleremo il complesso di ecosistemi da cui dipende la nostra stessa vita.

    L’appello

    Lettera aperta degli scienziati del clima alla politica italiana

    03 Agosto 2022

    Ci rivolgiamo in particolare alle forze politiche. Per permettere di realizzare la vostra visione del mondo, accettate il contributo della scienza nella lotta alla crisi climatica e ambientale. Si tratta di un campo di azione fondamentale, che rappresenta la base comune per garantire la libertà di creare i diversi futuri che immaginate.  

    Operativamente, chiediamo alle forze politiche di partecipare ai massimi livelli ad un incontro a Roma, il 19 settembre, presso la sede del CNEL, cui invitiamo anche gli scienziati all’origine di altri appelli alla politica in questa campagna elettorale, per definire un soggetto di collaborazione istituzionale tra scienza e politica sulla crisi climatica e ambientale, che venga posto in essere a inizio legislatura e consenta alla politica di attuare azioni scientificamente fondate per la lotta alla crisi climatica.  

    Sarà un incontro interessante e necessario. Noi come scienziati metteremo a disposizione i nostri dati e le nostre conoscenze scientifiche, che possono portare a soluzioni scientificamente fondate alla crisi climatica. Voi politici, che avete il compito storico di coniugare lo sviluppo delle nostre società con la tutela e la messa in sicurezza dei loro stessi fondamenti materiali – un compito che richiede un’arte straordinaria di gestire le politiche pubbliche – potrete discutere apertamente le vostre visioni del futuro e confrontarvi tra voi e con noi sulla soluzione della crisi climatica. Insieme potremo cominciare ad individuare le azioni basilari comuni che andranno comunque intraprese per garantirci di poter “scegliere il futuro”, aprendo la strada ad una collaborazione istituzionale tra scienza del clima e politica di cui presenteremo uno schema di progetto.

    Noi cercheremo di essere all’altezza del momento; siamo sicuri che ci proverete anche voi. Appuntamento al 19 settembre.

    Il comitato scientifico“La Scienza al Voto”:Antonello Pasini, Carlo Barbante, Leonardo Becchetti, Alessandra Bònoli, Carlo Cacciamani, Stefano Caserini, Claudio Cassardo, Andrea Filpa, Francesco Forastiere, Fausto Guzzetti, Vittorio Marletto, Cinzia Perrino, Mario Motta, Gianluca Ruggieri, Federico Spanna,Stefano Tibaldi, Francesca Ventura LEGGI TUTTO

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    Con più sole il Covid si diffonde meno

    È dai primi mesi di pandemia che si indagano le dinamiche che influenzano la diffusione di Sars-Cov-2. E in particolare, la possibilità che fattori climatici come temperature, quantità di luce solare giornaliera, umidità, possano aumentare o diminuire la circolazione del virus, e guidare in qualche modo le ondate pandemiche. A più di due anni dai primi casi di Covid, oggi i dati epidemiologici a disposizione degli scienziati sono molto più abbondanti, e un progetto di ricerca guidato dal Qatar Environment & Energy Research Institute ha deciso di utilizzarli per chiarire, una volta per tutte, la situazione. I loro risultati, pubblicati sulla rivista Plos One, indicano un unico fattore climatico correlato fortemente con la probabilità di circolazione del virus: l’esposizione alle radiazioni ultraviolette.

    Lo studio

    Il cambiamento climatico aumenta il rischio spillover: possibili 15mila nuovi virus entro il 2070

    27 Aprile 2022

    Come dicevamo, non è la prima volta che si tenta di capire se il clima è un fattore importante che guida le ondate di Covid. E già in passato alcune ricerche avevano ipotizzato che fossero proprio le condizioni climatiche ad aver favorito la maggiore diffusione dei casi vista nei Paesi settentrionali, tenendo invece al riparo quelli più vicini all’equatore dalle conseguenze peggiori di questa pandemia. Non tutti gli esperti, però, sono della stessa opinione, e gli studi disponibili non permettevano finora di trarre conclusioni definitive. 

    Lo studio

    Nel nuovo studio i ricercatori hanno utilizzato i dati epidemiologici provenienti da 196 nazioni e relativi a 14 mesi di pandemia. Prendendo in considerazione variabili socioeconomiche, ambientali, climatiche e tendenze epidemiologiche globali, per verificare quali parametri permettessero di prevedere con più precisione l’evoluzione dei contagi. I dati sono quindi stati analizzati utilizzando tre distinti approcci statistici. 

    Le tre variabili dell’epidemia

    Parlando in assoluto, le tre variabili maggiormente collegate alla riduzione dei contagi sono state la quantità di popolazione suscettibile all’infezione, la capacità di far rispettare i lockdown e il numero di tamponi effettuati giornalmente. Guardando però alle variabili relative al clima, l’unica che ha mostrato una forte correlazione con l’andamento della pandemia è stata l’esposizione quotidiana ai raggi ultravioletti: al crescere della quantità di raggi UV registrata in un’area diminuisce il numero di contagi. Un risultato che non dovrebbe stupire – scrivono i ricercatori nello studio – perché è dimostrata da tempo la capacità dei raggi UV di neutralizzare il virus.

    L’intervista

    “Coronavirus, non date la colpa al pipistrello: senza la nostra complicità lo spillover è improbabile”

    di

    Anna Lisa Bonfranceschi

    26 Febbraio 2022

    Per quanto riguarda altre variabili collegate ai climi caldi, come temperature, umidità e ore di sole, i risultati dei tre modelli di analisi utilizzati hanno mostrato diverse discrepanze, e quindi nonostante giochino probabilmente un ruolo anch’esse nelle dinamiche di trasmissione della malattia, lo studio non permette di trarre conclusioni certe a riguardo. Anche così, i ricercatori sono soddisfatti dei loro risultati: la consapevolezza di una correlazione tra radiazioni ultraviolette e circolazione del virus potrebbe infatti aiutare a definire i profili di rischio delle singole nazioni, e le migliori strategie di mitigazione del rischio.

    Longform

    Siccità, ondate di calore, meteo estremo: il manuale di sopravvivenza che non c’è

    di

    Jaime D’Alessandro

    08 Luglio 2022

    “L’impatto del clima sui tassi di trasmissione di Covid è stata indagata da molte ricerche, ma ne sappiamo ancora relativamente poco”, scrivono gli autori nelle conclusioni dello studio. “Il nostro lavoro dimostra che i fattori meteorologici giocano un ruolo importante nelle analisi dei rischi relativi a Covid realizzate con metodi statistici, econometrici e con modelli di machine learning. E che le radiazioni UV sono probabilmente il fattore principale che influenza la diffusione del virus”. LEGGI TUTTO

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    Leggi, finanziamenti, tecnologia: come creare una comunità energetica

    Caro bollette e abbandono delle fonti fossili sono soltanto due tra le ragioni che spingono sempre più Comuni, imprese e associazioni di cittadini a optare per le comunità energetiche rinnovabili (CER). Si tratta infatti di una forma di produzione di energia che genera benefici multipli: taglio delle emissioni, risparmi in bolletta, accumulo, vendita alla rete della quota di energia autoprodotta in eccesso. In più, le comunità energetiche contribuiscono ad attivare processi di partecipazione diretta, a coinvolgere insomma i cittadini in azioni fondamentali per la vita e il benessere di tutti. 

    In Italia sono ancora poche, nell’ordine di alcune decine, a fronte ad esempio del centinaio tedesche, ma è forte la richiesta di informazioni pratiche su come funzionano, come costituirle, quali sono i requisiti per avviarle e quale l’iter burocratico per le autorizzazioni. Ecco alcune risposte a questi quesiti.

    L’avvio della legge in Italia

    In Italia sono arrivate con una prima sperimentazione introdotta dalla conversione in legge del decreto Milleprorghe 2019, poi ampliata con il recepimento della direttiva europea Red II, per far sì che, nel 2030, la quota di energia da fonti rinnovabili nel consumo finale lordo di energia dell’Unione sia almeno pari al 32%. In questo provvedimento si dispone per le comunità energetiche l’ampliamento del perimetro d’aggregazione e la rimozione del limite di 200 kW di potenza per gli impianti installati, che potranno arrivare fino a un massimo di un megawatt.

    Le idee

    Le comunità energetiche rinnovabili sono la risposta strutturale a caro bollette e crisi climatica

    di

    Rossella Muroni

    11 Febbraio 2022

    Una definizione di CER

    La normativa più recente definisce le CER come associazioni costituite da enti pubblici locali, aziende, attività commerciali o cittadini privati, che decidono di dotarsi di infrastrutture per la produzione di energia proveniente da fonti rinnovabili e l’autoconsumo, tramite un modello di condivisione. Sono, insomma “forme energetiche collaborative”, basate su un sistema di scambio locale. I loro obiettivi sono:

       la lotta allo spreco energetico
       la condivisione di energia a prezzi vantaggiosi
       la possibilità di ridurre notevolmente le emissioni di CO2

    I componenti di una comunità energetica si possono suddividere in:

      prosumer: coloro che hanno installato un impianto con accumulo
      consumer: coloro che non hanno un sistema di produzione di energia, né un impianto privo di batteria, ma che intendono partecipare ai vantaggi della formula comunitaria

    Come si forma una comunità energetica

    Per fondare una comunità energetica, si parte dalla creazione di un soggetto giuridico (quale un’associazione, una cooperativa, ecc…) che rappresenti i futuri soci della comunità (persone fisiche, piccole o medie imprese, enti territoriali, amministrazioni pubbliche locali). Bisogna poi individuare l’area dove installare l’impianto (o gli impianti) di produzione, che si deve trovare in prossimità dei consumatori stessi. 

    Non è necessario che l’impianto sia di proprietà della comunità; può essere messo a disposizione da uno solo dei membri partecipanti o più di uno, se non addirittura da un soggetto terzo. 

    Infine, ogni membro della comunità deve installare uno smart meter; ovvero un contatore intelligente che riesce a rilevare in tempo reale le informazioni sulla produzione, l’autoconsumo, la cessione e il prelievo dalla rete dell’energia. 

    Come sottolinea l’Enea nel suo vademecum ci sono inoltre alcuni requisiti:  

    La partecipazione alla comunità deve essere aperta e basata su criteri oggettivi, trasparenti e non discriminatori. I partecipanti mantengono i loro diritti come clienti finali, compresi quelli di scegliere il proprio fornitore ed uscire dalla comunità quando lo desiderano
    La comunità energetica rinnovabile deve essere formata dai consumatori ubicati nelle prossimità dell’impianto di generazione
    Gli impianti devono avere potenza complessiva non superiore a 200 kW

    L’intervista

    A Pisa la prima cattedra al mondo in comunità energetiche

    di

    Luca Fraioli

    07 Settembre 2022

    Qual è la tecnologia necessaria

    La prima cosa è verificare qual è la cabina elettrica a cui allacciarsi (sulla base del concetto di vicinanza indicato dalla legge, che considera “vicini” i titolari di connessioni su rete elettriche di bassa tensione alimentate dalla medesima cabina di trasformazione di media/bassa tensione).  Questa informazione viene fornita dal distributore competente, in genere attraverso posta certificata e dietro presentazione di una serie di documenti.

    Il fulcro della autoproduzione sono poi impianti di energia rinnovabile, fotovoltaici o eolici. Tali impianti possono essere condivisi, come nel caso di una centrale fotovoltaica o eolica a disposizione della collettività, oppure individuali, come per esempio un sistema fotovoltaico installato sul tetto di una casa, di un’azienda, di una sede di un’amministrazione pubblica o di un condominio.

    I consumer e i prosumer in quanto dotati di un proprio impianto per la generazione di energia elettrica per l’autoconsumo, possono poi cedere la parte di energia in eccesso agli altri soggetti collegati alla smart grid, cioè l’infrastruttura che collega tutti i soggetti della comunità energetica, che potrebbe comprendere anche sistemi evoluti di immagazzinaggio per l’accumulo dell’energia elettrica non immediatamente utilizzata. Ci sono poi molte tecnologie che facilitano il monitoraggio dei consumi e aiutano il risparmio di energia.

    Come si distribuisce l’energia prodotta

    Ogni comunità, attraverso la stipula di un contratto di diritto privato, stabilisce come ripartire fra i vari membri i ricavi derivanti dall’energia prodotta.

    Rinnovabili

    Comunità energetiche: gli sportelli Legambiente-Enel per capire di più

    11 Aprile 2022

    Come trovare i finanziamenti per una CER

    Come accade per ogni associazione, i fondi possono essere reperiti attraverso azionariato popolare, con i soci che si quotano. Vista l’importanza assunta dalle CER, stanno anche nascendo strumenti bancari, prodotti creati soprattutto da istituti cooperativi di comunità, pensati proprio per l’acquisto di energia green in forma consortile. 

    C’è poi un beneficio tariffario per 20 anni gestito dal GSE (Gestore Servizi Energetici), con un corrispettivo unitario e una tariffa premio. Le CER godono poi di agevolazioni fiscali (detrazioni o superammortamento), con il recupero del 50% dei costi di realizzazione per i privati che realizzino un impianto fotovoltaico sul tetto di un edificio. Per le imprese è previsto il superammortamento del 130% del valore dell’investimento. 

    L’ultima normativa prevede che l’impianto oggetto delle agevolazioni debba essere di nuova costruzione, avere una potenza entro 200 kW ed essere collegato alla rete elettrica a media/bassa tensione, utilizzando la stessa cabina di trasformazione per il prelievo e la cessione dell’energia elettrica con la rete. 

    Il Pnrr destina circa 2 miliardi di euro di aiuti alle nuove comunità energetiche rinnovabili. La fase di sperimentazione delle Cer è partita all’inizio della pandemia, con il Milleproroghe del 2020. Alcune Regioni hanno inoltre istituito dei fondi appositi.

    I nodi irrisolti dei passaggi burocratici

    Per costituire una CER, una delle prime scelte fondamentali è la scelta del soggetto giuridico. La cooperativa prevede uno statuto, un referente unico per tutta la comunità e la registrazione davanti a un notaio ed è perciò più dispendiosa, ma tutela maggiormente i soci. L’associazione non riconosciuta sta prendendo piede velocemente, perché non serve un notaio, non servono ingenti costi di composizione, ma in caso di contenziosi o problemi agli impianti di produzione, che possono accadere per comunità con tanti partecipanti, la cooperativa rappresenta una sicurezza legale che esula da responsabilità penali. 

    Una volta definita la cabina alla quale allacciarsi si deve presentare la richiesta di riconoscimento della Comunità energetica al Gestore dei Servizi Energetici (GSE). 

    L’individuazione dei punti di connessione elettrica che determinano i limiti spaziali di una CER (cioè la rete pubblica alla quale allacciarsi) concessi dalla legge e l’inserimento dei dati sui vari portali autorizzati sono indicati dagli esperti come gli aspetti più farraginosi per l’avvio delle CER. 

    Nel settore (sono nate anche numerose società di consulenza per l’avvio delle CER) si lamenta anche che c’è ancora scarsa conoscenza dei vantaggi e delle possibilità offerte dalle comunità energetiche, perché, per esempio,  imprenditori, presidi delle scuole, titolari delle strutture ricettive, amministratori di condominio ancora non hanno capito come funzionano.

    Molti denunciano poi le solite lungaggini nelle approvazioni dei progetti e chiedono una semplificazione delle procedure di autorizzazione e una accelerazione per la definizione dei decreti attuativi: oggi sono infatti necessari oltre 20 atti e pareri per procedere con le installazioni. L’approvazione di una serie di emendamenti al decreto Energia ha già introdotto una semplificazione delle procedure di autorizzazione per gli impianti con una potenza fino a 10 mw e ha anche esteso la possibilità di realizzare impianti per autoconsumo entro 10 chilometri dall’utenza. 

    Vengono chiesti inoltre interventi perché i Comuni fino a 10mila abitanti, e non solo quelli fino a 5mila, possano beneficiare delle risorse previste dal Pnrr per promuovere la costituzione delle comunità energetiche rinnovabili. LEGGI TUTTO